La spoliticizzazione delle università
par Nicola Trerotola
martedì 21 ottobre 2025
Parlare oggi di università significa imbattersi in una contraddizione: da un lato l’istituzione accademica continua a presentarsi come un presidio di sapere, come un luogo in cui si formano le future classi dirigenti e si produce conoscenza; dall’altro lato, essa appare sempre più spoliticizzata, svuotata della sua dimensione critica, incapace di alimentare partecipazione e conflitto.
Ciò che emerge è un paradosso: nel momento storico in cui le grandi questioni – crisi climatica, guerre, disuguaglianze, precarietà – bussano con più forza alle porte della vita quotidiana, proprio gli spazi che dovrebbero ospitare il dibattito e la critica vengono sterilizzati e resi “neutrali”.
L’università odierna si proclama “neutrale”, “scientifica”, “tecnocratica”. Ma questa neutralità è una maschera: serve a legittimare la subordinazione della formazione e della ricerca alle esigenze del mercato e della produttività.
Dietro la retorica dell’“obiettività” si cela la progressiva riduzione del sapere a competenza tecnica, la separazione tra ciò che si studia e le trasformazioni sociali e politiche in corso. Così, si produce un sapere che non mette in discussione, ma si limita ad adattare gli individui alle regole esistenti.
La trasformazione in università-azienda non riguarda soltanto i bilanci o le riforme strutturali, ma modifica in profondità i rapporti sociali interni. Lo studente non è più un soggetto politico, con diritti e possibilità di azione collettiva, ma un “utente” che paga un servizio.
La formazione diventa un investimento individuale, l’università una stazione di passaggio verso il mercato del lavoro, il tempo dello studio un conto alla rovescia. Tutto ciò riduce lo spazio per l’impegno, la discussione, la partecipazione.
Il risultato è una cultura diffusa di disimpegno, che non è naturale ma prodotta da questa struttura. La politica viene presentata come estranea, fastidiosa, improduttiva. Gli spazi di socialità critica si restringono; la vita universitaria si riduce a esami, burocrazia, eventi promozionali.
Lo studente che prova a organizzarsi spesso viene isolato o guardato con sospetto, come se stesse perdendo tempo rispetto al “vero obiettivo”: laurearsi in tempo, costruirsi un curriculum, inseguire un lavoro sempre più precario.
Ripoliticizzare non significa trasformare l’università in un campo di battaglia partitico, ma restituirle la sua funzione di laboratorio di democrazia. Significa riconoscere che il sapere non è neutrale, che la formazione non può essere separata dalle condizioni materiali in cui avviene.
Vuol dire riaprire spazi di discussione collettiva, di solidarietà, di conflitto: riportare la dimensione politica dentro le aule, le biblioteche, i cortili, perché senza politica non c’è comunità, non c’è università, ma solo una somma di individui isolati.
La spoliticizzazione dell’università è parte di un processo più ampio: l’individualizzazione della società, la distruzione degli spazi collettivi, la riduzione della politica a spettacolo.
Rompere con questa tendenza non è semplice, ma è necessario. L’università deve tornare a essere un luogo in cui si pensa il mondo e lo si mette in discussione, in cui i giovani non vengano formati solo per adattarsi, ma per trasformare.
Riprendersi l’università, renderla di nuovo spazio politico e sociale, non è un lusso né un nostalgico richiamo al passato: è una condizione essenziale per immaginare un futuro.