La mia città

par Massimo Icolaro
lunedì 5 gennaio 2026

Latina è una città speciale. Non come dicono le brochure, ma come le barzellette che non fanno ridere. Nata come Littoria negli anni Trenta, figlia della bonifica e del sudore, per decenni è stata una provincia agricola modello: ordinata, produttiva, quasi nordica. Un piccolo pezzo di Svizzera trapiantato nel Belpaese, tanto che negli anni Sessanta risultava addirittura prima in Italia per vivibilità. Un’anomalia, si capisce. E infatti non poteva durare.

La ricchezza del territorio attirò genti di ogni tipo: imprenditori, certo… ma anche delinquenti, truffatori, professionisti dell’arte di arrangiarsi e corruttori a tempo pieno. Qualcuno, ogni tanto, viene perfino “tanato” dalla giustizia, quella stessa giustizia pigra, prolissa e meditativa che qui sembra muoversi solo dopo lunga riflessione filosofica. Molti altri, forti di aderenze, amicizie e santini giusti, vengono invece perdonati come se avessero rubato una caramella all’oratorio. Dopotutto, lo sanno tutti: l’olio che lubrifica la macchina della corruzione è il denaro. E qui non si è mai badato al livello.

Del resto, se un politico viene colto con le mani nella marmellata dopo trent’anni di carriera, è del tutto illogico pensare che prima fosse improvvisamente diventato goloso. No, dev’essere stata una caduta morale improvvisa. Un inciampo. Una scivolata accidentale nel barattolo.

A completare il quadro, Latina si è pure inventata una mafia tutta sua, artigianale, a chilometro zero. Germogliata come un sacco di patate dimenticato su terreno fertile, ha regalato alla città, una decina d’anni fa, autentiche mattanze in perfetto stile gangster di frontiera, quelle che nei film finiscono con la musica jazz e i titoli di coda. Qui no: solo cronaca nera e funerali.

Siamo stati anche ai vertici nazionali del consumo di cocaina, almeno stando alle analisi dei depuratori cittadini: un primato di cui andare fieri. Segno inequivocabile che Latina non è solo una città, ma una piazza. Di spaccio, ovviamente. E se da qualche mese esplodono bombe nei quartieri popolari, non allarmatevi: è solo dialettica tra bande. Tradizione locale.

Nel frattempo i cittadini hanno fatto da bancomat umano, come nel caso di Latina Ambiente, dove per tappare una voragine gestionale si è pensato bene di svuotare le tasche dei contribuenti, mentre i vertici finivano sotto indagine. Solidarietà, si chiama.

Le strade? Un capolavoro di urbanistica lunare: groviere degne di un campo minato. Percorrerle equivale a un test di resistenza per ammortizzatori, cerchioni e pazienza, paradiso per meccanici e gommisti. Percorrendole scooter e auto si smontano da sole, per spirito di iniziativa. E sopra tutto questo, come una spada di Damocle verde, decine — forse centinaia — di pini ed eucalipti secchi da anni, contornano quasi tutte le strade del territorio comunale, lasciati lì ad aspettare il momento giusto per cadere, possibilmente su qualcuno.

Il massimo, però, lo ha raggiunto la politica recente: i famosi giardinetti al centro città, area verde interdetta da tempo immemore perché in “da svariati anni in restauro”. Più che un cantiere, sembra una rievocazione storica di un bombardamento in Ucraina. Eppure, il 26 del mese, da lì dovrebbe passare la fiaccola olimpica. Una fiaccola che attraversa le macerie: simbolismo involontario di altissimo livello.

Ma Latina non è mai stata una città che va in riga col resto della nazione. Già negli anni Sessanta lo dimostrò alla grande. In pieno centro c’era la Casa del Contadino: un vero sacrario dedicato ai morti di malaria, alla bonifica, alla civiltà contadina. Un luogo ricco di opere di Cambellotti e altri artisti, memoria delle famiglie venete, friulane, ferraresi — e di qualche abitante dei lepini — che avevano trasformato la palude in terra fertile. Un posto identitario, culturale, storico.

Naturalmente venne raso al suolo.

Al suo posto sorsero palazzoni che oggi definiremmo ecomostri, ma che allora erano solo mostri felici: oltre ventidue piani in una città di palazzine da cinque. Un gesto di coraggio urbanistico, una dichiarazione d’amore per il cemento, una goduria senza freni per i palazzinari dell’epoca, che si arricchirono come se non ci fosse un domani. E in effetti, per l’armonia urbana, non c’è mai stato.

Poi, in ordine sparso, arrivò la cronaca nera: il delitto Calzati, rompicapo irrisolto da decenni, uno di quei misteri che sembrano fatti apposta per ricordare che la verità, qui, ama nascondersi. A seguire, la politica fece la sua parte con lo scandalo del Patronato Scolastico negli anni Settanta: uno dei primi appalti comunali ante litteram, deflagrato quando i dipendenti smisero di essere pagati e i fondi… evaporarono.

E come dimenticare l’epopea delle Terme di Fogliano. Una trivellazione fortuita vicino al mare fa emergere acqua calda sulfurea, quasi miracolosa. Idea geniale: terme! Posti di lavoro! Amici da sistemare! Peccato che qualcuno, negli anni 60, e nella specie la prima società trivellatrice abbia sigillato tutto con un bel tappo di cemento. La falda non si è più trovata, nonostante milioni buttati in trivellazioni profonde fino a mille metri. Ma vuoi mettere la perseveranza? Ci ha provato pure il sindaco Finestra. Nulla. La falda non collaborava.

A seguire: l’intermodale con amianto elegantemente sepolto; un teatro costato più della Scala; marciapiedi in travertino, splendidi e inutili, devastati dalle radici delle Washingtonia , marciapiedi pagati a peso d’oro; una fontana, costata varie decine di miglaiia di euro, nel quartiere Q4 pericolante appena inaugurata; lo scandalo ICOS, acquistato dal Comune a caro prezzo ( ma che strano) e poi demolito pur essendo perfettamente solido, tanto “ci sono i fondi PNRR”.

Ma ho citato solo alcuni casi eclatanti.

Un ex sindaco messo a capo dei festeggiamenti del centenario contestato da molti della sua parte politica.

Vari politici, intercettati, indagati, qualcuno arrestato. Ma niente di che. Roba minore. Ordinaria amministrazione.

Latina è così: una città differente. E corente. 

Foto Wikimedia


Leggi l'articolo completo e i commenti