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La follia collettiva della remigrazione

La follia collettiva della remigrazione

par Valerio Mirarchi
venerdì 3 luglio 2026

Friedrich Nietzsche diceva che la follia è qualcosa di raro nei singoli, ma che nei popoli è la regola. Si potrebbe dire che la cosiddetta “remigrazione” sia la follia che caratterizza la nostra epoca. Ma in realtà sarebbe impreciso. Nonostante il termine sia nuovo, il concetto che esprime è qualcosa che risale almeno alla prima metà del secolo scorso.

Non molti sanno che inizialmente i nazisti non avevano intenzione di sterminare gli ebrei presenti in Germania. Il loro piano era quello di deportarli nell’isola di Madagascar. L’idea fu inizialmente proposta da Franz Rademacher ed ebbe l’approvazione di Hitler in persona. Fu poi abbandonata a favore del piano di sterminio nei territori occupati quando furono chiare le complicazioni e le difficoltà logistiche che avrebbe comportato.

Il piano nazista di deportare tutti gli ebrei tedeschi in Madagascar non era altro che ciò che oggi si chiama “remigrazione”. Si potrebbe obiettare però che esiste una differenza tra le due cose. Gli ebrei tedeschi erano nati in Germania, non erano originari del Madagascar; invece la remigrazione prevede che gli immigrati ritornino – forzatamente – nel loro paese d’origine. Questa è però solo la teoria che viene annunciata da chi vorrebbe la remigrazione. Nella pratica, è assolutamente impossibile che si riesca a “remigare” ciascun immigrato nel suo paese di provenienza. Lo dimostra la politica di deportazioni dell’attuale Governo Trump, che da quando si è insediato ha deportato mezzo milione di persone (più 1,5 milioni di persone che hanno avuto un “rimpatrio volontario”); in molti casi questi immigrati sono finiti nei paesi sbagliati, cioè in paesi dove non sono mai stati.

Ancora più simile al Piano Madagascar è stato un altro tentativo di remigrazione, il Piano di Asilo in Ruanda del Regno Unito. Il Piano prevedeva che gli immigrati clandestini e i richiedenti asilo fossero deportati in Ruanda. Anche coloro che avessero ottenuto l’asilo politico sarebbero rimasti in Ruanda in quanto considerato “paese sicuro”. Il Piano è stato poi cancellato da Keir Starmer una volta diventato Primo Ministro nel 2024. Ma la storia non sembra essere finita, perché proprio in questi giorni l’Unione Europea sta discutendo l’opzione di deportare i richiedenti asilo respinti in Uzbekistan, in Uganda e nello stesso Ruanda. Oggi si parla di richiedenti asilo, ma un domani si potrebbe parlare di immigrati irregolari o regolari “non integrati”. Che il Ruanda sia un paese sicuro peraltro è difficile da sostenere. Dal 2010, vi sono stati almeno quattro ruandesi critici contro il governo che sono stati uccisi e uno che è stato torturato e arrestato. Non a caso il Democracy Index dell’Economist classifica il Ruanda come regime autoritario. In Uganda c’è la pena di morte per gli omosessuali, mentre l’Uzbekistan viene considerato tra i paesi più autoritari al mondo.

 

Un’altra obiezione che si potrebbe fare all’equiparazione tra il piano nazista e la remigrazione è che quest’ultima, secondo alcuni suoi sostenitori, si riferirebbe solo agli immigrati che hanno commesso dei reati. L’affermazione è volta a gettare fumo negli occhi, dal momento che essendo la clandestinità stessa un “reato”, si arriva a comprendere tutti gli immigrati clandestini. Non solo. Il primo e più importante teorico della remigrazione, Martin Sellner, ha sostenuto che la remigrazione includa anche coloro che posseggono la cittadinanza del paese ospitante ma che non si sono “integrati” con i suoi valori, ovviamente con un giudizio discrezionale da parte del governo.

 

Alla fine, per quanto i suoi sostenitori cerchino di nasconderlo il più possibile, dietro l’idea di remigrazione si nasconde nient’altro che il vecchio ed eterno razzismo. Ad alcuni europei dà fastidio il fatto di convivere con individui di pelle nera e di cultura e religione diversa dalla loro; che questi ultimi commettano o no reati è indifferente. Nessuno difatti parla di remigrazione per gli europei che commettono reati. Peraltro, ai fini della sicurezza, la remigrazione è una proposta ben peggiore rispetto al semplice carcere. Un criminale che viene “remigrato” in Tunisia o in Libia può comunque tornare in Europa clandestinamente e compiere altri crimini, mentre se viene incarcerato nel paese ospitante può entrare nel percorso di rieducazione destinato a tutti i detenuti ed integrarsi nella società.

 

Il razzismo di per sé non è una colpa. È insita nella mente umana la paura e la diffidenza per chi è diverso da sé: vi sono episodi documentati di bambini neri africani che piangono e si spaventano la prima volta che vedono un uomo bianco, così come viceversa vi sono casi analoghi di bambini bianchi spaventati quando hanno visto per la prima volta una persona nera. Ma queste paure infantili vengono superate attraverso l’educazione. Nei razzisti questo processo di educazione è fallito; perciò vogliono imporre delle politiche lesive dei diritti umani semplicemente per delle paure personali che non sono riusciti a risolvere. Che la remigrazione leda i diritti umani dovrebbe essere ormai fuori da ogni dubbio. Gli immigrati clandestini sono per definizione irrintracciabili: non hanno né carta di identità né un indirizzo di residenza. Spesso sono senza fissa dimora. L’unico modo per trovarli e “remigrarli” è dunque quello attuato da Trump: liberare delle squadracce in giro per il paese che fermano qualsiasi persona abbia l’aspetto di un immigrato controllando il suo status legale; un processo che di per sé è talmente violento che non può non avere le conseguenze che ha già avuto negli Stati Uniti, ovvero uccisioni di persone innocenti e arresti sbagliati di immigrati regolari o addirittura di cittadini. Nel momento in cui scrivo, negli U.S.A. sono morte almeno 65 persone per mano dell’ICE e di molte altre non se ne ha più traccia dopo l’avvenuta deportazione. Ciò è possibile in America perché sotto questa amministrazione il paese è ormai diventato una democrazia illiberale. L’Italia è ancora un paese libero e civile: speriamo che continui ad esserlo. 


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