La fine della sintesi liberaldemocratica
par Gerardo Lisco
venerdì 5 giugno 2026
Per chi segue il dibattito nella sinistra italiana, in rete e sulle riviste online di area, è stato difficile non imbattersi nel confronto tra il filosofo Andrea Zhok e l'economista Emiliano Brancaccio. Un dibattito seguito da una platea vastissima, con centinaia di migliaia di visualizzazioni e commenti favorevoli all'uno o all'altro interlocutore.
Nutro grande stima per entrambi. Ho letto e apprezzato diversi loro lavori: tra quelli di Brancaccio, in particolare Libercomunismo; di Zhok, soprattutto Critica della ragione liberale, un saggio del quale condivido sostanzialmente l'impianto teorico.
Proprio per questo, il confronto mi ha lasciato una sensazione di insoddisfazione. Ho avuto l'impressione di assistere a una discussione che appartiene più al Novecento che al XXI secolo.
Per quanto ho potuto comprendere, il nodo centrale del contendere riguardava il rapporto tra sovranismo e fascismo, ovvero la tendenza a considerare il primo come una forma più o meno esplicita di fascistizzazione della politica. A mio avviso, tuttavia, il problema è posto in termini ormai superati.
Fascismo e antifascismo, così come comunismo e anticomunismo, appartengono alla storia. Hanno certamente ancora un valore come categorie storiografiche, utili a comprendere il Novecento, ma risultano sempre meno adeguate a interpretare la realtà contemporanea.
Viviamo in una società profondamente diversa da quella nella quale quelle categorie sono nate. Una società destrutturata, individualista, nichilista e attraversata dall'egemonia culturale del capitalismo neoliberale.
Per questa ragione ritengo che la contrapposizione fondamentale non sia più quella tra fascismo e antifascismo o tra comunismo e anticomunismo, bensì quella tra democrazia e liberalismo, tra comunità e individualismo proprietario.
Si tratta di categorie che attraversano e superano le tradizionali divisioni tra destra e sinistra.
Per decenni abbiamo definito i sistemi politici occidentali come liberal-democratici. Oggi, però, quella sintesi appare sempre più fragile.
Durante i cosiddetti Trente Glorieuses, i trent'anni successivi alla Seconda guerra mondiale, i sistemi occidentali non furono soltanto liberal-democratici, ma anche sociali. Lo Stato interveniva nell'economia, redistribuiva ricchezza e garantiva diritti sociali.
Oggi quella dimensione sociale appare fortemente ridimensionata.
Se torniamo alle origini del liberalismo ottocentesco, troviamo sistemi politici nei quali i diritti politici erano strettamente collegati alla proprietà. Il diritto di voto e la partecipazione politica erano riservati a chi possedeva un certo censo.
La democratizzazione dei sistemi liberali è consistita proprio nella separazione tra cittadinanza politica e proprietà. L'estensione del suffragio universale ha spezzato il legame tra possesso della ricchezza e partecipazione politica.
Per questa ragione liberalismo e democrazia non sono mai stati la stessa cosa. Sono stati piuttosto elementi distinti che, in determinate fasi storiche, hanno trovato una sintesi.
Oggi quella sintesi sembra essersi incrinata.
La progressiva crescita del potere di organismi sovranazionali, banche centrali, autorità indipendenti, organismi tecnocratici e grandi fondi finanziari sembra aver ridotto gli spazi della decisione democratica.
La tradizionale separazione dei poteri tra legislativo, esecutivo e giudiziario, pur rimanendo formalmente in vigore, appare affiancata e in parte condizionata da nuovi centri di potere che sfuggono al controllo diretto dei cittadini.
In questo senso il neoliberismo può essere interpretato come una riformulazione contemporanea del liberalismo originario: un sistema nel quale il primato della proprietà e del mercato tende nuovamente a prevalere sulla sovranità democratica.
Il prefisso "neo" rappresenterebbe quindi una modernizzazione lessicale più che una trasformazione sostanziale.
Alla base di questo processo vi è la figura dell'individuo proprietario.
L'individuo contemporaneo non è soltanto proprietario di beni, ma è chiamato a concepire se stesso come capitale, come risorsa da valorizzare e da immettere sul mercato.
In questa prospettiva il nichilismo non rappresenta semplicemente una crisi dei valori, ma diventa il presupposto culturale di un mercato senza limiti.
Ogni legame comunitario, religioso, etico o culturale rischia di essere percepito come un ostacolo alla piena libertà di scambio.
La democrazia stessa può diventare un limite, un vincolo, un'esternalità rispetto alle esigenze del mercato.
Da questo punto di vista, la continua evocazione del fascismo e del comunismo appare soprattutto come uno strumento di distrazione politica.
Quando una parte della destra parla di comunismo, spesso identifica con esso temi quali il femminismo, il transfemminismo, l'immigrazione, i diritti LGBT, la gestazione per altri o l'ambientalismo.
Allo stesso modo, una parte della sinistra tende a identificare come fascista chiunque si opponga a tali posizioni.
Ma questa contrapposizione non riguarda né il comunismo storico né il fascismo storico.
Si tratta piuttosto di conflitti culturali interni alla stessa civiltà liberale, che coinvolgono differenti interpretazioni dei diritti individuali e delle libertà personali.
Le divergenze riguardano prevalentemente questioni etiche e identitarie, mentre sul piano economico permane una sostanziale adesione all'orizzonte neoliberale.
La vera sintesi politica contemporanea sembra essere quella tra autoritarismo istituzionale e neoliberismo culturale.
Da un lato si rafforzano strutture decisionali tecnocratiche sempre meno sottoposte al controllo democratico; dall'altro il neoliberismo promuove una concezione dell'essere umano fondata sull'individualismo, sull'autonomia assoluta e sulla progressiva dissoluzione di ogni limite collettivo.
In questo quadro il richiamo permanente al fascismo e al comunismo svolge una funzione ideologica: sposta l'attenzione dai processi di concentrazione della ricchezza e di svuotamento della democrazia.
La questione decisiva del nostro tempo è rappresentata dalla crescente concentrazione della ricchezza nelle mani di una minoranza sempre più ristretta.
I dati economici disponibili mostrano come la distribuzione della ricchezza stia diventando sempre più squilibrata.
È questo fenomeno, più di qualsiasi conflitto identitario o culturale, a rappresentare il vero fattore di crisi delle democrazie contemporanee.
Per questa ragione la lotta politica fondamentale non appare più quella tra fascismo e antifascismo o tra comunismo e anticomunismo, ma quella tra democrazia e neoliberismo.
Il punto di rottura risiede nel recupero di una dimensione comunitaria capace di porre limiti al mercato e all'individualismo proprietario.
La definizione teorica di questa idea di comunità resta aperta. È probabilmente uno dei terreni di ricerca più importanti per chi intende comprendere e trasformare la società contemporanea.