La divulgazione scientifica nell’epoca dei social network

par UAAR - A ragion veduta
venerdì 23 gennaio 2026

Abbiamo intervistato sul numero 4/2025 di Nessun Dogma la divulgatrice scientifica Alice Rotelli, che evidenzia come algoritmi, bufale e pressioni commerciali ostacolino una divulgazione rigorosa e razionale.

Alice Rotelli da anni affianca la sua attività professionale di chirurgo vascolare a quella di divulgatrice scientifica sui social, impegno che svolge con grande passione, occupandosi di medicina e non solo.

È stata ospite nel marzo 2025 a una delle “conversazioni a ragion veduta” organizzate dal circolo Uaar di Pordenone. A margine di quell’interessante incontro, abbiamo pensato di rivolgerle alcune domande per farci spiegare meglio come lavora in questo campo, che problemi incontra, che strategie usa sul numero 4/2025 di Nessun Dogma.

Cominciamo dall’inizio: la divulgazione sembra un concetto moderno, ma in realtà le sue radici sono antiche.

Esattamente, le sue origini risalgono addirittura al XVII secolo, quando in Inghilterra furono pubblicati i Philosophical Transactions of the Royal Society, una rivista nella quale, per la prima volta, furono delineati i canoni per l’accreditamento scientifico, oggi nota come “revisione tra pari” (peer-reviewing in inglese). Questa è una pratica indispensabile per la ricerca scientifica, che permette di analizzare e giudicare le produzioni intellettuali. Nello stesso periodo, in Francia, veniva pubblicata un’enciclopedia moderna rivolta al grande pubblico.

Per quanto riguarda l’Italia, nel 1710 fu pubblicato il Giornale de’ letterati d’Italia, antesignano delle riviste dedicate alla scienza. Tuttavia, in quel caso, il pubblico era di status sociale elevato, quindi non era fruibile da tutti.

Nei decenni a seguire la diffusione della cultura è avvenuta tramite diversi media, passando dalla carta stampata alla radio e televisione prima e, nei giorni nostri, al web.

Parlando di televisione, pensiamo a figure come Piero Angela.

Piero Angela è stato tra i primi a introdurre la divulgazione in televisione e, quindi, alla portata di tutti, grandi e piccini. Per tale motivo è stata una figura storica per la divulgazione in Italia.

Come si diventa divulgatori? Esiste un percorso accademico specifico?

No, non esiste un percorso univoco, ma sono percorribili diverse strade: una laurea in giornalismo scientifico o in discipline scientifiche (Stem), oppure un master in comunicazione scientifica. La cosa fondamentale che accomuna chi fa divulgazione è il possedere ottime capacità comunicative.

Quindi, in pratica, chi può fare divulgazione?

Possono farla professionisti con formazione scientifica (materie Stem), giornalisti e scrittori, insegnanti o educatori, esperti di comunicazione multimediale come blogger, youtuber, e podcaster. Spesso la divulgazione è fatta da chi vive il lavoro tutti i giorni. Ma può farla anche chi è semplicemente un facilitatore dell’argomento, una persona che invita esperti a parlare; anche quello è fare divulgazione. Piero Angela, ad esempio, era un giornalista, ma faceva divulgazione a 360 gradi, anche se a volte veniva attaccato per questo motivo. Ma non c’è niente di male se la persona che fa divulgazione invita esperti o parla di tematiche portando le prove di ciò che si sostiene. Tecnicamente, anche noi due in questo momento stiamo divulgando.

Quali sono i principi fondamentali della divulgazione sui social?

Ci sono cinque principi fondamentali:

Quali strategie si possono adottare per una buona divulgazione social?

Possono essere utili alcuni semplici accorgimenti:

Sembra molto impegnativo. Quali sono le principali problematiche?

In effetti ci sono parecchie problematiche da gestire:

Divulgatore e content creator / influencer dovrebbero essere figure distinte?

Secondo me, sì. O decidi di fare il divulgatore o fai l’influencer. Se fai il divulgatore scientifico, non dovresti fare il “marchettaro”. Ho visto colleghi medici che sponsorizzano prodotti (filler, prodotti per l’igiene intima, integratori vitaminici, persino sex toys), anche se il codice deontologico per i medici vieta di sponsorizzare prodotti. Di fatto, questo crea un conflitto di interessi. Una cosa è pubblicizzare un servizio (come una Vpn) che sponsorizza l’attività di divulgazione, altra è sponsorizzare un prodotto. Se io, chirurgo vascolare, alla fine di un reel vi proponessi di comprare il balsamo che uso per i miei capelli ricci, cosa pensereste?

E cosa mi dici della moderazione dei commenti e degli hater? Come vanno gestiti e contrastati?

Gli hater si possono ignorare, si può rispondere in modo sarcastico o anche denunciare alle autorità. Io a volte mi diverto a “blastarli”, il che fa anche da cassa di risonanza e pubblicità gratuita. Probabilmente la cosa migliore, per un ambiente pulito, rimane il ban. Per contro, bannare gli utenti “scomodi” toglie interazione ai post: tanti miei colleghi lasciano i commenti degli hater proprio perché creano engagement. Da un lato è deprimente, dall’altro “rende” in termini di visibilità.

La moderazione è fondamentale per mantenere un ambiente sano sulle piattaforme social. È assicurata da tecnologia, intervento umano e contributo della community. Io ad esempio su Facebook uso un moderatore automatico per nascondere i commenti offensivi.

Hai accennato alla differenza tra divulgazione e debunking. Sembra che il debunking, cioè combattere attivamente la disinformazione, sia poco efficace.

Questa è una discussione aperta e dibattuta. Sembrerebbe infatti che il debunking sia essenzialmente inutile. Le persone che appoggiano le teorie complottiste e le fake news hanno un modo distorto di interpretare la realtà che le porta a cadere in determinate credenze, e non cambiano opinione nemmeno davanti alle evidenze. L’obiettivo del debunking è quella di agire preventivamente per evitare che chi non conosce a fondo un argomento non cada preda delle bufale.

Di fatto, è una strategia che non sempre funziona, in quanto siamo spesso vittime dei nostri stessi bias. E gli algoritmi dei social contribuiscono ad alimentare questa spirale negativa: se una persona legge un post sulle scie chimiche, l’algoritmo gliene proporrà di simili e non riceverà mai contenuti contraddittori che lo contrastino.

O, se li riceve, l’utente finirà per non credervi. Una persona che crede a una bufala spesso crede a molte altre perché i suoi filtri per interpretare la realtà sono distorti. In tutto questo, credo subentri anche un meccanismo difensivo: distruggere la propria visione del mondo è destabilizzante. Inoltre, c’è da considerare il proprio ego, il sentirsi cioè portatori di una verità che gli altri ignorano.

Insegnare il metodo scientifico a scuola potrebbe essere una soluzione?

Insegnare il metodo scientifico è diverso da insegnare scienze. Nelle facoltà scientifiche si potrebbe dedicare più spazio allo sviluppo dello spirito critico. Non è detto che chi ha una formazione scientifica sappia smontare tutte le argomentazioni complottiste. Ci sono “trucchi” usati dai complottisti che possono ingannare anche chi ha cultura scientifica.

Questo complottismo e queste dinamiche si riscontrano solo nell’ambito scientifico-sanitario di cui ti occupi?

Assolutamente no, il complottismo è ovunque, in ogni ambito, anche in politica. Si può manipolare qualsiasi informazione usando le stesse tecniche. Questo esiste anche nella vita reale: durante le campagne elettorali, ad esempio, vi è un costante tentativo di influenzare i cittadini.

Dove ti informi per la tua divulgazione scientifica?

Per le notizie scientifiche in ambito medico, principalmente su PubMed: lì si trovano articoli scientifici, ma occorre comunque fare una ricerca accurata per capire quale sia lo studio più affidabile. PubMed è una sorta di libreria dove trovi di tutto, anche articoli su Babbo Natale. Gli articoli più validi e credibili solitamente sono pubblicati su riviste con un alto impact factor e sono sottoposti a peer review. A parte PubMed, altre fonti sono i colleghi stessi: si può prendere spunto da altri divulgatori conosciuti e credibili.

intervista a cura di Diego Martin

Riferimenti social di Alice Rotelli:

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