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La discarica digitale e l’impostura dell’omuncolo: critica alla falsa simmetria del patriarcato

La discarica digitale e l’impostura dell’omuncolo: critica alla falsa simmetria del patriarcato

par Maddalena Celano
lunedì 13 luglio 2026

Pensavo di aver toccato il fondo, o perlomeno di aver mappato ogni anfratto della manosfera digitale, muovendomi con un misto di curiosità sociologica e profondo disgusto tra le bacheche degli incel e i deliri dei sedicenti difensori dei diritti maschili. Eppure, il web — questa inesauribile miniera di mediocrità — riesce sempre a stupirmi, offrendomi la vista di un nuovo esemplare di fauna locale: l’omuncolo che si crede filosofo.

 

Mentre navigavo tra insulti sessisti e lo squallore delle loro echo chamber, mi sono imbattuta in questo soggetto: un individuo che, senza aver mai aperto un testo di teoria critica, decide di pontificare sul femminismo, trattandolo come una fastidiosa zanzara da schiacciare con la sua presunta superiorità intellettuale. È la tragicommedia dell’impotenza: un uomo che non capisce una minchia, ma che si sente in dovere di spiegare a noi – che il femminismo lo viviamo, lo studiamo e lo pratichiamo – cosa sia giusto e cosa sia sbagliato.

 Il mito della specularità: l'impostura di un falso "Atwood"

Il paradosso grottesco di questi soggetti è l’accostamento del femminismo – movimento di liberazione – alle teocrazie misogine descritte da Margaret Atwood ne Il racconto dell’ancella*l. Sostenere che il femminismo sia speculare all’integralismo maschilista non è solo un errore logico; è un’operazione di malafede storiografica. Come insegna Betty Friedan ne La mistica della femminilità, il patriarcato ha sempre cercato di confinare la donna in un ruolo funzionale, chiamandolo, per ipocrisia, "natura".

"L'uomo non è il nemico, ma il sistema patriarcale che ha preteso di definire l'identità femminile è una prigione che dobbiamo abbattere." – Betty Friedan

La tesi della specularità è l'ultimo rifugio di chi non può accettare il pensiero di bell hooks: il femminismo non è un’ideologia del potere, ma il movimento che mira a "porre fine al sessismo, allo sfruttamento sessista e all'oppressione". Chi paragona chi spezza le catene a chi le forgia, lo fa solo per mantenere intatto il proprio privilegio.

Oltre l’orientalismo: Fatima Mernissi e la critica decoloniale

Il mio censore da tastiera si permette di pontificare sul velo islamico con un’arroganza che definire "orientalista" è un complimento. Ignora, nella sua crassa mediocrità, il magistero di Fatima Mernissi.

"Il velo è l'espressione di un sistema di potere maschile che, attraverso il controllo della mobilità e della visibilità femminile, ha tentato di consolidare la sua egemonia sui corpi delle donne." – Fatima Mernissi

È fondamentale, però, non fraintendere la Mernissi: essa non ha mai sostenuto lo "svelamento" forzato. La sua critica era rivolta alle strutture di potere patriarcale che impongono il controllo, non alla libera scelta della donna. Mernissi si poneva radicalmente contro ogni coercizione: sia quella di chi impone il velo, sia quella — altrettanto arrogante e paternalista — di figure come Santanchè o Sardone, che pretendono di "emancipare" le donne musulmane strappando loro il velo di dosso per decreto. Questa "emancipazione" imposta è solo un'altra forma di violenza, un altro tentativo di normare il corpo femminile secondo criteri estranei alla soggettività delle donne stesse.
La lezione di Mernissi è che il "velo" può essere uno spazio di negoziazione e che il femminismo, se vuole essere autentico, deve rifiutare di parlare per le donne musulmane, e iniziare ad ascoltare con loro. La prospettiva decoloniale di María Lugones è qui decisiva: Lugones ci insegna che non esiste un unico modello di "donna liberata" da esportare come merce occidentale.

"L'oppressione non è un blocco monolitico, ma una trama complessa di potere in cui il genere è solo un nodo tra tanti, intrecciato con il colonialismo e il razzismo." – María Lugones

 Iran e la strada del riscatto: il femminismo come tutela universale

Questa prospettiva è vitale quando guardiamo all'Iran. Le donne iraniane, con il loro coraggio, stanno tracciando una strada di liberazione che è intrinsecamente loro. Il femminismo, in questo senso, non è un'imposizione, ma un ecosistema di supporto: va salvato, aiutato e tutelato. Se le donne iraniane cercano forme alternative di emancipazione, il nostro compito è sostenerle nella loro specificità, rispettando la loro voce contro l'arroganza di chi vorrebbe decidere per loro.

 

Judith Butler e il femminismo come prassi di libertà

Se la modernità è stata una lunga strada verso la consapevolezza, il pensiero femminista ne è la sua punta più avanzata. Judith Butler ci ha mostrato che la distinzione tra sesso e genere è una costruzione finalizzata a stabilizzare un ordine che, altrimenti, crollerebbe.

"Non si tratta di liberare una natura femminile, ma di scardinare la struttura stessa che definisce ciò che è 'naturale' e ciò che è 'anormale' nel comportamento di genere."– Judith Butler

Come scriveva Simone de Beauvoir, "Donna non si nasce, si diventa": questo divenire è la minaccia che il censore non perdona.
"Non è la natura che determina la donna: è la civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio e il castrato che viene qualificato come femminile." – Simone de Beauvoir.

Verso un'igiene digitale: oltre il maschilismo in decomposizione

L’impostura di questi soggetti è figlia di un’economia del desiderio maschile, come teorizzato da Luce Irigaray, che non tollera l'alterità. Non essendoci reciprocità possibile, l'unica risposta alla loro prosopopea è l'esclusione.
Non dobbiamo né assistere né farci logorare. È tempo di invocare una legislazione di "igiene del web": la misoginia digitale e l'attacco alla dignità della persona non sono "opinioni", ma reati. Il ban selvaggio*l è il primo atto di una politica di difesa del pensiero critico. Chi attacca il femminismo, paragonandolo a sette o integralismi, non è un filosofo: è solo un sistema di potere in decomposizione. Noi continueremo a costruire mondi dove la sua voce non ha più eco, né cittadinanza. Perché mentre lui si affanna a pontificare sul nulla, noi siamo impegnate a vivere la complessità che lui, nella sua povertà intellettuale, non potrà mai nemmeno sfiorare.


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