La crisi della nostra Nazionale

par Alberto SIGONA
mercoledì 15 aprile 2026

La crisi della nostra Nazionale è figlia della politica esterofila dei nostri club. E della passività di chi dovrebbe trovarne l'antidoto...

L'ennesima mancata qualificazione della nostra Nazionale ai Mondiali di Calcio certifica con tanto di timbro istituzionale la marcata crisi dell'intero sistema italiano, che da troppo tempo non riesce a valorizzare il proprio “prodotto”, sacrificato in nome di (il)logiche economiche miopi e ciniche attuate dai nostri club, che tendono esclusivamente a far cassa senza curarsi minimamente delle conseguenze negative che, specie nel lungo periodo, si riverberano sulla loro stessa “salute” e su quella della nostra Nazionale. Penso perciò alla Serie A, la prima imputata della drastica involuzione subita negli ultimi tempi dalla massima rappresentativa nostrana, al cui serbatoio essa attinge a piene mani. Una Serie A ad oggi ingolfata come non mai di stranieri, la cui altissima percentuale in termini di presenze complica non poco ai nostri giovani ed ai nostri campioni in erba la possibilità di affiorare con relativa facilità dalla massa. Un problema, quello dell'aumento esponenziale degli stranieri a scapito dei calciatori autoctoni, impostosi all'attenzione all'indomani del Titolo Mondiale conquistato a Berlino nel 2006, che perciò si trascina ormai da decenni, e che di anno in anno si ripropone con maggior vigore, ma che regolarmente trova sbarrate le porte del compromesso e le finestre della ragione. Pur proponendosi come la piaga principale del nostro calcio, nessuno tra i “piani alti” pare abbia la volontà di scendere a patti con la “moda” di ingaggiare giocatori non italiani sempre e comunque, badando solo ai propri interessi di bottega, indietreggiando innanzi a qualsiasi proposta innovativa. In sostanza i club pensano unicamente a curare il proprio orticello, e la Federazione lascia fare o quasi... Certo, le regole UE impongono ampie limitazioni in materia di restrizioni all'ingaggio di stranieri comunitari, e qualsiasi tentativo di arginarle verrebbe quasi sicuramente fermato sul nascere dall'UEFA, quindi oltre a limitare il numero di nuovi tesseramenti di calciatori non appartenenti all’UE, come già accade, non può fare molto. Però, senza travalicare le proprie competenze e senza contravvenire alle normative vigenti, compatibilmente con le leggi comunitarie, qualche margine di manovra per agire ci sarebbe. Ad esempio si potrebbe imporre nelle rose un certo numero di giocatori cresciuti nei vivai italiani, per un principio non legato alla nazionalità, ma solo alla formazione calcistica. In realtà alcune regole del genere, seppur a maglie larghe, esistono già. Ad esempio, oggi la Federazione impone che ogni club inserisca in rosa 8 giocatori cresciuti in Italia o nel proprio vivaio, ovvero che vi abbia passato almeno 3 anni (tra i 15 e i 21 anni), fornendo anche incentivi economici alle società più virtuose. Vi sono inoltre obblighi strutturali concernenti gli standard tecnici e organizzativi dei rispettivi settori giovanili. Ma a quanto pare tali prescrizioni non sono più sufficienti a scongiurare la deriva qualitativa del calcio italiano, la cui crisi negli ultimi lustri non si sta limitando esclusivamente agli stessi club (ormai confinati ai margini dell'elite internazionale), i primi a pagare certa ottusa esterofilia (che si basa sull'errata ed oscena filosofia che lo straniero debba essere sempre e comunque più forte dell'italiano), ma sta pure coinvolgendo marcatamente proprio la nostra amata Nazionale. Ai tempi dell'ultimo Campionato del Mondo vinto da Marcello Lippi ad inizio millennio, lo scenario era completamente diverso. All'epoca il nostro Ct per selezionare i suoi ragazzi poteva contare su di un ampio bacino di calciatori italiani, quasi tutti impiegati in Seria A e schierati titolari, magari in top team. Oggi l'erede di Gennaro Gattuso dovrà scrutare attentamente e pazientemente persino tra i sobborghi di numerosi club minori, osservando scrupolosamente pure i vari campionati sparsi per il Globo, con la speranza di scovare nei punti più nascosti ed imprevedibili il giocatore che può fare al caso suo. In pratica manca la materia prima, e se c'è non è detto che sia di pregiata qualità. Essa spesso risulta “bruciata” dalla concorrenza estera sempre più spietata e in certi casi poco meritevole, ma solo più “esposta” alle attenzioni altrui. Per far sì che i talenti italiani emergano più facilmente e che non rischino di perdersi troppo presto, magari senza avere avuto la possibilità di farsi notare dagli intenditori (i cosiddetti talent scout), occorrono ben altri antidoti atti a contrastare quella che sta diventando una vera ossessione nei confronti degli investimenti in ambito estero che non sta facendo altro che nuocere all'infinito al calcio tricolore. I contentini e gli incentivi ai club non bastano più. Urge ben altro. Senza ripensamenti, senza tentennamenti, senza procrastinare quello che si deve fare oggi stesso. È una questione di senso di responsabilità. Non sono più tollerati diversivi sul tema. Non sta a me o a noi giornalisti entrare troppo nel merito o stabilire dettagliatamente i modi per arginare il fenomeno. Per questo ci sono gli enti preposti, ci sono persone pagate (pure tanto) per farlo. C'è la Federazione. C'è lo Stato italiano. C'è il Governo. Di certo, alla luce della terza mancata qualificazione iridata di seguito, qualcosa andrà fatta, o perlomeno tentata. Soprattutto intervenendo sui precetti in materia di tesseramento sia negli ambiti giovanili sia nei settori professionistici. Senza sottovalutare il campo fiscale, che in genere risulta molto incline a sensibilizzare le società, così attente ai bilanci... Sicuramente, a prescindere da quello che si dovrà fare, non ci si può limitare ad osservare passivamente da spettatori disinteressati mentre il nostro Calcio va in malora. Lo dobbiamo ai nostri tifosi. Lo dobbiamo alla nostra Patria. Lo dobbiamo alla nostra Storia. Alberto Sigona 4 aprile 2026 d. C.


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