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La CIE a 22 euro: quando lo Stato ti obbliga a identificarti per riempire il poltronificio

La CIE a 22 euro: quando lo Stato ti obbliga a identificarti per riempire il poltronificio

par Massimo Icolaro
lunedì 29 giugno 2026

Tra gli innumerevoli svantaggi storici di nascere in Italia, ce n’è uno che digeriamo ormai per assuefazione: la capacità della nostra classe dirigente di trasformare ogni singola innovazione tecnologica o obbligo di legge nell’ennesimo, intollerabile “pizzo di Stato”. L’ultimo capolavoro di questo parassitismo sistemico si consuma quotidianamente agli sportelli anagrafici dei nostri Comuni, dove per ottenere la Carta d’Identità Elettronica (CIE) un cittadino è costretto a sborsare la bellezza di 22,21 euro.

Una cifra che, tra smarrimenti, furti o nei Comuni con i “diritti di segreteria” più famelici, lievita felicemente ben oltre i 28 euro.

Il paradosso è squisitamente kafkiano: lo Stato ti impone per legge di possedere un documento valido, ti ordina la transizione digitale spegnendo la vecchia e gloriosa tessera cartacea, ma poi ti presenta il conto come se stessi acquistando un gadget di lusso su una piattaforma privata.

Infatti è da notare che le vituperate banche emettono documenti comparabili a costo zero.

Considerato poi che ti indispensabile, dal notaio, in banca e in una miriadi di uffici pubblici e non, in definitiva a farti pagare altri balzelli, si configura come pizzo sul pizzo

Il salvadanaio dei miracoli (per gli altri)

Per capire dove finiscono davvero questi soldi, basta guardare la scomposizione ufficiale della tariffa. Dei 22,21 euro di base, ben 16,79 euro volano direttamente a Roma, nelle casse del Ministero dell’Interno (tramite il Poligrafico dello Stato), mentre 5,42 euro restano al Comune sotto la medievale dicitura di “diritti di segreteria”.

Ma la vera narrazione, quella che la retorica della “cittadinanza digitale” omette scientificamente, è un’altra. Dietro i costi del microchip e della spedizione blindata a domicilio si nasconde la solita, vecchia logica del ricco salvadanaio. Questa montagna di denaro estratta dalle tasche di milioni di italiani non serve a coprire i costi vivi di un servizio essenziale, ma serve a costituire una riserva aurea cui attingere voracemente per mantenere in piedi una macchina burocratica ipertrofica.

È la logica dei cerchi magici e dei favori: inventare balzelli per creare e blindare migliaia di posti per sfaccendati da piazzare nei vari gangli istituzionali, nelle partecipate, negli uffici ministeriali e nelle agenzie create ad hoc per gestire il nulla. La digitalizzazione, in Italia, non snellisce: moltiplica le poltrone.

L’Europa dei diritti e l’Italia del pedaggio

Basta sollevare lo sguardo oltre il confine per accorgersi di come l’identità personale, altrove, sia un diritto civile e non una vacca da mungere per fare cassa.

In Francia, la Carte Nationale d’Identité (CNI) è completamente gratuita. Lo Stato d’oltralpe non chiede un solo centesimo al cittadino per il primo rilascio o per il rinnovo alla scadenza. Si pagano 25 euro solo se la perdi o te la rubano, configurando la cifra come una sanzione per la tua negligenza, non come un pedaggio ordinario per il fatto di esistere.

In Spagna, il DNI elettronico costa appena 12,00 euro (la metà rispetto all’Italia) ed è gratis per le famiglie numerose o per i cambi di domicilio. Certo, c’è chi chiede di più, come la Germania (37 euro), ma lì le funzioni eID sono avanzate e la validità è di dieci anni senza intoppi burocratici.

E poi c’è il caso del Regno Unito, dove la carta d’identità nazionale non esiste affatto. Quando lo Stato provò a introdurla a metà degli anni 2000, la popolazione scese in piazza, rifiutando l’idea di essere schedati a proprie spese. Oltremanica ci si identifica con la patente o il passaporto: se non devi guidare o viaggiare, lo Stato non ha il diritto di tassarti per darti un nome e un cognome.

La tassa sul tempo che passa

La vera vergogna del sistema italiano risiede nella monetizzazione del tempo. Se scade il passaporto, puoi decidere di non rinnovarlo se non viaggi fuori dall’UE. Ma la carta d’identità ti serve per votare, per andare in posta, per vivere.

Il fatto che lo Stato applichi la tariffa piena anche quando la sostituzione è dovuta alla naturale scadenza del documento dimostra che la CIE è stata concepita come un’accisa sulla cittadinanza. Mentre ci si riempie la bocca di “transizione digitale” e sussidi per i meno abbienti, la realtà nuda e cruda è che in Italia anche il diritto all’identità è stato trasformato in un pizzo. Un pedaggio obbligatorio per alimentare un sistema che non serve il cittadino, ma serve a dare uno stipendio a chi lo controlla.


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