L’interrealtà di Mark Zuckerberg

par Gabriele Cecchetti
giovedì 16 dicembre 2010

Sono molti gli interrogativi che âThe social networkâ, lâultima fatica di David Fincher, ha fatto sorgere su chi sia veramente Mark Zuckerberg, scatenando la vena umana allâaltrui psicanalisi e contribuendo ad aumentare quellâ âeffetto aloneâ (non si parla di sporcizia) diventato ormai un must di personalità contemporanee che hanno partorito dalla loro mente realtà diventate fenomeni di culto.

Forse perché ci siamo immersi fino al collo con entusiasmo - e nella maggior parte dei casi con una dipendenza superiore a quella di un tossicodipendente, non sembra che la pellicola possa proporre altre interpretazioni sul mondo dei social network, anche quelle tendenti al pessimismo. Già prima dell’uscita nelle sale, i rumors facevano salire l’aspettativa degli spettatori delineando possibili giudizi propriamente non lusinghieri sul giovane Mark. E in effetti nel suo ritratto si trovano pennellate che ci raccontano di un nerd con un carattere non proprio socievole, che si scopre novello Gordon Gekko (il primo). “I bravi artisti copiano, quelli grandi rubano” avrebbe detto Picasso (e anche Steve Jobs ne “I pirati di Silicon Valley”, 1999). E sembra che neanche Zuckerberg sia sfuggito da questa logica del ”ratto artistico”, costruendo un impero sfruttando un’idea altrui, aggiungendo nell’impasto la sua lungimirante visione e un pizzico di capacità di programmazione, con cinismo sufficiente a rovinare le sue reti di relazioni reali (quella con l’amico e cofondatore di Facebook Eduardo Saverin e con la sua ragazza, Erica).

In un’intervista al blog Guest.it, Giuseppe Riva, docente di Psicologia della Comunicazione, Psicologia e Nuove Tecnologie della Comunicazione all’Università Cattolica di Milano, parla del suo libro appena uscito nelle librerie, edito da il Mulino. “I social network” è un agile analisi del nuovo fenomeno di comunicazione di massa, diventato ormai il paradigma principale dei nuovi media.
 
Interessante è il concetto introdotto da Riva di “interrealtà”. Banalmente, è quella zona fumosa che si viene a creare nella vita di ogni utente di social network tra vita reale e virtuale. “Se nelle comunità virtuali precedenti ai social network, il mondo reale e quello virtuale entravano raramente in contatto e comunque solo per esplicita volontà dei soggetti interagenti, nei social network questo avviene sempre e anche se i soggetti coinvolti non lo vogliono o non ne sono consapevoli. Questo nuovo spazio sociale esteso che include mondo reale e mondo virtuale viene definito “interrealtà” per riprende l’intervista citata. La potenza di questa nuova porzione di realtà, non ben delineabile sia in un senso che nell’altro, sta nella sua forte interrelazione tra la parte virtuale e quella reale e nella sua forte dinamicità e velocità di variazione, marchiando a fuoco le possibili evoluzioni dell’identità personale.
 
“Infatti, la fusione di reti virtuali e di reti reali mediante lo scambio di informazioni tra di esse permette di controllare e modificare l’esperienza sociale e l’identità sociale in maniera totalmente nuova rispetto al passato. Ciò permette, per esempio, di usare le esperienze virtuali proposte all’interno dei SN per modificare i gusti o gli atteggiamenti reali degli utenti”. Ed ecco che ciò porta ad un’altra interessantissima implicazione (negativa?) del fenomeno social network, ovvero il primo paradosso dei social network. Spieghiamolo con un esempio (tratto direttamente da http://www.isocialnetwork.info/). “L'essere «taggati» comporta il fatto che un contenuto multimediale, in cui noi siamo presenti (foto) o in cui siamo citati (testo) ma che non abbiamo scelto, apparirà nel nostro profilo. E’ vero che è possibile impostare le notifiche di Facebook in modo da essere sempre a conoscenza quando qualcuno ci tagga. Ma è anche vero che se mi dimentico di farlo, o non sono consapevole di che cosa implica essere «taggati», appariranno nel mio profilo senza che lo abbia voluto foto o testi. E ciò può portare a cambiamenti imprevisti alla propria identità sociale: la foto in cui bevo a canna una bottiglia di vodka insieme ad altri amici a una festa può trasformarmi da bravo ragazzo ad alcolista incallito”.
 
Proprio quello che è successo a Zuckerberg. Solo che l’interrealtà si è creata tra il film e la vita privata del più giovane miliardario del mondo. Di recente ha reso noto di aver preso parte al programma The Giving Pledge, un’iniziativa fondata da Bill Gates e Warren Buffett che prevede la donazione da parte degli aderenti, di metà del proprio patrimonio a favore di azioni filantropiche. Non dimentichiamoci che poche settimane fa, a ridosso dell’uscita del film nelle sale, Zuckerberg ha donato - annunciandolo da Oprah - 100 milioni di dollari al sistema scolastico pubblico degli Stati Uniti
 
Kant ci insegna che un’azione morale è tale quando disinteressata, ma che il vero scopo dell’azione è conoscibile solo da chi la mette in atto. Tralasciamo giudizi ipocriti e guardiamo il fatto: un’azione dell’interrealtà ha avuto effetti notevoli e amplificati sulla realtà fisica dell’individuo in questione.
 
Ecco cosa ci può suggerire di diverso la vicenda, unita alla narrazione del film: la trasposizione romanzata della storia di Facebook ci fa intuire in ottica reale (sempre però all’interno del tempo della narrazione cinematografica) delle possibili negatività delle relazioni sociali modificate dai meccanismi dei network digitali e di come queste siano legate con i loro effetti alla realtà fattuale. Porta alla delineazione di una non-identità non solo a livello di personalità, ma soprattutto nei rapporti causa effetto. Dandoci degli stimoli per ripensare anche il concetto sempre molto spinoso di privacy.


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