L’inganno dl vittimismo incel: come la segregazione laterale e il lavoro invisibile smontano la fallacia sui morti sul lavoro

par Maddalena Celano
mercoledì 21 ottobre 2026

âNel sottobosco digitale dominato dalla retorica incel e dai movimenti reazionari della cosiddetta manosphere, ciclicamente risuona un piagnisteo vittimista ben preciso: "Gli uomini sono i più discriminati perché la maggioranza dei morti sul lavoro sono maschi, mentre le femministe prendono tutta la visibilità".

âQuesta tesi non è soltanto una fallacia logica (un plateale benaltrismo e depistaggio retorico), ma è l'ennesimo tentativo di trasformare le conseguenze del privilegio maschile e della segregazione occupazionale in una falsa persecuzione.

âEsaminiamo punto per punto come i dati statistici, la struttura economica e la storia della salute mentale femminile sbugiardano questo piagnisteo patriarcale.

  1. âLA MAGGIORANZA DEI DECESSI MASCHILI È INDICE DI PRIVILEGIO E SEGREGAZIONE, NON DI DISCRIMINAZIONE

âLa narrazione secondo cui l'elevata mortalità maschile nei cantieri o nell'industria pesante provi una presunta "discriminazione a danno degli ometti" ribalta la realtà economica.

âL'accesso ai settori produttivi ad alto coefficiente di capitale e reddito – come l'edilizia, la siderurgia o la logistica pesante – è stato storicamente un monopolio maschile, tenuto ben stretto attraverso una rigida segregazione occupazionale di genere. Le donne ne sono state sistematicamente escluse o relegate a settori a basso stipendio.

âCiò che la retorica incel finge di non capire è che la maggiore esposizione maschile a determinati infortuni di fabbrica è il sottoprodotto di un sistema organizzato da uomini per gli uomini, un sistema basato sulla logica del profitto e sul ricatto della prestazione. Invece di prendersela con la deregolamentazione aziendale o con i datori di lavoro che risparmiano sulla sicurezza, questi gruppi preferiscono incolpare le donne per il semplice fatto di esistere e lottare per l'autonomia.

  1. âLA STATISTICA RIMOSTA: I MORTI "IN ITINERE" E LA STRAGE SILENZIOSA NEGLI INCIDENTI DOMESTICI

âLa tesi dell'invisibilità delle donne nel conto della mortalità lavorativa crolla di fronte ai dati ufficiali INAIL e ISTAT.

âIl lavoro domestico – di cui i maschi usufruiscono quotidianamente a titolo del tutto gratuito – è un'attività usurante e ad alto rischio. Anziché pretendere che lo Stato remuneri o sgravi questo carico attraverso servizi pubblici di welfare, il maschio frustrato preferisce godersi la rendita di posizione domestica e lamentarsi sui social contro "il femminismo monopolizzatore".

  1. âANATOMIA DELL'INVALIDAZIONE: BETTY FRIEDAN E L'EPIDEMIA CLINICA DELLE CASALINGHE

âQuesto meccanismo di ricatto non è nuovo. Già nel 1963, la sociologa e saggista Betty Friedan, nel suo celebre studio "La mistica della femminilità" (The Feminine Mystique), analizzò la patologia strutturale generata dal mito della "felice casalinga di periferia".

âFriedan dimostrò che l'ideologia del dopoguerra americano vendeva la reclusione domestica e il servizio al marito lavoratore come il vertice della realizzazione femminile. Ma conducendo un'indagine approfondita tramite interviste e analisi di dati clinici e socio-psichiatrici, svelò la presenza di quello che definì "il problema senza nome":

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âLa retorica degli incel e della manosphere che agita i morti sul lavoro come clava antifemminista è la versione aggiornata dello stesso ricatto smascherato da Betty Friedan.

âIeri si diceva alle donne che dovevano stare zitte e prendere gli ansiolitici perché i mariti soffrivano in ufficio o in cantiere; oggi si dice loro che non hanno diritto di denunciare la violenza di genere, il divario salariale o il carico di cura perché "gli ometti muoiono sulle impalcature".

âI cadaveri dei lavoratori non servono a questi soggetti per chiedere sicurezza o tutele nei cantieri: servono unicamente come scudo per nascondere la propria incapacità di vivere in un mondo in cui il privilegio maschile non è più un diritto di nascita


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