L’elezione di Zohran Mamdani e la solita infatuazione della sinistra
par Gerardo Lisco
giovedì 13 novembre 2025
Sinceramente, non mi esalto più per vittorie come queste. A me importa poco che sia musulmano, gay, indiano, ugandese, eccetera. Si dichiara socialista: bene, molto bene. Ma per me socialista è chi il socialismo lo fa. Finora ho osservato una campagna elettorale con un programma che, se anche solo in parte fosse realizzato, rappresenterebbe già un grande successo politico.
Permettetemi però qualche dubbio rispetto a un programma così altisonante. New York non è un mondo a parte: è pienamente inserita nel sistema economico, politico, sociale e culturale degli Stati Uniti, e quindi soggetta a vincoli a dir poco insormontabili.
Mi colpisce l’entusiasmo sfrenato che traspare dai commenti che leggo. Da questi commenti emergono, a mio avviso, due cose: la subordinazione culturale della sinistra europea a quella statunitense e la totale confusione tra l’essere liberal e l’essere socialista.
Il termine “socialismo”, ormai svuotato e deformato, finisce per significare tutto e il contrario di tutto. È il segno della crisi di una cultura politica di sinistra e socialista che, a corto di riferimenti, continua a cercare nuovi miti, sperando ogni volta che “sia la volta buona”.
Considerato ciò che è New York — città cosmopolita dove, dal punto di vista etnico, il 30% è eurodiscendente, il 29% ispanico, il 23% afroamericano, il 14% asiatico, il 9% appartenente a più etnie e oltre il 36% è nato all’estero — scoprire che è stato eletto sindaco un islamico che si dichiara socialista e appartiene all’alta borghesia americana non dovrebbe stupire. La madre è un’affermata regista indiana e il padre un accademico, anch’egli di origine indiana. Entrambi i genitori discendono dalla comunità di indiani emigrati in Uganda durante il periodo coloniale ed espulsi, insieme a tanti altri, da Idi Amin.
Se analizziamo il pedigree di Zohran Mamdani, potremmo scoprire che non è molto diverso da quello di Elly Schlein o di quelle classi politiche che appartengono all’alta borghesia progressista francese, che frequenta le stesse scuole, università, club, ecc. È la stessa alta borghesia — tanto conservatrice quanto “progressista” — che Piketty descrive molto bene nel suo Il capitale nel XXI secolo.
La società newyorkese è lontana un intero oceano, e forse anche di più, da quella italiana, alla quale l’equivalente della sinistra liberal nostrana indica Mamdani come possibile riferimento.
Grande partecipazione! Hanno votato due milioni di elettori; la popolazione di New York supera gli 8,8 milioni, e gli iscritti nelle liste elettorali sono 5,3 milioni. Mai raggiunta una partecipazione così elevata per gli standard di quella città e, in generale, per gli Stati Uniti. Di fronte a una partecipazione che si attesta attorno al 40% degli aventi diritto al voto, qualche anno fa qualche “lider máximo” avrebbe parlato di chiaro segnale di una “democrazia matura”; per me è invece la somma di due tendenze: l’individualismo, nel senso di “sono padrone del mio destino”, e lo scollamento tra politica e cittadini.
Mamdani si è presentato con due liste a suo sostegno: Democratic e Working Families. La prima ha totalizzato 878.000 voti, la seconda 157.000. Cuomo, con una sola lista, ha preso circa 855.000 voti, facendo meglio tra chi ha un grado di istruzione più basso, tra coloro che hanno un reddito sotto i 30.000 dollari annui e tra coloro che superano i 3,2 milioni di dollari l’anno.
Il voto per Mamdani mi sembra essere soprattutto un voto generazionale: ad averlo sostenuto sono stati coloro che gravitano attorno alla sua stessa fascia d’età. Non è un caso che le proposte elettorali fossero le seguenti: trasporti pubblici gratuiti, asili nido gratuiti, blocco degli affitti e contributi fino a 3.400 dollari per l’affitto.
Secondo recenti studi, a New York, per appartenere alla classe media bisogna avere un salario medio annuo di 74.000 dollari (dato lordo). È quindi evidente che il programma elettorale di Mamdani, riassunto per sommi capi, ha fatto leva mobilitando proprio la classe media, che si trova a dover sostenere spese esorbitanti soprattutto per i trasporti e l’alloggio.
Quanto riportato per sommi capi dimostra chiaramente che tutto ciò ha ben poco a che vedere con la realtà economica e sociale italiana. Le questioni principali in Italia riguardano i salari bassi, un sistema tributario sui redditi da lavoro che nulla ha a che vedere con la progressività richiamata in Costituzione e una sanità che, affidata alle regioni, di fatto non è più un diritto universalmente garantito, ma sempre più legato alla disponibilità finanziaria del cittadino.
In conclusione, Mamdani è il sindaco dei newyorkesi che hanno deciso di andare a votare, ossia il 40% degli aventi diritto; ha dunque vinto con meno del 20% dei potenziali elettori. New York è all’altro capo del mondo, e la società italiana è un’altra cosa: perciò, meno illusioni e più concretezza. Il socialismo di Mamdani rientra a pieno titolo nella tradizione liberal della sinistra statunitense: niente di nuovo sul fronte della sinistra.