L’economia di guerra di Israele e il processo di normalizzazione

par La bottega del Barbieri
martedì 23 giugno 2026

In tutta la Regione, gli accordi procedono silenziosamente anche mentre le guerre si espandono, vincolando la normalizzazione a un sistema che prospera sul conflitto.

di Mohamad Hasan Sweidan (*)

La guerra di Israele non è più confinata a un singolo fronte o area geografica. Dall’Operazione Onda di Al-Aqsa del 7 ottobre 2023, le operazioni militari di Tel Aviv si sono estese a Gaza, alla Cisgiordania Occupata, al Libano, alla Siria, allo Yemen e all’Iran, formando un teatro di conflitto continuo piuttosto che una serie di campagne isolate.

La portata del conflitto è importante non solo per il suo costo umano, ma anche per ciò che rivela sull’uso della guerra.

Su questi fronti, Israele ha schierato una vasta gamma di sistemi militari, dai missili di precisione e droni alle piattaforme di intercettazione, radar e strumenti di guerra elettronica. Il campo di battaglia funge ora da banco di prova, dove questi sistemi non solo vengono utilizzati, ma anche messi in mostra.

La questione centrale, quindi, non è più semplicemente chi arma Israele. È chi rende possibile il sistema che trasforma la guerra in corso in un ciclo continuo di produzione, test e vendite globali.

Per decenni, il sostegno degli Stati Uniti e dell’Occidente ha costituito la spina dorsale della capacità militare israeliana, fornendo copertura politica, supporto finanziario e cooperazione tecnologica. Questa struttura rimane intatta. Ma non è più l’unico pilastro.

Negli ultimi anni si è delineato un secondo livello: gli Stati arabi che hanno normalizzato i rapporti, in particolare quelli legati agli Accordi di Abramo. Questi Stati sono diventati un mercato in crescita per le esportazioni di armamenti israeliani, entrando a far parte di un circuito finanziario che alimenta direttamente le industrie che sostengono le guerre di Israele.

I NUMERI DIETRO L’INDUSTRIA

I dati pubblicati dal Ministero della Difesa israeliano mostrano che le esportazioni di armamenti hanno raggiunto la cifra record di 19,2 miliardi di dollari (16.544.640.000 euro) nel 2025, segnando il quinto anno consecutivo di crescita. In cinque anni, le esportazioni sono raddoppiate; in un decennio, sono quadruplicate.

Circa la metà di questi accordi, per un valore di circa 10 miliardi di dollari (8.617.300.000 euro), sono contratti diretti tra governi. Questo dettaglio è cruciale. Indica un sistema in cui le esportazioni di armi non sono semplici transazioni commerciali, ma sono intrinsecamente legate a relazioni politiche e di sicurezza.

L’andamento della partecipazione araba a questo mercato riflette lo stesso schema. Nel 2022, i Paesi degli Accordi di Abramo rappresentavano il 24% delle esportazioni israeliane di armi, pari a circa 3 miliardi di dollari (2.584.950.000 euro). Nel 2023, la loro quota è crollata drasticamente a circa il 3%, a causa del cambiamento dell’immagine pubblica e della comunicazione politica dovuto alla guerra di Gaza.

Questo calo si è rivelato temporaneo. Entro il 2024, la loro quota era risalita al 12%, ovvero circa 1,78 miliardi di dollari (1.533.861.600 euro). Nel 2025, Israele ha riclassificato le sue categorie di esportazione sotto l’etichetta più ampia di “Medio Oriente e Nord Africa”, che rappresentava il 15% delle esportazioni, pari a circa 2,88 miliardi di dollari (2.481.465.600 euro). Questo gruppo include Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco.

Il cambiamento di terminologia non oscura la tendenza di fondo. La domanda araba di tecnologia militare israeliana ha ripreso la sua traiettoria ascendente, nonostante le guerre che la alimentano continuino.

In particolare, nel 2025, questa categoria regionale ha superato gli Stati Uniti come destinazione delle esportazioni israeliane nel settore della difesa, con il 15% rispetto al 13%. Questo confronto sottolinea la misura in cui la normalizzazione si è spinta oltre la diplomazia, verso un’integrazione militare e finanziaria strutturata.

Tre aziende dominano questo settore: Elbit Systems, Israel Aerospace Industries e Rafael Advanced Defense Systems. Insieme, rappresentano circa il 90% delle esportazioni. La loro crescita riflette non solo l’aumento della domanda, ma anche un sistema in cui l’impiego sul campo di battaglia si traduce direttamente in vendite.

LA GUERRA COME PIATTAFORMA DI VENDITA

I funzionari israeliani non hanno mai nascosto il legame tra operazioni militari e crescita delle esportazioni. Le dichiarazioni dei vertici della difesa collegano costantemente i risultati sul campo di battaglia al successo commerciale.

Nell’annunciare i dati sulle esportazioni, i funzionari hanno indicato esplicitamente le operazioni a Gaza, in Libano, nello Yemen e in Iran come motori della domanda. Il campo di battaglia viene sempre più spesso presentato come prova del valore commerciale. Questo concetto è rafforzato da una frase ricorrente nella commercializzazione della difesa israeliana: sistemi descritti come “testati in battaglia” o “collaudati in combattimento”.

Ogni operazione alimenta questa narrazione. Le intercettazioni missilistiche vengono presentate come prova dell’efficacia della difesa aerea. I sistemi di sorveglianza traggono credibilità dalla capacità di puntamento in tempo reale. Gli attacchi con droni e le operazioni di precisione vengono integrati nei portafogli prodotti come dimostrazione di ciò che funziona sul campo.

In questo contesto, la guerra si inserisce nel ciclo produttivo. Le operazioni militari generano sia domanda che validazione, fornendo alle aziende materiale per presentare le proprie tecnologie come collaudate sotto pressione.

Aree civili, territori contesi e zone di guerra attive diventano l’ambiente in cui i sistemi vengono perfezionati e commercializzati. Di conseguenza, il confine tra necessità operativa e utilità commerciale si fa sempre più labile.

NORMALIZZAZIONE COME INTEGRAZIONE

Come già documentato, la cooperazione tra alcuni Paesi del Golfo si è estesa ben oltre la diplomazia, abbracciando commercio, logistica e coordinamento militare. Il quadro che emerge ora va oltre, indicando una più profonda integrazione con la stessa economia della difesa israeliana.

Quando gli Accordi di Abramo furono firmati nel 2020, vennero presentati come una svolta verso la cooperazione economica e la stabilità regionale. Commercio, turismo e scambio tecnologico costituirono il volto pubblico degli accordi.

Nel tempo, la dimensione della sicurezza si è spostata al centro. L’integrazione di Israele nelle strutture del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha facilitato la cooperazione militare diretta e indiretta con gli Stati arabi che operano all’interno dello stesso quadro strategico.

Questo cambiamento ha trasformato la normalizzazione in una relazione di sicurezza stratificata. Gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein e il Marocco si trovano ora all’interno di una rete più ampia che collega l’architettura di sicurezza regionale alle industrie della difesa israeliane.

Le prove di questa integrazione emergono dai modelli di approvvigionamento e dall’impegno nel settore della difesa. Secondo quanto riportato, il Marocco ha acquistato circa 2 miliardi di dollari (1.723.000.000 euro) in equipaggiamento militare israeliano dalla normalizzazione dei rapporti, con una quota crescente delle sue importazioni legata ai sistemi israeliani. Le aziende israeliane hanno inoltre ampliato la loro presenza alle fiere della difesa del Golfo, con gli Emirati Arabi Uniti come sede principale.

La persistenza di questi legami in tempo di guerra è particolarmente significativa. Sebbene alcuni Stati abbiano ridotto la visibilità della loro cooperazione a causa della devastazione a Gaza, le relazioni di base sono rimaste inalterate.

I dati sulle esportazioni riflettono questa continuità. La quota delle esportazioni israeliane di materiale bellico destinate alla Regione è aumentata anche con l’intensificarsi della guerra. Nel 2024, dopo il primo anno di guerra, i Paesi degli Accordi di Abramo rappresentavano il 12% delle esportazioni israeliane di materiale bellico. Nel 2025, la quota era salita al 15%. Questa traiettoria suggerisce che la normalizzazione ha creato canali di comunicazione solidi, difficilmente interrompibili da pressioni politiche o dall’opinione pubblica.

Sebbene Israele raramente riveli l’identità degli acquirenti, le categorie di esportazione rivelano la natura della domanda. Nel 2025, i missili e i sistemi di difesa aerea hanno rappresentato il 29% delle esportazioni, seguiti dai sistemi di sorveglianza e ricognizione con il 22%, mentre radar, guerra elettronica e sistemi aeronautici hanno costituito ciascuno una quota significativa.

ELBIT COME MODELLO: L’AZIENDA CHE TRAE PROFITTO DALLA GUERRA

Elbit Systems offre una chiara panoramica di come questo modello operi a livello aziendale. L’azienda ha registrato un fatturato di 7,9 miliardi di dollari (6.807.588.000 euro) nel 2025, con un aumento del 16%, e un portafoglio ordini di 28,1 miliardi di dollari (24.214.332.000 euro). Circa il 72% di tale portafoglio proviene da Paesi al di fuori di Israele.

I vertici aziendali hanno collegato direttamente questa crescita ai conflitti in corso. Le dichiarazioni agli investitori e ai media evidenziano l’aumento della domanda a seguito delle operazioni a Gaza e della guerra israelo-americana contro l’Iran.

I dirigenti hanno anche segnalato l’interesse dei Paesi firmatari degli Accordi di Abramo, inquadrandolo come parte di una tendenza più ampia tra gli stati che affrontano simili problemi di sicurezza.

Emerge così un ciclo che lega il conflitto alla domanda e la domanda alla produzione. Le aziende si posizionano all’interno di questo ciclo, presentando l’esperienza sul campo di battaglia come un vantaggio competitivo.

I clienti, a loro volta, cercano sistemi che siano stati impiegati in condizioni reali. La preferenza per la tecnologia “collaudata” rafforza il legame tra zone di conflitto attive e successo commerciale.

FRONTI IN ESPANSIONE, MERCATI IN ESPANSIONE

La crescita delle esportazioni nel settore della difesa è strettamente legata all’ampliamento della portata delle attività militari israeliane.

A Gaza, la guerra ha generato una delle crisi umanitarie più gravi della storia recente. Nella Cisgiordania Occupata, gli sfollamenti sono aumentati vertiginosamente, con decine di migliaia di persone costrette ad abbandonare le proprie case in aree come Jenin, Tulkarem e Nour Shams.

In Libano, le continue violazioni del cessate il fuoco hanno mantenuto instabile il fronte. In Iran, gli attacchi diretti hanno segnato il passaggio da un confronto occulto a un conflitto aperto. In Yemen, le dinamiche marittime e missilistiche hanno aggiunto un ulteriore elemento al contesto del conflitto.

Questi fronti sovrapposti formano un panorama operativo continuo. Nel discorso sulla difesa israeliana, vengono considerati la prova della capacità operativa in molteplici ambiti.

Per l’industria, questa ampiezza significa un maggior numero di sistemi testati in diversi teatri operativi, non solo in un singolo scenario. È questo il risultato che viene venduto.

Allo stesso tempo, la continuità della guerra garantisce che gli impegni di produzione ed esportazione rimangano ininterrotti. I funzionari della difesa israeliana hanno sottolineato che le industrie continuano a rifornire le forze armate, onorando al contempo i contratti internazionali, a dimostrazione del fatto che il conflitto non ha limitato la produzione.

FINANZIAMENTO DEL SISTEMA

L’espansione delle esportazioni nel settore della difesa fa parte di una strategia più ampia volta a rafforzare le capacità militari di Israele.

Secondo le dichiarazioni ufficiali, i ricavi delle esportazioni contribuiscono al rafforzamento delle forze armate, al sostegno dello sviluppo industriale e all’espansione del bilancio della difesa. Ogni contratto si inserisce in un sistema che collega industria, pianificazione militare e politica estera.

In questo contesto, i fondi provenienti da acquirenti esterni, siano essi alleati occidentali o Stati arabi con cui i rapporti si sono normalizzati, entrano a far parte della base finanziaria che sostiene le operazioni militari di Israele.

Gli accordi intergovernativi rafforzano ulteriormente questo legame. Tali accordi vengono negoziati direttamente con le istituzioni che sovrintendono sia alla produzione di armamenti che al dispiegamento militare. La distinzione tra acquirente e alleato strategico diventa meno netta.

Per gli Stati arabi Complici, le implicazioni vanno oltre gli appalti. I flussi finanziari si integrano in un ciclo che sostiene la produzione di sistemi utilizzati nei conflitti in corso nella Regione.

UN’ECONOMIA REGIONALE PLASMATA DALLA GUERRA

Si è delineata una dinamica regionale in cui conflitto, commercio e allineamento politico si intersecano.

Israele presenta le proprie capacità militari come fonte di affidabilità e forza. Le sue industrie della difesa promuovono sistemi validati attraverso operazioni continue. Gli acquirenti cercano tecnologie collaudate in condizioni reali.

Gli accordi di normalizzazione hanno facilitato questo scambio, creando canali attraverso i quali capitali, tecnologie e cooperazione in materia di sicurezza si muovono con minori vincoli. Il risultato è un contesto in cui la guerra è alla base dell’attività economica.

Per l’Asia Occidentale, le conseguenze non si limitano alle immediate preoccupazioni di sicurezza. Si estendono alla struttura delle relazioni economiche e politiche, plasmando il modo in cui gli Stati interagiscono e quali sono le loro priorità.

La questione che segue non riguarda solo la politica, ma anche l’allineamento. Man mano che i legami finanziari e di sicurezza si intensificano, lo spazio per la neutralità si restringe.

IL COSTO DELL’ALLINEAMENTO

Dopo anni di conflitto in espansione su più fronti, i contorni di questo sistema sono ora visibili.

Gli Accordi di Abramo si sono evoluti da semplici accordi diplomatici a meccanismi che collegano il capitale arabo all’industria della difesa di Tel Aviv. Accordi sulle armi, accordi congiunti e coordinamento in materia di sicurezza hanno creato una rete in cui scambi economici e attività militari sono strettamente interconnessi.

L’impatto di queste relazioni non può essere separato dalle guerre in cui questi sistemi vengono impiegati. Le stesse tecnologie commercializzate all’estero vengono dispiegate in tutta la Regione e i ricavi che generano alimentano le strutture che le sostengono.

Con il protrarsi del ciclo di conflitti e scambi commerciali, i confini tra campo di battaglia, mercato e allineamento politico diventano sempre più sfumati.

Tratto da The Cradle. Traduzione di La Zona Grigia.
Mohamad Sweidan è un ricercatore di studi strategici, collaboratore di diverse piattaforme mediatiche e autore di numerosi studi nel campo delle relazioni internazionali. I suoi principali interessi di ricerca si concentrano sugli affari russi, sulla politica turca e sul rapporto tra sicurezza energetica e geopolitica.


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