L’anno nero della pena di morte in Arabia Saudita

par Riccardo Noury - Amnesty International
martedì 18 agosto 2015

Neii primi sette mesi del 2015 l’Arabia Saudita ha eseguito il 26 per cento in più delle condanne a morte dell’intero 2014: 110 rispetto a 84.

Se la tendenza verrà confermata nei mesi successivi, il tragico record di 192 esecuzioni registrato nel 1995 verrà, due decenni dopo, superato.

Nel regno saudita, la pena di morte è prevista per omicidio, stupro, rapina a mano armata, traffico di droga ma anche per “reati” quali l’omosessualità e la stregoneria. Si ritiene che la metà delle condanne a morte riguardi reati di droga e che almeno un terzo delle persone messe a morte sia costituito da cittadini stranieri, tra cui non poche collaboratrici domestiche.

Le condanne a morte vengono inflitte al termine di processi che non rispettano gli standard internazionali sui procedimenti equi e che, quando gli imputati sono stranieri non arabofoni, a volte sono condotti in lingua locale senza servizi di interpretariato.

Le esecuzioni avvengono quasi sempre in pubblico mediante decapitazione, come illustrato nella foto scattata con un telefonino.

A maggio, le autorità saudite hanno pubblicato online un bando per l’assunzione di otto nuovi boia. Requisiti richiesti: decapitare criminali in pubblico e compiere amputazioni degli arti in caso di reati di minore entità.


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