L’amichettismo meloniano
par Massimo Icolaro
lunedì 28 luglio 2025
Nel 2019, una battagliera Giorgia Meloni denunciava a gran voce i “meccanismi dell’amichettismo”, gli incarichi pubblici assegnati sulla base delle appartenenze e non delle competenze. Parlava di “merito”, “trasparenza” e di “fine delle spartizioni”. Oggi, a quasi due anni dal suo insediamento, la Presidente del Consiglio guida un governo che ha redistribuito centinaia di poltrone pubbliche esattamente secondo quelle logiche che una volta diceva di voler cancellare.
La retorica anticasta che nasconde il manuale Cencelli
Il governo Meloni ha messo mano al più imponente giro di nomine nelle società partecipate degli ultimi anni: Eni, Enel, Leonardo, Terna, Poste, solo per citarne alcune. Le scelte? Perfettamente in linea con gli equilibri di potere tra Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, in un copione cencelliano degno della Prima Repubblica.
-
Giuseppe Zafarana, ex comandante della Guardia di Finanza, è stato messo alla presidenza di Eni, spinto dalla Lega.
-
Roberto Cingolani, ex ministro tecnico sotto Draghi e oggi vicino a Meloni, è stato piazzato all'AD di Leonardo, una delle aziende più strategiche del Paese.
-
Giuseppina Di Foggia, prima donna a guidare Terna, è una manager rispettabile, certo, ma la sua nomina è frutto di un accordo tutto interno a FdI.
Il merito? Non pervenuto. Tutte figure competenti, forse, ma accomunate da una forte vicinanza politica all’attuale maggioranza. Nessun concorso, nessuna selezione trasparente, nessun bando aperto. Solo logiche di appartenenza.
Poltrone e stipendi d’oro: chi sono i veri privilegiati
Nel frattempo, il governo ha tentato – salvo poi ritrattare per il clamore – di aumentare lo stipendio dei ministri non parlamentari, fino a quasi 7.000 euro netti al mese, con un fondo ad hoc da 500.000 euro l’anno per “rimborsi spese”. Una mossa che stride con la narrazione di “sobrietà” e “vicinanza al popolo”.
I redditi dichiarati dai membri dell’esecutivo parlano chiaro:
-
Guido Crosetto, ministro della Difesa: quasi 900.000 euro dichiarati nel 2022.
-
Maurizio Leo, viceministro all’Economia: oltre 2,8 milioni di euro.
-
Meloni stessa: circa 293.000 euro.
In un Paese dove il reddito medio annuo si aggira sotto i 22.000 euro, questa classe dirigente si muove nelle alte sfere, predicando rigore e sacrifici agli altri.
Clientelismo 4.0: amici, ex parlamentari, consulenti
Oltre 600 nomine in enti pubblici e società partecipate sono state gestite direttamente dall’esecutivo, spesso senza alcun processo di selezione aperto, in perfetta continuità con i governi precedenti. Molti CdA sono popolati da ex parlamentari, portaborse, militanti, fedelissimi. In molti casi, persone senza curriculum adeguato, ma con tessera o “sponsorship” giusta.
Un esempio? Le nomine nei consigli di amministrazione secondari, come Cinecittà, GSE, Zecca dello Stato, o agenzie ministeriali: posti distribuiti con logica partitica, senza trasparenza né gara. Tutto quello che Meloni un tempo chiamava “amichettismo”.
Dov’è finito il merito?
Lo slogan di Fratelli d’Italia, “Pronti”, sembrava voler indicare una nuova classe dirigente, preparata e competente. Ma i fatti dimostrano che il vero criterio di selezione è l’appartenenza. In certi casi, anche l'obbedienza.
Meloni ha trasformato Palazzo Chigi in un fortino di fedelissimi. Nessuna apertura alla società civile, ai talenti indipendenti, ai giovani capaci. Solo logiche di potere, di controllo e di fedeltà personale.
Giorgia Meloni aveva promesso una rivoluzione etica, una rottura con la “casta”, un governo dei migliori. Ha finito per fare le stesse scelte di sempre, con gli stessi metodi di sempre, nei soliti posti di potere.
Altro che fine dell’amichettismo: l’amichettismo è diventato sistema di governo.