L’amichettismo meloniano

par Massimo Icolaro
lunedì 28 luglio 2025

Nel 2019, una battagliera Giorgia Meloni denunciava a gran voce i “meccanismi dell’amichettismo”, gli incarichi pubblici assegnati sulla base delle appartenenze e non delle competenze. Parlava di “merito”, “trasparenza” e di “fine delle spartizioni”. Oggi, a quasi due anni dal suo insediamento, la Presidente del Consiglio guida un governo che ha redistribuito centinaia di poltrone pubbliche esattamente secondo quelle logiche che una volta diceva di voler cancellare.

La retorica anticasta che nasconde il manuale Cencelli

Il governo Meloni ha messo mano al più imponente giro di nomine nelle società partecipate degli ultimi anni: Eni, Enel, Leonardo, Terna, Poste, solo per citarne alcune. Le scelte? Perfettamente in linea con gli equilibri di potere tra Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, in un copione cencelliano degno della Prima Repubblica.

Il merito? Non pervenuto. Tutte figure competenti, forse, ma accomunate da una forte vicinanza politica all’attuale maggioranza. Nessun concorso, nessuna selezione trasparente, nessun bando aperto. Solo logiche di appartenenza.

 Poltrone e stipendi d’oro: chi sono i veri privilegiati

Nel frattempo, il governo ha tentato – salvo poi ritrattare per il clamore – di aumentare lo stipendio dei ministri non parlamentari, fino a quasi 7.000 euro netti al mese, con un fondo ad hoc da 500.000 euro l’anno per “rimborsi spese”. Una mossa che stride con la narrazione di “sobrietà” e “vicinanza al popolo”.

I redditi dichiarati dai membri dell’esecutivo parlano chiaro:

In un Paese dove il reddito medio annuo si aggira sotto i 22.000 euro, questa classe dirigente si muove nelle alte sfere, predicando rigore e sacrifici agli altri.

 Clientelismo 4.0: amici, ex parlamentari, consulenti

Oltre 600 nomine in enti pubblici e società partecipate sono state gestite direttamente dall’esecutivo, spesso senza alcun processo di selezione aperto, in perfetta continuità con i governi precedenti. Molti CdA sono popolati da ex parlamentari, portaborse, militanti, fedelissimi. In molti casi, persone senza curriculum adeguato, ma con tessera o “sponsorship” giusta.

Un esempio? Le nomine nei consigli di amministrazione secondari, come Cinecittà, GSE, Zecca dello Stato, o agenzie ministeriali: posti distribuiti con logica partitica, senza trasparenza né gara. Tutto quello che Meloni un tempo chiamava “amichettismo”.

 Dov’è finito il merito?

Lo slogan di Fratelli d’Italia, “Pronti”, sembrava voler indicare una nuova classe dirigente, preparata e competente. Ma i fatti dimostrano che il vero criterio di selezione è l’appartenenza. In certi casi, anche l'obbedienza.

Meloni ha trasformato Palazzo Chigi in un fortino di fedelissimi. Nessuna apertura alla società civile, ai talenti indipendenti, ai giovani capaci. Solo logiche di potere, di controllo e di fedeltà personale.

 

Giorgia Meloni aveva promesso una rivoluzione etica, una rottura con la “casta”, un governo dei migliori. Ha finito per fare le stesse scelte di sempre, con gli stessi metodi di sempre, nei soliti posti di potere.

Altro che fine dell’amichettismo: l’amichettismo è diventato sistema di governo.

Foto Wikimedia


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