L’affido di Xavier Legrand

par angelo umana
mercoledì 22 agosto 2018

 Ciò che più impressiona de L'Affido sono i visi che esprimono emozioni anche senza parole: la paura del bambino 11enne di due genitori che si separano, le sue ansie e lacrime che derivano dalle ingiunzioni che “quello“ (suo padre, così lo indica parlando con la mamma e la sorella 18enne) gli impone. Ha fatto del figlio uno strumento di ripicca e di minacce contro la moglie che lo ha allontanato (Tua madre la pagheràcara!): il suo viso che è apparso posato all'inizio, davanti al giudice che sentenzia che il bambino gli sia affidato ogni due week-end, si trasforma via via in furia, smania di conoscere i segreti della vita di sua moglie senza di lui, gelosia pura senza via d'uscita, non si cura di usare il bambino come ostaggio, strumento di inquisizione e di un'impossibile rivalsa. E' così ingiusto il gesto di comandare dei comportamenti al bambino col dito indice teso, che ingiunge e minaccia. A distanza di giorni dalla visione padre e figlio sono i due personaggi che più si fanno ricordare, la madre è meno ritratta ma a sua volta lo sguardo esprime decisione, desiderio di non contravvenire alla sentenza della giudice, ma anche remissività e controllo auto-imposto per non provocare ancora di più l'ex-consorte.




La tensione crescente trasforma il film in un thriller, il marito è uno stalker dei più insistenti, l'epilogo ricorda vagamente il Jack Nicholson di Shining, anche qui c'è una porta del bagno chiusa come rifugio di madre e figlio e lui, fuori di sé, non ha l'accetta ma un fucile da caccia. Delle figure davvero da amare per la loro rappresentazione, la donna e il bambino verso una nuova vita libera e lui sopraffatto, esausto dei suoi stessi desideri violenti e disperati. Giustamente premiato con l'argento a Venezia 2017. N.B. Chissà se Jusq'à la garde , il titolo originale, significhi esattamente “verso l'affido”, ma “la garde” è guardia, custodia, sorveglianza, cose diverse dall'affido come in italiano lo intendiamo: questo ha più del prendersi cura, affidare un bimbo a qualcuno che amorevolmente gli sta accanto, mentre il papà del film è preda di possessione dispotica.


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