L’Intelligenza Artificiale al servizio del nuovo tecno-colonialismo

par Pressenza - International Press Agency
giovedì 1 ottobre 2026

Per il cosiddetto 'apprendimento automatico' dei sistemi di intelligenza artificiale è necessaria la produzione di una mole immensa di dati, moltissimi raccolti in tanti modi... (Foto di CIGI)

Elisabeth Di Luca - Redazione Italia

Data colonialism, slow violence e tecnofascismo

Zeus è uno studente di medicina nigeriano che, dopo una lunga giornata in ospedale, torna a casa e si fissa l’iPhone alla fronte per filmarsi mentre fa le faccende di casa.

No, non è un “creatore di contenuti” o un “influencer“, bensì un lavoratore di un’azienda statunitense con sede a Palo Alto, in California, la Micro1, che raccoglie dati reali da vendere ad aziende di robotica.

Zeus è solo una delle migliaia di persone che in questo momento – in Nigeria, in India, in Cina, negli Stati Uniti – stanno prestando il proprio corpo al nuovo mercato dei dati di movimento umano.

E Zeus è anche uno dei più fortunati: lui guadagna 15 dollari all’ora, mentre a migliaia di chilometri di distanza, in India, mentre lavorano pagati un paio di dollari all’ora miriadi di operai e magazzinieri indossano le telecamere per ‘addestrare’ la macchina che probabilmente un giorno li sostituirà, e lascerà senza impiego (MIT Technology Review, 2026 – 1 ).

Nel gradino ancora più basso di questa filiera, troviamo i ghost workers, ovvero coloro che etichettano immagini, moderano contenuti, correggono gli errori dei modelli – un “lavoro invisibile” che permette all’industria di vendere l’intelligenza artificiale come “autonoma” (Centre for International Governance Innovation, 2019 – 2 ).

Zeus, i lavoratori indiani e i ghost workers sparsi nel mondo sono il primo anello di una catena di estrattivismo dei dati che genera valore in modo profondamente asimmetrico, e i cui impatti negativi si manifestano in modo più evidente e acuto sulle categorie di soggetti più fragili, sia in termini di razza, classe e genere.

Siamo di fronte ad una nuova forma di colonialismo che si impadronisce del flusso quotidiano delle vite, nella forma astratta dei dati digitali: quello che i teorici Nick Couldry e Ulises Mejias chiamano data colonialism (Institute of Network Cultures, 2022 – 3 ).

Slow violence: l’estrattivismo dei corpi

Pur non essendo un caso ambientale in senso stretto, anche il caso di Zeus e delle migliaia di lavoratori come lui può rientrare nella definizione di slow violence di Nixon (2011 – 4 ), quella di una violenza graduale e dispersa, che non è spettacolare né possiede un colpevole visibile, e che per questo colpisce con più forza chi ha meno potere di reagire.

Il danno di questo nuovo colonialismo è infatti

Inoltre, come la maggior parte delle crisi ambientali, è un’urgenza che si manifesta ‘al rallentatore’, attraverso forme di violenza che sono prive di drammaticità immediata e i cui effetti catastrofici si percepiranno sul lungo termine.

Ma l’estrattivismo del corpo umano e l’estrattivismo ambientale sono due tappe della stessa filiera, perché il colonialismo dei dati finisce per alimentare data center che consumano enormi quantità di energia e acqua, e i
robot che quei filmati addestrano funzionano grazie a materie prime estratte a un costo ambientale e umano altissimo.

L’ascesa del tecnofascismo

Questo meccanismo è reso possibile dal fatto che in comunità con poche alternative economiche, pochi dollari l’ora sembrano un’opportunità più che uno sfruttamento.

Non è un caso, infatti, che il corpo/materia venga cercato in Nigeria o in India, dove è proprio la fragilità a esporre alla violenza chi ha meno potere di reagire.

Ma anche l’assenza di sensazionalismo gioca un ruolo determinante: il video di qualcuno che piega il bucato non
produce l’immagine scioccante che media e opinione pubblica richiedono per accendere l’attenzione e attivare la pressione politica.

Di fatto, se togliamo qualche inchiesta come quella recente di Bloomberg (2026 – 6 ), il fenomeno resta sostanzialmente invisibile.

Ma c’è una terza condizione che rende il fenomeno l’ennesima espressione di un sistema tecnofascista: l’assenza totale di un contrappeso politico.

Nessuna delle aziende coinvolte ha reso pubbliche politiche chiare su come questi dati vengano conservati, anonimizzati o riutilizzati. Tralasciando lo scopo dichiarato – già problematico per le ragioni viste sopra – cosa sappiamo di quelli non dichiarati? E se questi dati facessero parte di una strategia più ampia di sorveglianza di massa, nel senso più letterale del termine?

Un pugno di aziende private – e di miliardari con il potere politico ed economico pari a quello di uno Stato – sta decidendo il destino lavorativo di intere categorie professionali, mentre dispone di una quantità di dati personali che potrebbe vendere o cedere a governi autoritari senza che nessun processo democratico, nessuna negoziazione collettiva e nessun quadro normativo sia mai stato interpellato.

Fragilità economica, silenzio mediatico e potere privato senza mandato si sommano così in un unico dispositivo, che rende la violenza lenta ma soprattutto invisibile persino a chi, come Zeus, la sta vivendo in prima persona.

La sinergia tra IA, violenza e tecnofascismo

Slow violence, IA e tecnofascismo agiscono insieme, in una sequenza perfetta.

Osserviamola in azione in un esempio concreto: sappiamo che nella fascia andina tra Cile, Argentina e Bolivia – il cosiddetto triangolo del litio – le falde acquifere vengono prosciugate e i terreni contaminati per estrarre il litio (Rigeneriamo il Territorio, 2024 – 7 ) che alimenta le batterie dei data center e dei robot di cui abbiamo parlato.

L’acqua, di cui le comunità indigene non possono più disporre, serve per alimentare, metaforicamente, i
modelli che un giorno potrebbero rubare il lavoro ai loro figli.

Contestualmente, avviene anche un’altra forma di estrazione: i dati ambientali e demografici di quelle stesse comunità alimentano dataset di addestramento – senza che ci sia alcuno strumento di compensazione né di consenso – sovrapponendo un secondo strato di estrattivismo al primo: non solo viene
rubata la materia prima, ma anche la conoscenza su come estrarla.

È a questo punto che il tecnofascismo completa il cerchio, grazie al controllo della narrazione.

Attraverso una retorica ambientalista, aziende e governi promuovono l’estrazione come necessaria per la transizione verde (Orizzonti Politici, 2021 – 8 ) e presentano come antagonista del progresso chiunque provi a denunciarne i danni ambientali.

Ed è qui che il ciclo della slow violence si chiude su sé stesso: il danno ambientale alimenta l’IA, l’IA normalizza la propria esistenza, e le proprie conseguenze, grazie alla narrazione del progresso inevitabile, mentre la complessità del suo sistema tecnico diluisce la responsabilità umana fino a renderla impercettibile.

Siamo di fronte alla versione digitale della violenza lenta di Nixon.

Come resistere?

Esistono già tutte le strategie, normative e risposte possibili, sia sul fronte politico, sociale e culturale che su quello tecnico, ma nessuna di esse, da sola, è commisurata alla velocità e alla scala del fenomeno descritto fin qui.

Ciò che manca – secondo l’autrice di questo articolo – è la coesione che tenga insieme tutti gli strumenti che già esistono e funzionano nell’arginare il problema: abbiamo bisogno di una base culturale condivisa su cui fondare un movimento di rivendicazione unico e compatto, che possa dare forza a ciascuna di queste leve. Ma soprattutto che lo possa fare in fretta, perché la finestra in cui la direzione di marcia è ancora negoziabile si sta chiudendo.

Ognuna delle risposte esistenti agisce su uno dei fronti analizzati in questo articolo, ma nessuna sull’intersezione dei tre insieme:

L’assenza di un fronte unico fa sì che ciascuna di queste risposte resti isolata e, quindi, strutturalmente più lenta del fenomeno che dovrebbe contrastare…

… e Zeus?

Lui continua a legarsi l’iPhone alla fronte, un gesto piccolo e privo di drammaticità: un uomo che piega il bucato davanti a una telecamera. Ma dentro quel gesto ripetitivo e in apparenza insignificante si trovano addensati tutti i temi di questo articolo – un corpo reso materia prima, un danno differito e una narrazione che lo edulcora.

Rendere visibile la connessione fra questi temi è, forse, il primo atto per costruire il fronte comune di cui abbiamo bisogno: perché solo ciò che si vede può essere contestato.

 

  1. MIT Technology Review – The gig workers who are training humanoid robots at home, Michelle Kim, 2026
  2. CIGI –The “Ghost Workers” Underpinning the World’s Artificial Intelligence Systems, Ronald Orol / 2019
  3. Institute of Network Cultures – How to Resist Data Colonialism? Interview with Nick Couldry & Ulises Mejias, Geert Lovink / 2022
  4. Harvard University Press – Slow Violence and the Environmentalism of the Poor, Rob Nixon / 2011
  5. Rob Nixon – https://doi.org/10.2307/j.ctt2jbsgw
  6. Bloomberg – How India Is Training the Robots of the Future / 2026
  7. Rigeneriamo il Territorio – L’impatto ambientale dell’estrazione del litio, Mattia Mezzetti / 2024
  8. Orizzonti Politici – Il dilemma del litio: transizione ecologica e danni ambientali / 2021

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