Kolchoz, il secondo romanzo russo di Carrere tra storia, epos familiare e confessioni intime
par Eleonora Poli
martedì 12 maggio 2026
È uscito da poco anche in Italia l’ultimo libro dello scrittore francese che sarà nei prossimi giorni al Salone del Libro di Torino per presentarlo. In omaggio alla madre scomparsa tre anni fa, l’autore ripercorre la saga di quattro generazioni, dalla Russia all’Europa, tra intense vicende private e collettive che incrociano i grandi eventi del Novecento.
Emmanuel Carrère è in tour con il suo romanzo Kolchoz (Kolkhoze nel titolo originale francese): nei giorni scorsi a Milano al Teatro Dal Verme, il 15 e il 16 maggio parteciperà agli incontri in calendario al Salone del Libro di Torino, prossimamente sarà a Roma e in altre città. Il libro, uscito in Francia lo scorso settembre, è ora pubblicato in Italia, edito da Adelphi: grandi l’attesa e l’interesse per quest’autore, ben felice di scoprire che - fuori dalla Francia e non certo solo da oggi - il nostro Paese è quello dove incontra i lettori più appassionati.
Kolchoz è romanzo ma anche e soprattutto un’autobiografia e una biografia, perché i protagonisti sono Carrère stesso e la sua famiglia; la madre per prima, eroina indiscussa di un’avventura umana che viene da molto lontano, tra antenati aristocratici e migrazioni, intrecci culturali e sentimentali, personaggi epici e sempre tuttavia indiscutibilmente reali. Lo scrittore trae l’incipit della narrazione dalle ricerche del padre che, per decenni, rapito dal fascino di queste origini romanzesche, si è dedicato alla ricostruzione dettagliata e quasi maniacale dell’albero genealogico della moglie Hélène.
La storia inizia nel secolo scorso, in un mondo destinato a essere stravolto da cambiamenti epocali: nel ramo materno, le radici affondano nella Russia, patria dei bisnonni di Emmanuel e della nonna Nathalie; e in Georgia, il Paese “dimenticato” del nonno Georges, luogo di confine e di transito ai margini dell’Impero. L’affresco è molto ampio e ambizioso. Nelle prime pagine di “Kolchoz” ci si perde quasi nel quadro cosmopolita di parenti vicini e lontani, di zii e cugini, di nomi e patronimici che ricordano quelli dei principi e delle principesse di Tolstoj. Proseguendo nella lettura il cerchio però si stringe ed emerge la componente più intima, vero cuore del racconto.
Dalla migrazione in Francia dei nonni all’incontro e al matrimonio della giovane mamma russo-georgiana con il padre francese, Louis Carrère D’Encausse, l’autore rimette insieme tutti gli ingredienti che l’hanno portato nel tempo a essere la persona e l’intellettuale che è oggi. Nel suo percorso umano e letterario c’è tutto questo. C'è lo spaesamento e poi l’orgoglio per la sua nuova identità della madre Hélène Zourabichvili che, una volta sposata e naturalizzata francese, rinuncia subito volentieri al suo vecchio cognome “à coucher dehors”, vale a dire impronunciabile e in qualche modo impresentabile nella Francia del Dopoguerra. C’è il peso del terribile segreto di famiglia a lungo tenuto gelosamente nascosto da Hélène: il nonno Georges, suo padre amatissimo, scomparso misteriosamente nel 1944, era stato un collaborazionista dei tedeschi durante l’occupazione (sebbene svolgesse un ruolo di secondo piano e non se ne siano mai accertate le effettive responsabilità). Nella formazione di Emmanuel, nel suo bagaglio, spiccano la Russia degli zar e quella dell’Unione Sovietica, sfociata nella Perestroika di Gorbaciov; quindi, verso i giorni nostri, nei governi di Eltsin e Putin, oggi nel dramma attuale della guerra in Ucraina.
È senza ombra di dubbio la seconda protagonista di “Kolchoz”, la Russia: il tormentato Paese delle contraddizioni, degli eccessi, del mito e dei cliché, delle grandi guerre, il luogo dove tutto diventa leggenda, il luogo dell’anima in grado di segnare profondamente, a vita, chi ne è venuto in contatto. È la prima fonte culturale e letteraria di Carrère, al quale la madre impone di leggere “L’idiota” di Dostoevskij quando è ancora un bambino. La lingua, mai parlata in casa, è assorbita poco a poco dallo scrittore quasi per osmosi, benché confessi più volte di non essere mai riuscito a apprenderla seriamente. Ai confini dell’Europa, oltre i limite dell’Occidente, la Russia è meta di viaggi, anzi di una serie di “pellegrinaggi” che Carrère descrive in un altro libro di vent’anni fa, “Un romanzo russo”. Il soggetto è molto vicino a quello di “Kolchoz”, ma la disposizione mentale, il momento della vita e le conclusioni sono completamente differenti. Quanto “Romanzo russo” è percorso dall’inquietudine e da un certo senso di colpa per avere svelato vicende private familiari implicitamente “proibite”, tanto l’opera recente è vissuta come esperienza letteraria pacificante, un cerchio che si ricompone, il ricongiungimento del passato al presente.
È la morte della madre, nell’agosto 2023, a innescare il processo di stesura del romanzo che lei attraversare in ogni pagina; e a sancirne la conclusione. Sarebbe mai stato scritto se Hélène fosse ancora in vita? L’emigrata disorientata eppure carica di aspettative, la promettente studentessa di Sciences Po, la sposa diciannovenne, la mamma di tre bambini, Emmanuel e le sorelle Marina e Nathalie: c’è però molto di più, e non sono risparmiati dettagli, a costo di esporre senza remore Hélène a interpretazioni tutt’altro che positive. Emerge la figura forte, a tratti autoritaria e sfuggente, della donna di successo, della scrittrice di saggi dalla carriera brillante che diventa in Francia una delle massime esperte di Unione Sovietica; e poi la segretaria permanente dell’Académie française che vive un’esistenza intensa tra viaggi, frequentazioni di altissimo livello a stretto contatto con la cronaca e con i “luoghi del potere”.
La madre per Carrère è come la Russia: primo e indiscusso amore durante l’infanzia e in seguito co-protagonista di un rapporto controverso, difficile e doloroso, un “odi et amo” che lo ha profondamente segnato. Lo spartiacque è il momento in cui Emmanuel, ancora ragazzino, scopre che la mamma ha una relazione con un altro uomo, un diplomatico conosciuto durante un viaggio all’estero; relazione che – conclusasi presto per preservare la pace domestica, dietro una sorta di ricatto morale del marito - comprometterà per sempre il rapporto tra i genitori, il loro matrimonio; resteranno insieme per ben settantacinque anni, fino alla fine, ma senza più amore da parte della moglie, e nella dolorosa scelta del consorte di vivere nell’ombra di lei, del suo successo sociale. Ecco quindi svelarsi l’altra faccia dell’uomo e del letterato Carrère, l’altra componente di una personalità e un ego complessi che lo rendono però così riconoscibile; è questa probabilmente anche tra le ragioni delle angosce, della depressione di cui racconta di avere sofferto a più riprese. “La vita con me sono le montagne russe e le sabbie mobili… Io sono il volto di mia madre che si sottrae, sono la sofferenza senza fondo di mio padre”. La narrazione si fa da questo punto del libro così toccante, privata e interiore che viene da domandarsi se l’autore delle pagine non abbia avuto mai timore di scrivere, se non abbia qualche volta avuto paura a rileggere, sapendo di consegnare se stesso a migliaia di lettori sconosciuti.
È questa del resto l’essenza della scrittura di Carrère, la cifra distintiva.
Al di là dell’evento scatenante, il cambiamento del rapporto madre-figlio è indagato come tema universale che prima o poi riguarda un po’ tutti. Nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza e all’età adulta, nella trasformazione inevitabile del legame con i genitori, arriva un momento in cui questi sembrano non perdonare ai figli di essere cresciuti, di guardare la realtà con i propri occhi, di pensare in autonomia e di avere idee diverse; i figli a loro volta non perdonano i genitori nello scoprire che hanno una vita al di fuori di loro. La “ribellione” per il giovane Carrère è nella complicità con lo zio Nicolas; è nel leggere e adorare Tolstoj, inspiegabilmente detestato dalla famiglia materna; è nel prendere una posizione opposta a quella dell’accademica Hélène Carrère d’Encausse su Putin e sulla guerra di aggressione contro l’Ucraina.
Quest’altalena di sentimenti, emozioni, rancori inespressi e il silenzio di anni si rimarginano nei giorni che precedono la morte della madre novantaquattrenne; una fine serena, dignitosa e “stoica”, la definisce Carrère, del resto in linea con la sua figura, pubblica e privata. Anche per il figlio la fine è il vero momento della catarsi in cui la mamma amorevole dell’infanzia si riconnette a quella del presente. È il significato del titolo. Kolchoz, termine dal suono duro, molto “sovietico”, ha invece nel lessico familiare un’accezione dolce, intima: quando il padre Louis partiva in trasferta per lavoro, i figli si riunivano nel letto della mamma, ed era questo “fare kolchoz”, tutti insieme. Un ricordo che rivive l’ultimo giorno, chiudendo il racconto: “Quella notte lì, tutti e tre intorno a nostra madre, noi abbiamo per l’ultima volta fatto kolchoz”.
Eleonora Poli