Israele e Iran in attesa del gong

par Fabio Della Pergola
venerdì 10 febbraio 2012

Quando si parla di un possibile conflitto fra Iran e Israele la questione viene risolta di solito nel seguente modo.

Chi è di destra o giù di lì, ventila il pericolo di distruzione cui verrebbe esposto lo stato ebraico se l’Iran arrivasse a dotarsi della bomba atomica, cosa che si dà per scontata. Chi è di sinistra, o giù di lì, ventila il pericolo per la pace mondiale in caso di immotivata e scellerata azione imperialista di Israele contro uno stato che si vuole dotare solo di energia nucleare a fini civili, cosa che si dà per scontata. Israeliani ed iraniani ovviamente non hanno dubbi.

In realtà di scontato c'è davvero poco.

Solo una minoranza (non trascurabile in termini elettorali) degli israeliani, circa il 40% ci dicono alcune fonti di stampa, vedrebbe positivamente un attacco, ma ben pochi, per quanto se ne sa, sta fra le alte sfere del Mossad o degli ambienti degli analisti militari. I favorevoli sarebbero solo alcuni dei maggiori leader politici.

Nulla è noto davvero, invece, per quanto se ne chiacchieri molto, delle diverse anime dell’establishment iraniano; chi a favore di un programma atomico civile e chi invece intenzionato ad allargarsi (cioè espandere l’arricchimento dell’uranio) verso possibili utilizzi militari. Vige al massimo livello, la taqiyya islamica; la prassi di occultare la propria verità (e le proprie azioni illecite) per non trovarsi nei guai.

L’AIEA (la cui nuova direzione Amano peraltro è già stata contestata da qualcuno per un ipotizzato eccesso di contiguità con gli americani), nella sua veste di unico interlocutore super partes autorizzato, pare che dica cose estremamente prudenti, che non danno certezze né nel senso di confermare l’allarme né nel senso del tranquillizzare le ansie ebraiche. L’Iran quindi prosegue nel suo programma che al momento non sembra essere diverso da quanto in suo legittimo diritto, cioè all’interno dei confini del trattato di non proliferazione nucleare che (a differenza di Israele) ha sottoscritto.

Restano alcuni fatti della storia recente che ci possono però aiutare a ragionare (che è altra cosa dall'avere certezze) sulla questione. E’ certo ad esempio che l’Iraq prima e la Siria più recentemente avevano tentato la costruzione di siti nucleari segreti. Che Israele ha prontamente distrutto senza emettere un solo fiato di allarme preventivo. E già questo la dice lunga. E' prassi israeliana colpire quelli che ritiene pericoli considerati estremamente reali per la propria sopravvivenza, senza correre minimamente il rischio di mettere in allarme il proprio avversario.

Oggi siamo in una situazione opposta: se ne parla in continuazione. Si vocifera, si sussurra, si grida, si minaccia, si passano veline e smentite delle veline appena passate. E, in effetti, i due contendenti per adesso sono pari in quanto a proclami (prima minacce dall'Iran e poi minacce da Gerusalemme, fino a prova contraria). Non c’è giorno che i giornali israeliani non sprechino chili di inchiostro sulla questione e non c’è giorno o quasi che non ci sia una presa di posizione di qualche esponente del regime di Teheran.

Con gli americani che vanno e vengono nello stretto di Hormuz come se fosse lo struscio serale in una cittadina di provincia.

Le cose sicure sono poche, ma concrete. Che gli americani abbiano tutto quell’ardore bellicoso dell’éra Bush sembra francamente poco probabile; sono appena partiti dall’Iraq, hanno davanti alcuni mesi di campagna elettorale e le elezioni a novembre; hanno un debito pubblico stratosferico ed inoltre vedono appena adesso l’economia schiudere pigramente un occhio, dopo il sonno profondo degli ultimi anni. Infine che lo stretto di Hormuz possa essere davvero bloccato per settimane o mesi non può che terrorizzare tutte le economie occidentali, in particolare quelle europee ancora in fase recessiva.

Dipingere quindi un attacco all’Iran come l’ennesima velleitaria e sanguinaria aggressione dell’occidente imperialista sembra essere un po' poco credibile. Diverso il caso degli stati del Golfo che vedrebbero con piacere qualcuno - il piccolo o il grande Satana - fare il lavoro sporco per metterli al riparo dal peso della crescente ingerenza iraniana, salvo poi strepitare contro gli infedeli, come di prammatica.

Israele avrebbe invece un ben più motivato interesse strategico legato alla sicurezza; la deterrenza è fondamentale per uno stato più piccolo della Toscana, con meno abitanti del Cairo e affogato nel mare di ostilità che centinaia di milioni di persone - attualmente in ebollizione - gli riservano di cuore da almeno sessant’anni, pressandolo da vicino.

La sua supremazia militare nell’area è garanzia di sopravvivenza (anche se qualcuno parla di sopraffazione). L’alternativa non militare è un processo di pace reale, con l’immediata creazione e riconoscimento di uno stato palestinese e l’evacuazione di un bel po’ di colonie, che sarebbe comunque una cosa giusta; è ipotizzabile - ma tutt’altro che dimostrabile - che potrebbe dare una qualche pace effettiva a medio/lungo termine, a meno di concedere alle élite palestinesi e israeliane una credibilità che non si meritano granché (al momento poi tra Netanhyau da una parte e il recente accordo Fatah/Hamas dall'altra, la pace sembra essere proprio l'ultima delle possibilità). Soprattutto è poco dimostrabile che l'eventuale stato di Palestina sia la panacea per tutti gli attuali furori iraniani.

E’ altrettanto vero però che in caso di attacco Israele si troverebbe a dover subìre una super ritorsione da oriente, con i missili a lunga gittata che l’Iran ha in arsenale, un'aggressione ravvicinata dalla frontiera libanese dove Hezbollah ha accatastato decine di migliaia di ordigni e da sud, dalla striscia di Gaza, dove sono stoccati vettori ormai in grado di raggiungere (così pare) le città israeliane.

Senza contare gli scontri a terra, alla frontiera libanese (dopo il rapido defilarsi delle forze Unifil), a quella siriana (con un Assad che pagherebbe per poter esportare contro "l'entità sionista" un po' dei suoi guai); e ancora nei Territori, da Gaza, forse nel Sinai, probabilmente anche con vaste proteste di piazza della minoranza araba all’interno dello stesso stato ebraico. Con tutti gli altri islamici - dai neo ottomani turchi fino al Pakistan - inferociti (più o meno davvero, più o meno per finta).

Si verrebbe a creare una pessima situazione, al limite dell' “ingestibile”; alla fin fine è noto che l’aviazione israeliana non ha rivali, ma l’esercito è stato inchiodato per settimane dalla milizia armata di un partito durante la guerra del Libano 2006; tutt'altro che invincibile, si direbbe. Non c’è da stupirsi se analisti ed intelligence sconsigliano l’azione militare.

Questo lo capiscono gli israeliani, lo possiamo capire anche noi; non lo avranno capito anche gli iraniani ?

Allora la chiave di volta per interpretare la situazione potrebbe essere proprio questa: l'Iran sa che Israele sa e Israele sa che l’Iran sa.

Quindi gli uni potrebbero essere effettivamente tentati di dotarsi di armi atomiche (anche ammesso che fino ad ora non l’avessero previsto, se rischiano di brutto lo stesso, tanto vale rischiare per qualcosa), sfruttando i timori israeliani di trovarsi in una situazione ingestibile o gestibile solo a prezzo di azioni drammaticamente (ed eticamente) riprovevoli, ben più di quanto sia mai accaduto finora; e per ciò lo stato ebraico tanto più si sentirà in pericolo di perdere davvero la capacità di deterrenza su cui fonda tutte le sue sicurezze.

Allora - questa è l’azzardata ipotesi - l’Iran potrebbe andare davvero verso l’arsenale nucleare (al di là di quello che dice l’AIEA e senza perdere tempo a difendere la buona fede o il pacifismo indimostrabile degli ayatollah; un’occasione così potrebbero non farsela scappare) e Israele potrebbe avere una fortissima tentazione di agire sul serio, sapendo però che potrà fermare per un po’ il programma, e ad un prezzo decisamente alto, ma non mettergli fine per sempre. L’Iran non è l’Iraq né la Siria. O all'attacco segue un cambio di regime o hai ottenuto poco (a parte i morti e un crescente isolamento internazionale).

E quindi, forse, sorprendentemente, potrebbe non rischiare davvero una guerra devastante per un obiettivo così evanescente. In fondo il potere deterrente dello stato ebraico potrebbe essere sufficiente perché a Teheran si pensi che non vale la pena rischiare di essere polverizzati solo per essersi tolta la soddisfazione di distruggere una città israeliana. Perfino un militare può avere dei dubbi in questo senso.

Allora il futuro potrebbe riservarci la sorpresa di un bel nulla di fatto, dopo tanti sussurri e tante grida, e traghettarci in un mondo nuovo con due potenze atomiche costantemente sul piede di guerra, consapevoli che se l’equilibrio si dovesse spezzare entrambe ne subirebbero conseguenze terribili. Una versione moderna della buona, vecchia e terrorizzante guerra fredda. Ma per arrivare a questo punto uno dei due rischia di perdere la faccia e in Medio Oriente questo proprio non lo si può fare: quindi qualcuno dovrà trovare o suggerire il "modo" per un accordo che salvi la faccia di entrambi. Mica facile. Forse solo l'AIEA può riuscirci con un miracolo di artifici diplomatici e ambigui quanto basta.

Se perciò vi sembra più credibile l’ipotesi classica (che attualmente sembra andare ancora per la maggiore), un Israele-David al suonare del gong attaccherà, convinto di farcela ancora, limitando i danni, ad abbattere il Golia di turno. Con tutte le conseguenze che può immaginare anche chi è dotato di scarsa fantasia.


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