Israele | Trauma, vendetta e autodistruzione. La degenerazione psichica e morale della società sionista

par Medioriente.net
giovedì 28 maggio 2026

La società israeliana degli ultimi anni appare sempre più intrappolata in un processo di degenerazione morale e psichica, che parte dal trauma individuale di soldati e famiglie e si allarga fino a corrodere l’intero tessuto collettivo.

 La clinica ce ne offre una radiografia impietosa: psicologi e terapeuti descrivono famiglie disorganizzate dalle assenze prolungate, da ansia cronica e da un senso di precarietà esistenziale che investe partner e figli, con regressioni nei bambini, depressione, insonnia e conflitti coniugali come sintomi ormai “normali” della vita in tempo di guerra permanente. Allo stesso tempo, chi torna dal fronte, riservisti e combattenti, porta con sé sintomi di PTSD, esplosioni di rabbia, somatizzazioni e colpa, in un quadro clinico che gli stessi servizi dell’esercito descrivono come diffuso e in crescita dopo le campagne a Gaza, anche tra chi non è stato direttamente sotto il fuoco ma ha partecipato alla violenza attraverso schermi, droni, bombardamenti a distanza. Questo non è solo un insieme di casi singoli: è la psiche quotidiana di una società militarizzata, in cui il trauma non è l’eccezione ma l’infrastruttura emotiva del vivere.

Dal lutto alla vendetta, quando il trauma diventa ideologia di annientamento

Proprio da questo humus psichico si alimenta la degenerazione politica e morale: come mostra Boksbaum, la linea di confine fra lutto e vendetta è stata sistematicamente spostata, fino a rendere socialmente legittimo un linguaggio di rivalsa senza limiti, ben oltre ogni pretesa di “difesa”. Il discorso vendicativo, incoraggiato da leader politici e militari dopo il 7 ottobre, rompe qualsiasi argine: immagini di rappresentanti dello Stato che firmano proiettili, richiami biblici ad Amalek e alla cancellazione del nemico, retoriche di annientamento totale. Nella clinica questo si traduce in soldati che raccontano atti di distruzione, umiliazione e saccheggio vissuti come “normali” o addirittura motivo di orgoglio, e in terapeuti costretti a confrontarsi con una deumanizzazione interiorizzata, in cui l’altro, soprattutto il palestinese, smette di essere soggetto e diventa puro oggetto su cui scaricare lo shock, la vergogna e l’umiliazione. Quando una società intera cessa di distinguere tra desiderio di vendetta e pratica vendicativa, come nota l’articolo, lo Stato stesso scivola da “democrazia che si dichiara vincolata al diritto internazionale” a formazione para-militare che agisce come se fosse sciolta da ogni limite, mentre gran parte dell’opinione pubblica e dei media ne normalizza la violenza.

La famiglia come vettore di guerra, generazioni cresciute nella normalizzazione della violenza

In questo contesto, la famiglia non è un rifugio ma il primo luogo in cui la guerra corrode legami, linguaggio e capacità di empatia, fino a riflettersi sull’intera società. Le ricerche cliniche mostrano come l’angoscia e la dissociazione dei padri e delle madri in uniforme si traducano in rigidità, conflitti, violenza domestica, incapacità di sintonizzarsi con i figli, creando generazioni che crescono in un clima di allarme permanente e di narrazione bellica normalizzata. Boksbaum descrive con lucidità come questo processo produca una scissione collettiva: da un lato la tribù ebraico-israeliana ferita, chiusa in un narcisismo vendicativo; dall’altro la cancellazione della sofferenza altrui, compresa quella dei palestinesi massacrati a Gaza, fino al punto che alcuni storici della Shoah in Israele definiscono ciò che avviene nella Striscia un genocidio, mentre la maggioranza e i media scelgono la rimozione. In mezzo, esistono esperienze minoritarie come il Forum delle famiglie in lutto israelo-palestinese, che rifiutano la vendetta e cercano un lavoro di memoria e riconoscimento reciproco; ma proprio il loro essere marginali conferma la tesi clinica più dura: la società israeliana, modellata da decenni di occupazione e guerre ricorrenti, sta trasformando il trauma in identità e la vendetta in norma, avvitandosi in una spirale autodistruttiva che divora tanto chi opprime quanto chi è oppresso.


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