Iraq e Venezuela: il petrolio come baricentro strategico, analogie tra il crollo di Baghdad e l’esautorazione di Caracas
par Martina Paiotta
venerdì 6 marzo 2026
Con l’ascesa di Hugo Chávez, il petrolio veniva visto, dagli Stati Uniti, come un’arma politica che il Venezuela aveva a disposizione contro Washington: essendo il petrolio la prima fonte economica del Venezuela, Chávez usò i proventi per finanziare un apparato politico indipendente, il Socialismo e le alleanze anti-USA, conscio che la dipendenza dal Nord avrebbe portato il Venezuela ad essere un territorio povero, depredato, ininfluente e schiavo.
L’ascesa di Maduro ha dato un segnale potentissimo a Washington: gli Stati Uniti si aspettavano che, con la morte di Chávez, Caracas avrebbe abbandonato il Socialismo; l’ascesa di Maduro è stata letta come
Nonostante la retorica infuocata, però, gli Stati Uniti ancora figuravano tra i clienti del Venezuela, poiché pagavano in contanti e in dollari, a differenza di Cina e Russia che accettavano petrolio come rimborso dei debiti contratti da Caracas.
Dal 2017, Washington, consapevole che il Venezuela stava accumulando - con il sostegno di Russia, Cina e Iran - un potere finanziario e strategico notevole, ha iniziato a colpire il cuore finanziario del Venezuela, impedendo alla PDVSA - la Compagnia Petrolifera Statale Venezuelana - di operare sui mercati americani; ciò ha creato un paradosso poiché Caracas si è spinta ancor più verso un’alternativa multipolare. Per decenni, la PDVSA ha posseduto la CITGO, una rete di raffinerie e stazioni di servizio negli Stati Uniti, creando un legame fisico - e quindi una dipendenza - tra il sottosuolo venezuelano e i serbatoi delle auto americane, una posizione “aggravata” dal fatto che numerose quote della società erano detenute da Cina, Russia e Iran.
Per l’Iraq, si è avuta una dinamica simile ma non analoga: fino ai primissimi anni ‘70, il petrolio iracheno era controllato dalla Iraq Petroleum Company, un consorzio di compagnie occidentali (tra cui le americane Exxon e Mobil); nel 1972, il partito Ba'th nazionalizzò l’industria petrolifera. Per Washington, questo fu il “peccato originale”: la perdita del controllo diretto sulle riserve della Mesopotamia era stata letta come un affronto gravissimo agli interessi occidentali. Tuttavia, ci fu un paradosso che non è possibile omettere: durante la guerra Iraq-Iran, gli USA sostennero Saddam Hussein nonostante la nazionalizzazione, poiché vedevano in lui un argine contro la rivoluzione islamica di Teheran; dunque, in questa fase, il petrolio iracheno serviva a finanziare una guerra funzionale anche agli interessi americani. Il vero punto di non ritorno arrivò con l’invasione del Kuwait, nel 1990, da parte di Saddam: controllando l’Iraq e il Kuwait, Saddam avrebbe gestito niente di meno che circa il 20% delle riserve mondiali, divenendo il potenziale arbitro dei prezzi dell’OPEC. Washington non poteva permettere che un leader così ostile all’Occidente avesse un tale potere di ricatto sull’economia globale, così, dopo la Guerra del Golfo (1991), l’Iraq fu sottoposto al regime sanzionatorio più duro della Storia. Saddam Hussein dichiarò, nel 2000, che l’Iraq non avrebbe più accettato dollari per il suo petrolio, esigendo pagamenti esclusivamente in euro. Le nuove leggi petrolifere post-2003 aprirono nuovamente i giacimenti alle multinazionali straniere, tentando di riportare Baghdad nell’orbita produttiva occidentale.
Quanto appena discusso è il punto di contatto più forte con le dinamiche venezuelane che si sarebbero (ri)presentate ventitré anni dopo.
Le analogie tra le dinamiche irachene del 2003 e quelle venezuelane del 2026 risiedono infatti nella funzione che il petrolio svolge come strumento di sfida all’ordine monetario e finanziario nordamericano; una visione, questa, in cui la risorsa naturale cessa di essere una merce per diventare una “colpa” geopolitica: e cioè la “pretesa” di gestire il proprio petrolio secondo criteri di sovranità, e non secondo le clausole contrattuali di Washington. In altri termini, questo si traduce nell’avere la sacrosanta, sovrana “pretesa” di voler (e poter) commerciare liberamente le proprie risorse naturali anche con Partner di propria scelta che operano al di fuori del perimetro del dollaro. Una “minaccia” all’egemonia finanziaria del dollaro, questa, gravissima, che avrebbe portato gli Stati Uniti a perdere enorme forza contrattuale nel mercato del petrolio, proprio ora che il Venezuela occupava la prima posizione in classifica per il numero di greggi posseduti, a vantaggio di Paesi nemici per gli USA, ma amici e alleati di Caracas come Russia, Cina e Iran, i principali “consumatori” del Venezuela di Maduro. Letto in questo senso, il parallelismo tra il crollo dell’Iraq di Saddam Hussein e il blitz contro il Venezuela di Maduro rivela uno schema operativo pressoché medesimo, dove il controllo delle risorse del terreno diviene il vero, conclamato obiettivo strategico. Sebbene separati da ventitré anni e da contesti geopolitici differenti, i due Paesi condividono una quasi identica sorte: nel 2000, Saddam Hussein annunciò che l’Iraq avrebbe accettato pagamenti in euro anziché in dollari per scambiare il suo petrolio, sfidando il sistema dei petrodollari nato negli anni ‘70. Tre anni dopo, Baghdad cadeva sotto l’offensiva della Coalition of the Willing e Saddam Hussein veniva catturato. Una delle prime azioni del governo provvisorio iracheno dopo la caduta di Saddam fu, non a caso, riportare le vendite di petrolio in dollari e dare agli Stati Uniti la possibilità di gestire a titolo pieno e unilaterale i greggi. Tuttavia, alla base non c’erano solo tentativi di de-dollarizzazione: gli Stati Uniti si erano resi conto che l’Iraq di Saddam stava accumulando un potere militare ed economico senza precedenti, emergendo a Superpotenza della Regione e mettendo a rischio gli interessi strategici occidentali (o meglio, statunitensi), in Medio Oriente.
In entrambi i casi, l’intervento militare o paramilitare è stato preceduto da una massiccia campagna di delegittimazione morale volta ad isolare, spesso senza reale successo, il Leader: in Iraq, la narrazione si focalizzò sulle “Armi di Distruzione di Massa”, rivelatesi un clamoroso falso storico, nonché sul fatidico, immancabile, “legame con il terrorismo globale”.
Come Saddam, Maduro ha capito che la sovranità nelle scelte di un Paese passa anche per la valuta: il Venezuela ha smesso di quotare il proprio greggio in dollari, passando a panieri di valute alternative, come il Rublo, il Renminbi e il Rial iraniano, cercando di ricorrere al sistema di pagamenti russo (SPFS). Commerciare con Russia, Cina e Iran non è stato un semplice atto di “disobbedienza diplomatica”, ma una vera e propria adesione ad un ecosistema geopolitico alternativo, in cui gli Stati Uniti non avevano pressoché alcun tipo di potere. Il blitz del 3 gennaio riflette lo stesso copione del 2003, ma con metodi diversi: poiché un’invasione classica avrebbe scatenato la reazione russa o cinese, come previsto dai trattati del 2025 che le Potenze hanno stipulato con Caracas, gli USA hanno optato per il rapimento, consci che non avrebbero avuto strada piana da nessun altro punto di vista.