Inverno demografico e aborto

par clemente sparaco
giovedì 30 aprile 2026

Nella ricerca delle cause della denatalità, che affligge in modo endemico il nostro Paese e l’Occidente, il riferimento all’aborto appare politicamente scorretto, tant’è che viene censurato o sottaciuto per lasciare spazio a motivazioni economico-sociali ritenute più importanti e dirimenti.

Si sostiene che la crisi demografica dipende dall’incertezza economica in quanto induce i giovani a rinviare la formazione di una famiglia propria e a posticipare la decisione di avere un figlio. La precarietà o la mancanza di lavoro, la sua strutturazione con la difficoltà di conciliarne ritmi ed esigenze con la funzione genitoriale sarebbero l’esclusiva causa della vertiginosa diminuzione delle nascite. Si adducono infine le difficoltà a trovare un’abitazione, la carenza di servizi, il costo economico e sociale dei figli.

Tutto senz’altro vero. Eppure la connessione con la legalizzazione dell’aborto emerge matematicamente laddove solo si consideri il brusco calo del numero di donne nate a partire dalla fine degli anni ’70 in conseguenza della soppressione massiva di feti effettuata tramite l’aborto legalizzato. La diminuzione ha poi un effetto a cascata perché si riproduce ed amplifica negli anni e per le generazioni successive. Infatti, vanno contate nel numero complessivo di mancate nascite non solo quelle che non si sono avute per aborto, ma anche quelle ci sarebbero potute essere, e non ci sono state, perché il potenziale genitore è stato soppresso nel seno materno.

Si è finiti di fatto in un precipizio: una dinamica negativa, difficile da invertire, devastante da un punto di vista demografico. E la Legge 194, che pure doveva garantire “il diritto alla procreazione cosciente e responsabile”, nonché riconoscere “il valore sociale della maternità” e tutelare “la vita umana dal suo inizio” (art. 1), è stata totalmente disapplicata nelle sue premesse di principio. Cosicché si è rivelata di fatto un mezzo per il controllo delle nascite.

Ora, a distanza di quasi mezzo secolo, sarebbe quantomeno auspicabile che si promuova un’indagine su questo. Ma il solo evocarla incontra l’opposizione violenta, ideologica, fanatica e faziosa degli antinatalisti, i quali ostacolano a priori ogni seria discussione in merito, rivelandosi contraddittoriamente i primi disapplicatori della Legge 194 per quanto attiene alla “tutela della vita umana dal suo inizio”.

Ciò rivela un’ipocrisia di fondo che sottostà all’interpretazione e applicazione della Legge la quale negli anni è divenuta quello che nel suo stesso principio ispiratore non doveva essere: un mezzo di controllo delle nascite. Cosicché l’ideologia ha finito per prendere il sopravvento sull’equilibrio perseguito dalla Legge 194 fra “tutela della vita” e contrasto all’aborto clandestino e si è imposto piuttosto il principio della sovranità riproduttiva, a dispetto del riconoscimento dello statuto giuridico del nascituro e, quindi, del diritto alla vita, a dispetto della scienza stessa che oggi è in grado di intercettare in quello che viene definito insipientemente “un grumo di cellule” il battito del cuore fin dalla sesta settimana.


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