Intervista allo storico dei partiti politici Leonardo Raito

par Leonardo Raito
martedì 19 maggio 2026

Negli ultimi anni il centrosinistra italiano ha faticato a recuperare consenso elettorale e a costruire un’alternativa credibile al governo guidato da Giorgia Meloni. Dopo la vittoria di Elly Schlein alle primarie del Partito Democratico nel 2023, il dibattito interno alla coalizione si è intensificato: era davvero la scelta migliore? Oppure la leadership di Stefano Bonaccini avrebbe potuto offrire un profilo più competitivo?

Ne parliamo con lo storico dei partiti politici Leonardo Raito, che analizza le dinamiche strutturali della crisi del centrosinistra.

Professore, molti analisti sostengono che il centrosinistra non sia riuscito a costruire un’alternativa competitiva alla leadership di Giorgia Meloni. Dove nasce questa difficoltà?

La difficoltà nasce da una crisi identitaria e strategica che il campo progressista italiano trascina da oltre un decennio. Dopo il ciclo politico di Matteo Renzi, il Partito Democratico non è più riuscito a stabilire una linea chiara tra vocazione maggioritaria e coalizione sociale.

Nel frattempo la destra guidata da Giorgia Meloni ha costruito una narrazione politica molto più coerente: identità nazionale, sicurezza, stabilità di governo. Il centrosinistra invece ha oscillato tra radicalizzazione identitaria e moderatismo tecnocratico senza riuscire a sintetizzare le due dimensioni.

In questo quadro lei sostiene che Stefano Bonaccini sarebbe stato un leader più efficace rispetto a Elly Schlein. Perché?

Per una ragione principalmente sistemica e sociologica. Stefano Bonaccini rappresentava un modello di leadership territoriale radicata e pragmaticamente riformista.

Il suo successo come presidente della Emilia-Romagna dimostra la capacità di parlare contemporaneamente a tre blocchi elettorali fondamentali:

Elly Schlein, al contrario, ha costruito la propria leadership soprattutto su un profilo identitario e movimentista, più efficace nelle primarie aperte che nelle elezioni politiche nazionali.

Quindi il problema sarebbe il tipo di elettorato che ciascun leader riesce a mobilitare?

Esattamente. Le primarie del Partito Democratico hanno premiato Schlein perché mobilitano prevalentemente l’elettorato più ideologizzato e politicamente attivo.

Ma nelle elezioni politiche il centrosinistra deve conquistare l’elettore mediano, cioè quell’area moderata e pragmatica che decide le maggioranze.

Bonaccini, per stile politico e linguaggio amministrativo, aveva una maggiore capacità di parlare a quell’elettorato. Schlein invece rafforza il consenso nei segmenti già progressisti, ma fatica a espandere la coalizione.

Alcuni sostengono però che Schlein abbia ridato identità al centrosinistra.

È vero, ma il problema è quale identità.

Un’identità troppo polarizzata sui temi simbolici – diritti civili, linguaggio politico, conflitti culturali – rischia di non intercettare le priorità percepite da ampi settori della società: lavoro, sicurezza economica, mobilità sociale.

Bonaccini incarnava un riformismo amministrativo molto più concreto, legato alla tradizione delle regioni rosse e alla cultura di governo locale.

In sintesi, cosa avrebbe rappresentato Bonaccini per il centrosinistra italiano?

Avrebbe rappresentato tre cose fondamentali:

  1. Un profilo di governo credibile costruito su risultati amministrativi concreti. 
  2. Una leadership riformista e pragmatica, capace di parlare anche ai moderati. 
  3. Una strategia elettorale espansiva, non limitata all’elettorato progressista urbano. 

In altre parole, Bonaccini avrebbe probabilmente reso il Partito Democratico più competitivo nel confronto diretto con Giorgia Meloni.

Il centrosinistra può ancora recuperare terreno?

Sì, ma solo se riuscirà a risolvere la sua contraddizione fondamentale: decidere se vuole essere un partito identitario di testimonianza oppure una coalizione riformista di governo.

Finché questa ambiguità resterà irrisolta, la destra continuerà a beneficiare di una maggiore coerenza narrativa e politica.

 


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