"Insistisci": il Pennacchi dei marciapiedi , la farsa dell’icona postuma e lo spreco da 5,5 milioni di euro
par Massimo Icolaro
mercoledì 5 agosto 2026
Se Antonio Pennacchi fosse ancora qui a masticare il suo sigaro lungo i portici di via Armellini, di fronte all'inaugurazione in pompa magna dei giardini comunali si sarebbe incazzato nero. Non avrebbe usato mezze parole né formule diplomatiche. Avrebbe preso quei manifesti propaganda, i comunicati patinati delle autorità e le cifre del bilancio comunale e li avrebbe sventolati in faccia ai presenti con il suo solito tono burbero e tonante: «Ma che state a combinà?».
L'INCONTRO DA PIERMARIO E LA PAROLA PRONUNCIATA MALE
Era il 2010 o forse il 2011. Presso la libreria Piermario in via Armellini — presidio culturale e umano di una Latina che masticava idee prima che slogan — mentre discutevo col riccioluto Piermario, stavo cercando una strada per pubblicare il mio primo volume narrativo, "I bepi della capanna". Chiunque si sia cimentato con l’editoria sa quale muro di gomma si frapponga tra la pagina scritta e la carta stampata.
Mentre lamentavo queste difficoltà con il libraio, si avvicinò un uomo alto, stazzonato, con il sorriso sbieco e l'aria ruspante tipica di chi ha le radici immerse nella tempra dei "veci" veneti venuti a bonificare la pianura. Era Pennacchi. Era radioso: lo avevano appena proposto per il Premio Strega. Ma della boria da autore consacrato non v’era traccia.
«Te credi mica che per me è stata una passeggiata? Ho prodotto pure io un sacco di cartaccia!». Fece per voltarsi e andarsene, con quel suo tono secco, apparentemente scorbutico. Poi si rigirò di scatto, mi fissò sotto i baffi e aggiunse, quasi ridendo: «Insistisci».
Un verbo storpiato? No, una sferzata dialettale, un’invenzione ruspante rubata al parlato dei Monti Lepini. In quella singola parola sibilata con finta stizza c’era tutta la sua filosofia: la scrittura non è un privilegio per anime delicate, ma un mestiere d'attrito. Se hai qualcosa da dire, spingi e vai avanti.
SOTTO LA GALLERIA PENNACCHI: LA PROFEZIA DEL MARCIAPIEDE
Negli anni successivi ci si incontrava spesso nei pressi della Galleria Pennacchi. lui abitava di fronte.
Un’omonimia pura, che con lo scrittore non c’entrava nulla — il costruttore del complesso era colui che demolì la vecchia casa del contadino per tirare su il primo grattacielo della città — ma che la sorte volle piazzare proprio di fronte al palazzo dove Antonio abitava.
Nomen omen, dicevano i latini.
In quel periodo la mia parabola lavorativa stava vivendo una svolta brutale. Dopo 17 anni da responsabile per un appalto comunale, mi ritrovai demansionato a semplice ausiliario del traffico. Al posto mio "casualmente" uno sconosciuto da fuori provincia.
Dispetti e irrisioni sul posto di lavoro allo scopo di snervarmi erano la regola, sia dai preposti che dai colleghi, io ero lo sfigato che non avrebbe vinto la battaglia.
E loro se la godevano.
Una ritorsione strisciante, un mobbing aperto che avrei poi portato nelle sedi opportune.
Anche nei miei ricorsi in Tribunale i giudici sembravano irridermi, sbagliandomi il cognome con uno diverso, e non volendo ascoltare i miei testimoni e accettando una tesi farlocca di "difficoltà aziendali" smentita dai bilanci e dal CERVED.
Il Comune di Latina non garantiva il lavoratore nell'appalto mentre lo avrebbe dovuto fare.
Alcuni giornali dell'epoca si interessarono alla mia vicenda gli articoli su di me uscivano con cadenza settimanale e i miei problemi erano noti a tutta la provincia.
Salvo a chi se ne disinteressava, avevo inviato lettere e denunce sugli appalti clientelari ma senza alcun esito addirittura una lettera all'allora commissario prefettizio.
Una sorta di damnatio memoriae verso di me era la parola d'ordine della politica.
Facevo il mio giro lungo di controllo di auto in sosta.
Dodici lunghi chilometri al giorno.
Quando incontravo Antonio spesso ero vestito da sfigato ausiliario del traffico, sotto i portici, o davanti casa sua, il saluto era d'obbligo
« Allora, Antò ?»
E lui non mancava di chiedermi con la sua franchezza spietata:
«Giovane, è il caso di chiedere a te come va… vedo che te ne stanno a fa’ de tutti i colori.»
«Giovane? Antonio, ho cinquant’anni!» rispondevo io ridendo.
«E te lamenti?» ghignava lui. «Questi cialtroni passano e magari li schiaffano in galera, abbi fede.»
Non era consolazione da buonista. Era lo sguardo disincantato di un ex operaio che conosceva le bassezze del potere di provincia. Sapeva che certi soprusi d’ufficio nascono dalla mediocrità di chi gestisce la cosa pubblica e che la parabola degli arroganti finisce quasi sempre per consumarsi da sola.
LA SCOMMESSA CIVICA DEL 2011 E LO STRAPPO CON I POLI
Quella vicinanza alle traversie della città reale spiegò anche la sua presa di posizione nel 2011. Pennacchi decise di spendersi in prima persona promovendo la lista civica "Pennacchi per Latina" a sostegno di Filippo Cosignani. Non cercava poltrone — non si candidò nemmeno al consiglio comunale — ma voleva dare una spallata al sistema.
Era il tentativo di rompere la tenaglia tra una destra arruffona e furbacchiona, abituata a gestire la città come una proprietà privata, e una sinistra incolore, erede della peggior prassi democristiana, incapace di produrre una visione. La sua fu una battaglia di rottura, polemica e orgogliosa, per restituire dignità storica e culturale al capoluogo
pontino.
I CONTI CHE NON TORNANO: LA MATEMATICA DELLO SPRECO
Il Parco Falcone e Borsellino copre circa 7 ettari (70.000 metri quadrati). Spendere 5,5 milioni di euro per la sua riqualificazione significa impegnare quasi 78,5 euro al metro quadrato. Con una cifra del genere, un privato farebbe piantumare ed erigere fino a 100 ettari di bosco con alberi già alti due metri, oppure pavimenterebbe a nuovo l'intera superficie con materiali di altissimo pregio. Vedere che dopo anni e milioni i vialetti rimangono gli stessi e il risultato è
minimo rende la misura dell'inefficienza pubblica.
LA FARSA DEL RECUPERO POSTUMO E LO SCEMPIO DEI 5,5 MILIONI
Oggi assistiamo alla recita di una politica locale — con Fratelli d'Italia e i quadri di governo cittadino in testa — che tenta di appropriarsi dell'immagine di Antonio Pennacchi, citandolo come nume tutelare al taglio del nastro dei giardini comunali nel luglio 2026.
Un'inaugurazione arrivata dopo due anni e mezzo di cantiere recintato (dal 18 dicembre 2023) e dopo un’agonia ancora più lunga fatta di percorsi sconnessi, stradine interne impraticabili e lotti abbandonati. Ma a fare indignare davvero è la cifra: 5,5 milioni di euro per 7 ettari di parco.
Facciamo due conti da cantiere, quelli che Pennacchi, da ex operaio e da uomo pratico, avrebbe preteso a voce alta. Settantotto euro e rotti al metro quadrato. Con 5,5 milioni di euro un operatore privato avrebbe rimboschito da cima a fondo un'area da 50 a 100 ettari — fino a quattordici volte l'intera superficie del parco cittadino — piantumando alberi già alti due metri, installando impianti d'irrigazione d'avanguardia e rifacendo da zero ogni singolo percorso.
Invece, a Latina, con 5,5 milioni si è assistito al solito film: transenne eterne, foto di rito, annunci trionfali e foto diffuse che non mostrano nemmeno il rifacimento strutturale dei vialetti interni. Dove sono finiti quei soldi? Nella burocrazia, nelle varianti, nelle perizie, nell'infinita macchina che mangia risorse senza produrre sostanza. Vedere questo teatrino e sentire i politici locali fare il nome di Pennacchi per nobilitare uno spreco simile fa sorridere
e fa incazzare. Latina fu costruita dal nulla, scavando la palude e posando milioni di mattoni, in appena nove mesi nel 1932. Oggi, per rimettere a posto sette ettari di parco tra ritardi e costi sproporzionati, ci si mettono anni e milioni, pretendendo pure l'applauso.
Pennacchi non era roba loro. Non era un brand da spendere con la fascia tricolore sul bavero per coprire le inefficienze dell'amministrazione. Era un eretico, un provocatore, uno che le cose le diceva in faccia e che di fronte a 5,5 milioni spesi per quattro rinfrescate avrebbe tirato giù il palco. La sua vera lezione sta tutta in quel ricordo rubato sul pianerottolo della libreria: guardare in faccia il potere, smascherarne le bassezze e continuare a " insistire".