In America Latina le ong non sono gradite
par Riccardo Noury - Amnesty International
lunedì 20 aprile 2026
Negli ultimi due anni Ecuador, El Salvador, Nicaragua, Paraguay e Perù hanno adottato o modificato leggi per imporre controlli sproporzionati contro le organizzazioni della società civile, rendendo loro difficile se non del tutto impossibile ricevere fondi, fornire sostegno a gruppi e comunità e difendere i diritti umani.
La tendenza a ricorrere alle “norme anti-ong” è un segno, come si legge in un recente rapporto di Amnesty International, della diffusione dell’autoritarismo nell’America centro-meridionale.
Come sempre, l’adozione delle nuove norme o l’inasprimento di quelle vigenti è preceduta e poi accompagnata da una narrazione stigmatizzante che descrive le ong e i loro esponenti di volta in volta come “nemici interni”, “agenti stranieri” o “anti-patrioti”, che rafforza un clima già ampiamente intimidatorio e costringe spesso all’autocensura.
La mancanza di consultazione della società civile, la scarsità di notizie sui provvedimenti in discussione, la velocità dell’iter legislativo di approvazione e l’enfasi posta sulla necessità di contrastare o prevenire crimini di natura finanziaria pur in presenza di efficaci organismi e meccanismi di controllo, rivelano il vero obiettivo: espandere il controllo dello stato sulla società civile.
Il vocabolario impiegato nelle norme è fatto di definizioni ampie e ambigue (“ordine pubblico”, “attività politiche”, “interesse pubblico”, “deviazione dalle finalità” e altre ancora) che si prestano a interpretazioni soggettive e discrezionali e a un uso selettivo contro gruppi e singole persone.
Altre due caratteristiche costanti sono l’opacità e l‘arbitrarietà delle procedure di registrazione, che in alcuni casi si trasformano in un vero e proprio riconoscimento ufficiale da parte delle autorità statali. in violazione degli standard internazionali sui diritti umani; e l’eccesso di obblighi di rendicontazione, che spesso si sovrappongono a quelli già esistenti, in materia di ricevimento dei fondi e del loro impiego.
Non è dunque necessario agire dando troppo nell’occhio, ad esempio attraverso il divieto assoluto di organizzarsi in gruppi della società civile. Possono essere sufficienti disposizioni meno palesi, come l’obbligo di fornire dati sensibili sulle persone che hanno ruoli apicali in tali gruppi o l’imposizione di percentuali ad hoc di prelievo fiscale sui finanziamenti a essi diretti, soprattutto quelli provenienti dall’estero o quelli destinati a progetti su temi particolari, come la difesa delle donne, dell’ambiente e delle comunità native.
Un particolare effetto deterrente si ottiene, poi, chiamando in causa i donatori attraverso l’obbligo di fornire propri dati sensibili, e gli istituti bancari, a loro volta soggetti a disposizioni onerose e procedure estenuanti.
Il rischio di chiusura o di ritiro del riconoscimento ufficiale è sempre dietro l’angolo: un’ong di assistenza legale può essere sciolta se un suo avvocato difende un cliente in una causa contro lo stato, in altri casi può bastare il congelamento dei conti bancari o, in quelli più estremi, l’avvio di azioni penali contro i dirigenti.
L’impatto cumulativo di tutte queste politiche e procedure va ben al di là dell’operatività o dell’esistenza stessa delle ong: viene meno la tutela di gruppi vulnerabili, come le donne alle prese con la violenza domestica e sessuale o le comunità native minacciate da progetti di sfruttamento del loro territorio e del loro sottosuolo.
In altre parole, quando viene minacciata la libertà d’associazione è a rischio tutta una serie di diritti umani, che restano privi di protezione. In definitiva, è questo l’obiettivo ultimo delle “norme anti-ong”.