Il teatro non salva il mondo, ma aiuta a immaginarne uno migliore
par Sebastiano Russo
martedì 30 giugno 2026
Dalla nascita di Nave Argo alla XIX edizione di Teatrinfiniti, il racconto di un'esperienza culturale che da oltre trent'anni prova a costruire comunità attraverso il teatro.
CALTAGIRONE – In un tempo in cui la socialità sembra sempre più mediata dagli schermi e le relazioni si consumano spesso nella dimensione virtuale, c'è chi continua a credere nella forza di un'esperienza antica: incontrarsi in uno stesso luogo, guardarsi negli occhi e condividere una storia. È la filosofia che anima da oltre trent'anni Nave Argo, l'associazione fondata a Caltagirone da Fabio Navarra e da un gruppo di giovani che decisero di investire sulla cultura come strumento di crescita collettiva.
Oggi quella storia continua con la XIX edizione di Teatrinfiniti, la rassegna dedicata ai bambini e alle famiglie che rappresenta uno degli appuntamenti culturali più longevi del territorio.
Fabio Navarra, come nasce l'avventura di Nave Argo?
Nasce da una domanda molto semplice: cosa possiamo restituire alla nostra comunità?
All'inizio degli anni Novanta molti giovani lasciavano la Sicilia per studiare o lavorare altrove. Alcuni di noi stavano vivendo proprio quell'esperienza. Avevamo conosciuto realtà culturali diverse, modi differenti di vivere la città e gli spazi pubblici. A un certo punto ci siamo chiesti se fosse possibile riportare qualcosa di tutto questo a Caltagirone.
Oggi si parla spesso di "restanza", della scelta di restare o di tornare. Allora non usavamo questa parola, ma il senso era esattamente quello. Pensammo che il teatro potesse diventare uno strumento per costruire relazioni, creare occasioni di incontro e dare vita a esperienze condivise.
Fin dall'inizio avete scelto di lavorare nel centro storico. Una scelta simbolica?
Anche simbolica, ma soprattutto concreta.
Il primo spettacolo che organizzammo si svolse al Tondo Vecchio. Decidemmo di trasformare quel luogo in un teatro all'aperto. Per una sera non era più soltanto uno spazio urbano, ma un luogo di incontro. I cittadini sedevano sui gradoni e guardavano uno spettacolo che ridefiniva completamente il rapporto con quel pezzo di città.
Fu un'esperienza molto forte. Ci fece capire che il teatro poteva essere qualcosa di più della rappresentazione artistica. Poteva cambiare, anche solo temporaneamente, il modo in cui le persone vivevano i luoghi.
Da lì nacque il festival Teatro in Città, un progetto che portò gli spettacoli in spazi insoliti, dai fontanoni dell'Acqua Nuova all'ex Matrice, fino all'ex macello del quartiere Semini.
Che cosa vi ha insegnato quell'esperienza?
Che la cultura non deve aspettare che siano le persone a raggiungerla.
Ricordo ancora uno spettacolo organizzato proprio al Poggio Fanales. Alcuni attori erano piuttosto preoccupati all'idea di recitare tra case popolari e palazzine popolari. Temevano distrazioni, rumori, scarso interesse.
Accadde l'esatto contrario.
Gli abitanti parteciparono con attenzione e rispetto. Molti seguirono la rappresentazione dai balconi. Alla fine gli stessi attori ci dissero che era stata una delle repliche più belle che avessero mai fatto.
Fu una lezione importante. Il teatro acquista senso soprattutto quando raggiunge chi normalmente non avrebbe occasione di incontrarlo.
Nel 1995 arriva il Teatro Brancati. Che cosa rappresentò per voi?
Un passaggio decisivo.
Per dieci anni quel luogo è stato la nostra casa. Non era soltanto un teatro. Era uno spazio in cui si facevano spettacoli, laboratori, corsi, incontri. Un luogo in cui si produceva cultura quotidianamente.
Molti bambini e ragazzi sono cresciuti lì dentro.
La cosa che mi emoziona ancora oggi è incontrare persone che hanno partecipato a quei laboratori trent'anni fa e che ricordano quell'esperienza come qualcosa di importante nella loro vita. Non necessariamente perché siano diventati professionisti dello spettacolo. Alcuni lavorano nel settore culturale, è vero, ma altri semplicemente ricordano di aver superato la timidezza, di aver imparato a parlare in pubblico, di aver acquisito fiducia nelle proprie capacità.
A volte il teatro lascia tracce che vanno ben oltre il palcoscenico.
La chiusura del Brancati nel 2005 fu un momento difficile.
Molto.
Quando il proprietario ci comunicò che avrebbe ripreso possesso dell'immobile, capimmo che non stavamo perdendo soltanto uno spazio fisico. Stavamo perdendo un luogo di aggregazione.
Per questo decidemmo di trasformare quel momento in una proposta. Lanciammo una raccolta firme per chiedere una "Casa del Teatro" per la città.
Oltre tremila persone sottoscrissero l'appello.
A distanza di anni considero quella mobilitazione uno dei risultati più significativi del nostro percorso. Dimostrò che la questione non riguardava più soltanto Nave Argo, ma una parte importante della comunità cittadina.
Da quell'esperienza nasce anche Teatrinfiniti.
Sì, perché nel frattempo ci eravamo posti una domanda fondamentale: come si costruisce il pubblico del futuro?
La risposta che ci siamo dati è stata semplice. Bisogna partire dai bambini.
Così, nel 2000, nacque Teatrinfiniti.
All'epoca non era affatto scontato proporre una rassegna teatrale pensata specificamente per l'infanzia e per le famiglie. Oggi può sembrare normale, ma allora rappresentava una scelta innovativa.
Negli anni abbiamo capito che era una strada giusta.
Perché?
Perché il teatro diventa un'esperienza condivisa.
Un bambino che assiste a uno spettacolo con la propria famiglia vive qualcosa di diverso rispetto a chi guarda un film da solo davanti a uno schermo.
Lo scorso anno una signora si avvicinò prima di uno spettacolo accompagnando una bambina di quattro o cinque anni.
Mi disse: "Venticinque anni fa venivo qui con mia figlia. Oggi accompagno mia nipote".
Confesso che è stato uno dei momenti più emozionanti della mia esperienza professionale.
In quella frase c'era il senso di tutto il lavoro svolto in questi anni: un'esperienza culturale che passa da una generazione all'altra.
Viviamo in un'epoca dominata dai social network. Che cosa può offrire il teatro che altri strumenti non riescono a dare?
La presenza.
Può sembrare una risposta banale, ma non lo è.
Il teatro è fatto di corpi, sguardi, emozioni condivise. È un'esperienza che accade qui e ora. Non può essere messa in pausa, accelerata o consumata distrattamente.
I bambini lo percepiscono immediatamente.
Ridono, partecipano, dialogano con gli attori. Vivono qualcosa che li coinvolge completamente. È una dimensione che nessun dispositivo digitale può replicare.
Un altro tema centrale del vostro lavoro è l'inclusione sociale.
Per noi è fondamentale.
Crediamo che la cultura debba essere accessibile a tutti, non soltanto a chi possiede le risorse economiche per usufruirne.
Per questo collaboriamo con il Comune di Caltagirone, con la Caritas e con altre realtà del territorio affinché anche i bambini provenienti da famiglie fragili possano partecipare agli spettacoli.
Il nostro obiettivo non è semplicemente riempire una platea.
È creare opportunità.
Se una famiglia attraversa un momento difficile, il teatro probabilmente non sarà tra le sue priorità. Eppure proprio quelle famiglie hanno diritto a vivere esperienze culturali di qualità.
Resta però una fascia d'età difficile da coinvolgere: quella tra i 18 e i 40 anni.
È una delle grandi sfide del nostro tempo.
Non esistono scorciatoie. Per costruire un pubblico servono continuità, progettualità e investimenti. Servono luoghi aperti tutto l'anno, attività permanenti, collaborazioni tra istituzioni e associazioni.
I risultati non arrivano in pochi mesi.
Arrivano dopo anni di lavoro.
In conclusione, quale contributo può offrire il teatro a una società attraversata da conflitti, paure e solitudini?
Non credo che il teatro possa salvare il mondo.
Sarebbe presuntuoso pensarlo.
Può però aiutare le persone a conoscersi meglio e a incontrarsi. Può creare occasioni di dialogo. Può offrire strumenti per interpretare la realtà e sviluppare uno sguardo più consapevole sul presente.
Quando vedo trecento studenti seguire in silenzio uno spettacolo su Paolo Borsellino, quando ascolto gli insegnanti raccontare l'emozione che quei ragazzi hanno vissuto, penso che il teatro continui ad avere una funzione importante.
Forse non cambierà il mondo.
Ma può certamente aiutarci a immaginarne uno migliore.