Il silenzio imposto e il confine della democrazia
par Mariang_F
lunedì 9 febbraio 2026
In questi giorni il dibattito pubblico italiano è tornato a ruotare attorno al nome di Fabrizio Corona. Senza entrare nel merito delle vicende giudiziarie più recenti, senza attribuire responsabilità a emittenti, conduttori o gruppi editoriali, c’è una questione che va ben oltre il singolo personaggio e che riguarda tutti noi: il diritto di parola.
L’Italia ama definirsi uno Stato garantista.La nostra Costituzione tutela la libertà di manifestazione del pensiero e fonda il sistema giuridico sul principio della presunzione di innocenza. Eppure oggi assistiamo a una situazione che, agli occhi di molti cittadini comuni, appare difficile da comprendere: una persona a cui viene di fatto impedito di comunicare pubblicamente, di pubblicare contenuti, di utilizzare i social, di esprimere il proprio pensiero nello spazio pubblico.
Il punto non è chi sia Fabrizio Corona. Non è una questione di simpatia, antipatia o giudizio morale. Il punto è il precedente. Perché quando un diritto fondamentale viene sospeso o drasticamente limitato, il problema non riguarda più il singolo individuo, ma il perimetro stesso della democrazia.
È vero: la libertà di espressione non è un diritto assoluto. Può incontrare limiti, soprattutto quando entra in conflitto con decisioni dell’autorità giudiziaria o con altri diritti costituzionali. Ma proprio per questo ogni restrizione dovrebbe essere trasparente, proporzionata e comprensibile. Quando invece appare come una cancellazione quasi totale della possibilità di parola, nasce un cortocircuito pericoloso, soprattutto per chi osserva dall’esterno.
Il messaggio che passa è semplice e inquietante: il diritto di parola può diventare condizionale, revocabile, negoziabile. Oggi tocca a un personaggio controverso, domani potrebbe toccare a qualcun altro. È una domanda che molti cittadini si pongono, anche quelli che non provano alcuna simpatia per il protagonista di questa vicenda.
C’è poi un aspetto ancora più delicato: la dimensione preventiva di questo silenzio imposto. Non si tratta solo di intervenire su parole già pronunciate, ma di impedire parole che forse verranno dette in futuro. È legittimo chiedersi come possa uno Stato di diritto prendere decisioni su ciò che una persona non ha ancora fatto. Le pene preventive sollevano un problema enorme: trasformano il diritto in una previsione, la giustizia in un’ipotesi. I giudici applicano la legge o sono chiamati a prevedere il futuro?
Nel frattempo, nello spazio pubblico italiano, accuse pesantissime circolano liberamente. Nomi e volti vengono esposti, etichettati, additati. C’è chi viene raccontato come colpevole prima ancora di ogni accertamento definitivo. Alcuni scelgono il silenzio come strategia, forti di una posizione di potere che consente loro di non esporsi. Altri, invece, vengono messi a tacere per decisione altrui. Anche questo dovrebbe far riflettere: non tutti hanno lo stesso accesso alla parola, né la stessa possibilità di difendersi.
La sensazione diffusa, tra molti cittadini, è che la legge non colpisca tutti allo stesso modo. Che il peso del potere economico, mediatico e istituzionale incida più dei principi che amiamo citare nei discorsi ufficiali. Casi come questo rafforzano un’idea pericolosa: che la libertà di parola sia garantita solo a chi ha abbastanza forza per difenderla.
La storia italiana dovrebbe renderci particolarmente sensibili su questi temi. La Resistenza non ha combattuto per garantire la libertà solo a chi piace, solo a chi è misurato, solo a chi rientra nei confini dell’accettabile. Ha combattuto perché una voce fuori dal coro non venisse messa a tacere, perché nessuno potesse essere bastonato, censurato o ridotto al silenzio per ciò che diceva o rappresentava. Ha combattuto perché la parola non fosse un privilegio concesso dall’alto, ma un diritto inviolabile.
Eppure oggi assistiamo a un ribaltamento inquietante. Una persona viene privata della possibilità di esprimersi nello spazio pubblico, di comunicare, di esistere nel dibattito. Non viene smentita, non viene confutata, non viene contraddetta: viene zittita. Ed è proprio questo che dovrebbe preoccuparci, al di là del nome e del personaggio.
Perché la libertà di parola non scompare da un giorno all’altro. Si erode lentamente, quando il silenzio imposto diventa accettabile, quando lo si giustifica dicendo che “tanto riguarda qualcuno che se l’è cercata”, quando si smette di difendere il principio e ci si concentra solo sul volto di chi lo incarna. È così che la storia smette di essere memoria e diventa un avvertimento ignorato.
Il 25 aprile celebriamo la Liberazione, la fine di un’epoca in cui si veniva puniti per un’idea, bastonati per una parola, messi a tacere perché scomodi. Ma se oggi accettiamo senza un vero dibattito pubblico che il diritto di parola possa essere tolto con tanta facilità, allora dobbiamo avere il coraggio di porci una domanda scomoda.
Difendere il diritto di parola non significa difendere una persona.
Significa difendere un principio.
E i principi, quando vengono indeboliti, non colpiscono mai uno solo.
La libertà si misura quando è difficile difenderla, non quando è comodo farlo.
E la domanda, oggi, resta aperta: quanto siamo davvero disposti a difenderla?