Il ritorno della censura ed il nuovo proibizionismo dei social

par Valerio Mirarchi
giovedì 10 settembre 2026

Dalla fine degli anni ’90 l’Occidente sta diventando un posto sempre meno libero. Eppure gli anni ’90 sono stati indubbiamente un decennio di libertà, un decennio in cui per esempio i paesi dell’Europa dell’Est si sono liberati dal comunismo e si sono incamminati sulla strada della libertà politica, economica e civile.

Ma questo processo si è arrestato molto presto in alcuni di questi paesi, come ovviamente in Russia, dove Putin ha preso il potere nel 1999 e messo fine alla progressiva liberalizzazione della sua nazione. Nello stesso periodo, negli Stati Uniti e in Europa si è generato un certo tipo di progressismo, poi degenerato nella cultura woke, che ha ridotto la libertà di espressione ed ha collaborato ad un clima che è stato causa del varo di leggi repressive. A questa cultura woke il popolo ha reagito con la cultura reazionaria, di cui Trump è il principale esponente; cultura che a sua volta limita la libertà. Ci siamo così infilati in una spirale pericolosa e apparentemente senza via d’uscita che ci fa perdere sempre più libertà. In questa spirale rientrano appieno le leggi di blocco dei social media per i minorenni, che non a caso mettono generalmente d’accordo sia la sinistra woke che la destra reazionaria.

Appena due anni fa l’Australia ha varato l’Online Safety Amendment (Social Media Minimum Age) Act 2024, che proibisce ai minori di 16 anni di aprire un account su certi social media – il che, su diversi social, equivale a non poter visualizzare tutti o una buona parte dei contenuti. Nel settembre 2025 anche il Brasile ha emanato una legge che proibisce l’accesso ai social agli under-16. La Florida ha bandito i social per gli under-14; in Mississippi e Tennessee le piattaforme sono obbligate a bandire gli account degli under-18 a meno che non abbiano il consenso dei genitori; in Ohio il ban è per gli under-16. Il ban del Regno Unito dovrebbe entrare in vigore per la primavera 2027. Ovviamente anche paesi non-occidentali, che per adesso rimangono ancora più bravi di noi nel limitare le libertà dei cittadini, hanno preso provvedimenti simili. L’Indonesia ha bandito i social per gli under-16 nel marzo di quest’anno, la Malesia a giugno. Altri paesi, come Irlanda e Singapore, hanno adottato dei compromessi che bandiscono solo i contenuti che vengono giudicati non adatti ai minori. La Cina, che già censura per tutti i cittadini siti come Youtube e Wikipedia, nel 2023 ha varato lo Youth Anti-Addiction System o Minor Mode, che limita a poche ore il tempo in cui i minori possono stare online; provvedimento che sta per essere copiato in Occidente – malgrado un’ostilità di facciata, la Cina viene vista come un modello dalle nuove élite occidentali –. Di recente Meta, l’azienda che controlla Facebook, Instagram e Whatsapp, è stata multata negli Stati Uniti per 18 miliardi di dollari, con l’accusa di aver progettato le proprie piattaforme in modo da indurre dipendenza. Nella sentenza è scritto proprio che negli USA Facebook e Instagram dovranno avere un limite di utilizzo di due ore al giorno per i minorenni; anche il Regno Unito si sta muovendo in questa direzione. La Commissione Europea vuole vietare i social media per gli under-13, pensandolo come standard minimo per tutti i paesi membri. Anche nella nostra Italia sono state introdotte diverse proposte di legge del genere, tra cui il disegno di legge bipartisan Mennuni-Madia, che vede d’accordo parlamentari di Fratelli d’Italia, della Lega, di Forza Italia e del Partito Democratico, con l’intenzione di vietare i social agli under-15; un altro disegno di legge simile è stato presentato in Senato da Azione di Carlo Calenda e alla Camera da deputati di Azione, di Italia Viva e del Partito Liberaldemocratico di Luigi Marattin: prevede ugualmente di vietare i social agli under-15, con l’eccezione dei minorenni tra i 13 e i 15 anni che hanno il consenso dei genitori. Persino Alleanza Verdi-Sinistra ha proposto un “Divieto di utilizzazione delle piattaforme sociali telematiche da parte dei minori di sedici anni”, di iniziativa della deputata Luana Zanella. Sembra che destra, sinistra e centro siano tutti uniti nel limitare la libertà dei giovani italiani in nome della loro “protezione”, senza però che i giovani italiani lo abbiano chiesto, nella convinzione che l’élite politica sia più intelligente del popolo e sappia come fare il bene del popolo a sua insaputa. Se però si sentissero le voci più autorevoli che si sono espresse sul tema, si vedrebbe come la questione sia molto più controversa di come appare. L’UNICEF sostiene che “I divieti sui social media comportano dei rischi e potrebbero persino rivelarsi controproducenti”. Michael O’Flaherty, Commissario per i Diritti Umani del Consiglio Europeo, sostiene apertamente che i social media ban vanno contro i diritti umani degli stessi minori. E la Corte costituzionale francese ha di recente bocciato il divieto dei social per gli under-15 voluto da Macron in quanto rappresenta una “violazione sproporzionata della libertà di espressione” dei minori.

Ovviamente l’idea di “buona società” che le élite politiche cercano di perseguire è quella che hanno i governanti stessi, che spesso confligge con quella che hanno i cittadini. Ma nel caso della censura dei social per i minorenni, anche molti cittadini maggiorenni si sono schierati dalla parte dei governi che hanno preso o stanno prendendo questi provvedimenti palesemente contrari ai diritti umani e alla libertà di espressione, convinti che i social media stiano danneggiando irreparabilmente i bambini. Chiediamoci allora: in che modo i social danneggerebbero i minori?

Due anni fa Jonathan Haidt, psicologo newyorkese, ha scritto un libro dal titolo La generazione ansiosa, che è stato preso a esempio dal governo australiano per giustificare il ban dei social. Haidt identifica innanzitutto quattro danni fondamentali che i social causano ai minorenni: 1) deprivazione sociale; 2) privazione del sonno; 3) frammentazione dell’attenzione e 4) dipendenza. Di questi quattro, si può dire che soltanto l’ultimo danno sia reale e rilevante. Che la deprivazione sociale avvenga per colpa dei social è semplicemente falso: semmai, i social forniscono un supporto a quei ragazzi che hanno già delle mancanze di rapporti sociali. È lo stare molto tempo online che è una conseguenza della deprivazione della socialità reale, non il contrario. Haidt pensa che, se si eliminassero i social per i minorenni, questi ultimi riuscirebbero come per magia a fare molte più amicizie nella vita reale e la solitudine nel mondo contemporaneo finirebbe. Alla base della sua idea sembra però vi sia l’ipotesi dell’uguaglianza fondamentale di tutti i ragazzi, che denota ignoranza della natura umana. I ragazzi hanno innanzitutto interessi diversi. Un adolescente con una certa sensibilità, interessato all’arte e alla cultura, può nascere e crescere in un contesto conformistico, circondato da coetanei che parlano soltanto di calcio e in generale di argomenti che non sono di suo interesse. Quel ragazzo difficilmente riuscirà a fare amicizie reali fino a quando non andrà a vivere in un contesto più adatto a lui; nel frattempo, Internet e i social media sono l’unico modo che ha per mettersi in contatto con coetanei simili a lui. Ci sono poi i casi dei ragazzi che appartengono a minoranze, come gli LGBT, che vivono in piccoli comuni, non possono fare coming out – altrimenti verrebbero bullizzati – e dunque possono esprimere la loro vera personalità soltanto nel mondo virtuale. E ci sono infine anche i casi di ragazzi che vivono in aree rurali e a cui i social media suppliscono a delle mancanze di rapporti reali che sono causate semplicemente dalla distanza con i coetanei. Come si vede, bloccare i social farebbe aumentare, e non diminuire, la solitudine dei ragazzi. Se c’è un aumento di solitudine tra la generazione Z, i social non sono la causa, bensì una conseguenza.

Quanto alla privazione del sonno, riguarda un numero così esiguo di persone che non si può certo prendere in considerazione questo fattore per stabilire delle policy sui social. Per quanto riguarda la riduzione della soglia di attenzione, la questione è più controversa. Haidt comunque sembra non centrare il focus della questione, concentrandosi sulle notifiche che arrivano sui telefoni dei ragazzi e che interromperebbero le azioni quotidiane – oggi moltissimi utenti già disattivano le notifiche delle app – e non sui contenuti che i ragazzi guardano. Un video medio di TikTok, uno short di Youtube e un reel di Instagram durano in media un minuto; sarebbe facile dire quindi che i ragazzi concentrino la loro soglia di attenzione su quella durata massima. Trovo che questo pensiero, sebbene possa contenere una piccola parte di verità, sia falso di per sé. Il punto fondamentale è che, anche qui, non si tiene in considerazione la grande diversità degli esseri umani. Sono sempre esistite e sempre esisteranno persone con basse soglie di attenzione e persone con alte soglie di attenzione; questo è un fatto naturale, direi quasi biologico, che i mass media non possono modificare. L’effetto dei social media sulla soglia dell’attenzione delle persone, se esiste, è molto ridotto e non sufficiente per un allarme sociale. Difatti, se è vero che molti contenuti dei social durano molto poco e sono fatti apposta per chi ha una bassa concentrazione, è anche vero che nei social vi sono non pochi podcast con puntate lunghe 3 ore o anche di più. L’utente sceglie cosa guardare in base alle sue preferenze. Come Haidt non considera che le persone hanno interessi diversi, non considera nemmeno che tutti noi abbiamo soglie di attenzione diverse. E non prendendo in considerazione la diversità della natura umana, diventa molto facile addossare tutte le colpe a fattori estranei. 

Vero è però il fatto che i social possono indurre dipendenza nei soggetti predisposti, anche se con poca o nessuna differenza rilevabile tra maggiorenni e minorenni. Tuttavia, la nostra società è piena di attività che provocano dipendenze e di cui anche i minorenni possono usufruire: bere il caffè, mangiare cibi ultraprocessati, fare shopping compulsivo, giocare ai videogiochi. Alcune attività che provocano dipendenza, come il bere alcol, sono nominalmente vietate ai minorenni, ma i divieti vengono molto facilmente aggirati senza che vi sia nessun allarme sociale. Non esisterà mai una società priva di dipendenze, perché gli esseri umani sono naturalmente portati al piacere ed alcuni esseri umani sono portati ad abusare dei momenti di piacere. Cercare di eliminare le dipendenze che non sono gravemente dannose per la vita genera un effetto peggiorativo. Quando l’alcol venne proibito negli Stati Uniti, le persone continuarono a berlo in modo illegale, con però un grave peggioramento della qualità delle bevande alcoliche, che non erano più soggette a controlli. Oggi i social media sono legali e rispondono a certe esigenze di sicurezza. Bloccarli per i minorenni può avere due effetti. Il primo è che i minorenni aggireranno il divieto con una VPN (si stima che il 50% dei ragazzi australiani lo stia già facendo). Questo deresponsabilizzerà le aziende, che non si impegneranno più a cancellare contenuti inadatti ai minorenni o profili sospetti, dal momento che la colpa ricadrà unicamente sul minorenne che ha violato la legge. La seconda conseguenza sarà che un certo numero di minorenni migrerà dai social più famosi a social meno conosciuti e non inclusi nelle liste governative, dove la loro sicurezza sarà certamente più a rischio.

Abbiamo capito che dei quattro problemi nominati da Haidt, il primo (la deprivazione sociale) non è causato dai social; il secondo (la privazione del sonno) e il terzo (frammentazione dell’attenzione) sono statisticamente irrilevanti; il quarto (la dipendenza) è reale, ma non è abbastanza diffuso per giustificare un blocco preventivo dei social, misura che anzi genererebbe un effetto peggiorativo per i ragazzi. Ma Haidt non si ferma qui. L’argomento centrale del suo libro riguarda un aumento statistico dei disturbi mentali, in particolare di depressione e ansia, avvenuto tra i minorenni fra 2010 e 2015. I dati sembrano mostrare che questo incremento sia reale. Tuttavia, non è mai venuto in mente ad Haidt che il periodo massimo che prende in considerazione per evidenziare il peggioramento della salute mentale (10 anni) è estremamente breve; e che nell’arco di un secolo o due potrebbe apparire come una semplice oscillazione statistica. C’è poi da considerare un fatto ancora più importante. Il numero di minorenni (come anche dei maggiorenni) affetti da depressione, ansia o che comunque sono infelici, è una minoranza. La maggior parte degli adolescenti di oggi si sente all’altezza dei pur elevati standard che la società richiede, ha una vita psichica sana, è felice, non ha complessi di inferiorità e non è turbata dai social. Sicché per Haidt bisognerebbe penalizzare la maggioranza dei ragazzi per aiutare una minoranza di loro. La cosa non ha senso. Bisogna aiutare i ragazzi afflitti da disturbi mentali attraverso la medicina, sperimentando per esempio i nuovi farmaci contro la depressione e i disturbi alimentari – su cui l’Italia è piuttosto indietro –, e non attraverso un proibizionismo che si rivelerebbe inutile a tal fine. Sarà una strada lunga e difficile, ma è l’unica percorribile. Non esistono soluzioni facili a problemi complessi.

C’è poi un’altra questione che vale la pena di essere trattata. Haidt dà una caratterizzazione del mondo esterno, la cosiddetta vita reale, come di una sorta di paradiso terrestre, dove è vero che si va incontro a difficoltà, ma in cui i danni sarebbero ridotti al minimo. I bambini ed i ragazzi dovrebbero essere incoraggiati a giocare nel mondo esterno senza la supervisione degli adulti, cosicché incapperanno in delle difficoltà che dovranno superare da soli, cosa che li farà crescere a livello emotivo. Un ragionamento condivisibile; che però vale ugualmente per il mondo virtuale, dove i ragazzi a loro volta affrontano delle difficoltà da superare che possono essere loro utili per la crescita. Peraltro, che il mondo reale sia meno pericoloso del mondo virtuale, come Haidt sostiene, è palesemente falso. Haidt dice, per esempio, che i pedofili “trascorrono gran parte del tempo nel mondo virtuale perché tramite Internet è facilissimo comunicare con i bambini”[1]. Uno degli scopi del blocco dei social sarebbe proprio quello di proteggere i minori dai pedofili. Certo: un pedofilo può contattare un bambino sui social e magari turbarlo con delle chat spinte o foto sessualmente esplicite. Ma se non c’è un contatto nel mondo reale, l’abuso vero e proprio non può avvenire. È solamente nel mondo reale che un bambino può essere abusato. Così come, se è vero che un ragazzo può subire bullismo nel mondo virtuale, è anche vero che solo nel mondo reale può essere aggredito o picchiato. In generale, per ogni rischio che un minorenne corre online, si può contrapporre un rischio parallelo molto più grande che corre nel mondo reale. Seguendo il modo di pensare di Haidt, la conseguenza dovrebbe essere che, per proteggere veramente i minorenni, bisognerebbe impedire loro di uscire di casa. Ma ciò sembra ed è assurdo, mentre proibirgli l’accesso al mondo virtuale – che è altrettanto assurdo – viene vista come una cosa possibile. Perché questa differenza?

Abbiamo visto che le motivazioni principali ed esplicite che le persone comunemente esprimono quando si dicono a favore della censura dei social sono insostenibili. Quindi, per spiegare come un provvedimento del genere, così lesivo delle libertà personali, possa aver raggiunto livelli di consenso così elevati, ho individuato due motivazioni reali ed implicite dietro la voglia di censurare i social, le quali nulla hanno a che fare con il benessere dei minorenni.

La prima motivazione è la visione apocalittica delle novità e delle tecnologie. Il mondo reale è sempre esistito, mentre il mondo virtuale esiste soltanto da tre decenni. La maggioranza degli esseri umani vede le novità con sospetto, soprattutto se sono novità tecnologiche. Questo perché generalmente il periodo più felice della vita (o quantomeno quello che si ricorda essere il più felice) è l’infanzia; perciò ciascuno di noi è inconsciamente portato a diffidare da tutto ciò che non era presente nella propria infanzia. È una tendenza sempre esistita. Papa Gregorio XVI pensava che le ferrovie fossero “manifestazioni del demonio” e non autorizzò mai la loro costruzione nello Stato Pontificio. Ugo La Malfa si opponeva all’introduzione della televisione a colori in Italia, che secondo lui avrebbe spinto gli italiani ad un “consumismo sfrenato”. E tanti anziani ancora oggi non si fidano dei navigatori satellitari, preferendo orientarsi con le mappe e i cartelli stradali. Umberto Eco divideva le persone che rifiutavano la cultura di massa e i nuovi mass media dalle persone che li accettavano: i primi erano gli apocalittici, i secondi gli integrati. Haidt è indubbiamente un apocalittico. E le sue parole lo confermano: “Credo che il modo migliore per comunicare ciò che ci sta accadendo sia usare una parola che compare raramente nelle scienze sociali: spiritualità. La vita fondata sul telefono produce degrado spirituale, non solo negli adolescenti, ma in tutti noi”[2].

Il secondo motivo è che le aziende che offrono i social media sono multinazionali grandi e potenti e i loro proprietari sono multimiliardari. Le persone comuni non sono ricche, provano – umanamente – invidia per chi lo è e per questo vogliono punirle. Le élite politiche conoscono bene questa motivazione e la usano per fare propaganda di bassa lega. In seguito alla notizia di un’azione legale contro il blocco dei social per i minorenni, un portavoce del governo australiano ha affermato che “il governo è dalla parte dei genitori e dei bambini australiani, non delle piattaforme”. Ovviamente a nessun governante che vuole il blocco dei social interessa realmente qualcosa dei bambini del suo paese; più verosimilmente, vuole dimostrare il suo potere sulle aziende multinazionali. 

Haidt propone infine di usare società terze per la verifica della maggiore età tramite l’acquisizione di dati biometrici. Sostanzialmente, l’utente si scatta un selfie, l’intelligenza artificiale stabilisce se l’utente è maggiorenne o minorenne e, nel caso sia maggiorenne, gli fornisce un token che per il social media equivarrà ad una prova della sua maggiore età. È lo stesso metodo usato in Italia, dal Governo Meloni, per bloccare i siti pornografici per i minorenni, altra risoluzione che Haidt sembra vedere con favore, seppure non ci sia nessuno studio scientifico che la supporti. Il provvedimento è stato preso con il Decreto Caivano del 2023 nel silenzio generale: la questione non è stata dibattuta in televisione o negli altri media, il Governo l’ha fatta passare sotto silenzio e nemmeno l’opposizione ne ha parlato. Il Governo italiano ha poi passato la palla all’AGCOM, i cui membri hanno dimostrato una vastissima conoscenza della materia, stilando una lista di ben 48 siti pornografici da censurare. Ma l’incapacità del Governo Meloni ha fatto sì che la legge sia stata così mal concepita e mal scritta che solo una piccola minoranza di siti pornografici si è adeguata, mentre la maggior parte continua a non verificare l’età degli utenti senza incappare in sanzioni. Per quella minoranza di siti che si è adeguata, comunque, l’accesso per un maggiorenne è così complicato e macchinoso che la stragrande maggioranza degli utenti aggira il blocco tramite VPN. Ad ogni modo, quando il blocco si estenderà ai social, le persone maggiorenni che non sono in grado o non vogliono usare una VPN saranno obbligate a scattarsi una foto oppure ad accedere tramite un documento di identità. Ma così il rischio di una schedatura di massa delle persone che accedono ai social media e scrivono le loro opinioni è concreto. E non è il primo tentativo della classe politica di fare qualcosa del genere. Si guardi questa proposta di Luigi Marattin, leader del Partito Liberaldemocratico, volta a tracciare l’identità di chiunque si iscriva ai social: “si prevede che all’atto di iscrizione a qualsiasi piattaforma social, l’utente riceva, previa identificazione, un token che si limita a garantire che quell’utente è una persona reale e non sta impersonando qualcun altro”. Marattin sostiene che il token non contenga nessun elemento identificativo; ma dietro il token vi è l’identificazione della reale identità di quell’utente da parte o di una società terza (tramite un selfie), o grazie all’European Digital Identity Wallet, che sarà disponibile a fine 2026 e che conterrà i dati di identificazione personale dei cittadini europei. Anche il Governo Meloni potrebbe usare in futuro l’European Digital Identity Wallet per implementare il blocco della pornografia; e un altro partito liberale, Ora! di Michele Boldrin, ha parlato dell’ipotesi di utilizzarlo come verifica per l’età in modo da creare account diversificati per maggiorenni e minorenni. Persino il Movimento 5 Stelle ha presentato un disegno di legge concernente “l’identificazione obbligatoria degli utenti di talune piattaforme telematiche”. È chiaro che ciò sarebbe la fine dell’anonimato su Internet; le società terze sarebbero facili bersagli da parte degli hacker, che potrebbero vendere i dati a governi esteri o allo stesso governo di un paese che ha implementato il blocco. Internet costituisce una forza democratica anche e soprattutto grazie all’anonimato che può garantire. In molti regimi le persone sono libere di esprimere le proprie opinioni soltanto su Internet, garantite dall’anonimato. Immaginiamo che in un paese si implementi il controllo generalizzato dell’età per entrare sui social media e che un domani vada al potere un governo di estrema destra. La prima cosa che questo governo farà sarà cercare di entrare in possesso dei dati degli utenti dei social media, schedare le loro opinioni e rendere la vita difficile a coloro che hanno opinioni antigovernative. Anche qui, le élite occidentali hanno copiato la Cina, dove da anni esiste l’Internet real-name system, che obbliga gli utenti che usano Internet e che si iscrivono a delle piattaforme a presentare il loro nome e i loro dati personali. Negli Stati Uniti Donald Trump vorrebbe obbligare i turisti stranieri a fornire 5 anni di cronologia social per entrare negli USA, in modo da respingere chi è ostile al suo governo. Come si vede, il controllo delle opinioni di massa non è affatto un’ipotesi lontana dalla realtà, nemmeno in Occidente.

Su questioni come la censura dei social e l’identificazione preventiva di tutti gli utenti di Internet si gioca il futuro della democrazia liberale. Ho cercato di mostrare come i social non siano veramente dannosi per i minorenni se non per una piccola percentuale di loro. Ciò rende assolutamente inadatte le soluzioni uguali per tutti. Ritengo che i genitori di bambini particolarmente fragili potrebbero comunque proteggere i loro figli dai pericoli dei social (come anche dai pericoli che possono correre nel mondo reale). Haidt sostiene che “Non possiamo addossare ai genitori tutto il carico di vigilare sull’età minima”[3]. Ma il punto è proprio che è assurdo bloccare i social per tutti quando è solo una minoranza ad avere effetti negativi. E uno Stato democratico non può sostituirsi ai genitori nell’educazione dei figli. Se una coppia di genitori ritiene che il proprio figlio non debba iscriversi ad un social prima di una certa età, può installare sul suo pc e sul suo smartphone delle app che bloccano i social media. Se viceversa dei genitori ritengono che il figlio adolescente sia abbastanza maturo da potersi iscrivere sui social, solo uno Stato autoritario può contravvenire a questa scelta. Si tratta di scelte che riguardano le famiglie. Uno Stato che comincia a sostituirsi ai genitori nella crescita dei figli finirà per togliere sempre più libertà ai cittadini. E le élite politiche per loro natura cercano di entrare sempre di più nelle vite private. Forse tocca proprio a noi cittadini manifestare contro delle leggi che possono cominciare un percorso che potrebbe andare a demolire le fondamenta della società libera.

 


[1] Haidt, Jonathan, La generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli, 10a ed., Milano, Rizzoli, 2025, p. 84.

[2] Haidt, Jonathan, op. cit., p. 239.

[3] Haidt, Jonathan, op. cit., p. 283.


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