Il paradosso della deterrenza. Il TPNW e la prospettiva di un disarmo sicuro nell’epoca del rischio nucleare globale

par Laura Tussi
venerdì 29 maggio 2026

Nel pieno della Guerra Fredda, il timore dell’olocausto nucleare aveva assunto una dimensione quasi metafisica: la possibilità concreta che la civiltà umana potesse autodistruggersi nel giro di poche ore. Per decenni, la deterrenza atomica venne interpretata come un equilibrio tragico ma necessario, fondato sulla convinzione che la reciproca vulnerabilità avrebbe impedito l’uso effettivo delle armi nucleari.

di Laura Tussi su FARO di ROMA

La nuova instabilità nucleare del XXI secolo

Oggi, tuttavia, il sistema internazionale attraversa una fase ancora più complessa e instabile. La guerra in Ucraina, il progressivo deterioramento dei trattati sul controllo degli armamenti, la crescente competizione strategica tra Stati Uniti e Cina e il ritorno della minaccia nucleare nel linguaggio politico e militare hanno riportato il rischio atomico al centro della storia contemporanea. Non si tratta più soltanto di una minaccia teorica o residuale, ma di una condizione strutturale del nostro tempo.

In questo contesto, il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW) assume un significato che va ben oltre la sua dimensione giuridica. Esso rappresenta un passaggio culturale e filosofico decisivo: la contestazione radicale dell’idea secondo cui la sicurezza internazionale possa continuare a fondarsi sulla capacità di annientamento reciproco.

Promosso nell’ambito delle Nazioni Unite e sostenuto soprattutto dagli Stati privi di arsenali nucleari e dalla società civile internazionale, il trattato non nasce semplicemente come uno strumento tecnico di disarmo, ma come un tentativo di ridefinire la legittimità stessa della deterrenza nucleare. Per la prima volta nella storia contemporanea, l’arma atomica viene collocata esplicitamente nella sfera dell’illegittimità morale universale, al pari delle armi chimiche e biologiche.

Ilparadosso della deterrenza e la crisi dell’equilibrio del terrore

Proprio qui emerge la contraddizione fondamentale del nostro tempo. Le potenze nucleari del P5 — Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito — continuano infatti a considerare la deterrenza atomica il fondamento ultimo della propria sicurezza strategica e, in larga misura, della propria centralità geopolitica. Nessuna di esse appare realmente disposta a rinunciare unilateralmente a un potere percepito come garanzia estrema di sopravvivenza nazionale.

Il risultato è una tensione irrisolta tra due visioni opposte dell’ordine mondiale: da un lato, la convinzione che le armi nucleari abbiano impedito un conflitto globale tra grandi potenze; dall’altro, la crescente consapevolezza che la loro stessa esistenza costituisca una minaccia permanente alla sopravvivenza dell’umanità.

La crisi contemporanea della deterrenza nasce precisamente da questa ambivalenza. Durante il bipolarismo della Guerra Fredda, l’equilibrio del terrore si fondava su regole relativamente stabili, su canali di comunicazione permanenti e su una razionalità strategica condivisa, per quanto cinica. Il mondo multipolare del XXI secolo è invece caratterizzato da frammentazione geopolitica, competizione tecnologica, cyber-conflittualità, instabilità regionale ed erosione progressiva delle istituzioni multilaterali.

In uno scenario simile, il rischio non deriva soltanto dalla volontà deliberata di utilizzare l’arma nucleare, ma anche dall’errore umano, dall’incidente tecnico, dal malfunzionamento algoritmico, dall’escalation incontrollata di conflitti convenzionali o da operazioni cyber contro sistemi di comando e controllo. La deterrenza, che nel Novecento veniva presentata come architettura della stabilità, oggi rivela invece la propria vulnerabilità strutturale.

È in questo spazio di crisi che prende forma la prospettiva di un “disarmo sicuro”. Tale espressione non indica un idealismo ingenuo né una richiesta di abolizione immediata e unilaterale degli arsenali nucleari. Al contrario, essa nasce dalla consapevolezza che un disarmo credibile possa esistere solo se accompagnato da garanzie di sicurezza condivise, da efficaci meccanismi di verifica, da processi multilaterali graduali e da una trasformazione profonda delle relazioni internazionali.

Il TPNW come trasformazione etica e politica globale

La vera questione filosofica e politica riguarda il rapporto tra paura e ordine internazionale. L’intero sistema nucleare contemporaneo si fonda, in ultima analisi, sulla gestione della paura: paura dell’aggressione, della vulnerabilità, della superiorità strategica dell’altro. Ma una pace costruita esclusivamente sul terrore reciproco resta una pace fragile, sospesa, intrinsecamente precaria. La deterrenza non elimina la violenza: ne rinvia soltanto l’esplosione potenziale.

In questo senso, il rischio nucleare contemporaneo rivela il limite più profondo della politica internazionale moderna: l’incapacità di costruire un ordine globale che non dipenda dalla minaccia dell’annientamento.

Il TPNW acquista allora un significato che trascende il suo valore immediatamente operativo. Anche senza l’adesione delle potenze nucleari, esso contribuisce a produrre una trasformazione normativa e simbolica. I trattati internazionali non modificano soltanto i comportamenti degli Stati: modificano progressivamente ciò che il mondo considera accettabile, legittimo o moralmente tollerabile.

La storia del diritto internazionale dimostra che molte norme oggi universalmente riconosciute nacquero inizialmente come posizioni minoritarie o apparentemente irrealistiche. Il disarmo nucleare potrebbe seguire una traiettoria analoga: non come evento improvviso, ma come lento processo di delegittimazione politica, etica e culturale.

Per questa ragione, il problema nucleare non riguarda esclusivamente la strategia militare. Esso coinvolge l’idea stessa di civiltà contemporanea. Nessun’altra tecnologia creata dall’uomo possiede una capacità distruttiva paragonabile a quella dell’arma atomica. La sopravvivenza dell’umanità continua a dipendere, paradossalmente, dalla razionalità degli Stati, dalla lucidità dei leader politici e dall’assenza di errori irreversibili.

La prospettiva del “disarmo sicuro” emerge dunque come una necessità storica prima ancora che come un progetto politico. Essa non implica l’illusione di un mondo immediatamente privo di conflitti, ma la consapevolezza che la sicurezza globale del XXI secolo richieda il superamento graduale della logica della distruzione reciproca assicurata.

In un’epoca segnata dall’interdipendenza planetaria, dalla vulnerabilità tecnologica e dalla crisi dell’ordine internazionale, continuare a fondare la pace sulla possibilità dell’apocalisse significa accettare una forma permanente di instabilità esistenziale. Il compito della politica internazionale contemporanea non è semplicemente evitare la guerra nucleare, ma immaginare finalmente un ordine mondiale nel quale la sopravvivenza collettiva non dipenda più dalla minaccia della catastrofe.

 

 

Laura Tussi


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