Il "garrese" piegato a forza: la lezione thailandese che fa schiumare il politically correct
par Massimo Icolaro
martedì 28 luglio 2026
Chi si occupa di etologia ricorda bene il caso degli elefanti del Parco Kruger: giovani maschi rimasti privi della guida dei matriarchi e degli adulti matriarca, organizzati in bande sbandate che radevano al suolo villaggi e massacravano rinoceronti per il solo, perverso gusto di farlo.
Fu sufficiente reintrodurre nel gruppo gli esemplari anziani per ristabilire l’ordine naturale e far cessare i raid. Ecco, la deriva della gioventù occidentale assomiglia maledettamente a quei branchi privi di guida, con la differenza che da noi gli "anziani" hanno rinunciato a fare gli adulti.
In Thailandia, invece, è andata in scena una commediola dal finale inatteso per i nostri canoni. Otto ragazzini, italiani, rei di aver fatto la solita cagnara sguaiata in pubblico, hanno risposto a tono a chi chiedeva loro un minimo di rispetto, cercando la classica umiliazione del "vecchio" di turno. Risultato? Nessuna ramanzina soft, nessun comitato per il sostegno emotivo. Le forze dell'ordine locali li hanno scovati uno per uno, insieme alla loro accompagnatrice, presi per il bavero e costretti a un genuflesso, pubblico atto di scuse. Con tanto di foto di rito diffuse ai quattro venti.
Con buona pace della privacy all’occidentale, quel santuario eretto a tutela del diritto sacrosanto di fare i maleducati senza pagarne il dazio.
Ciò che salta all'occhio non è tanto la rigidità della polizia asiatica, quanto il vuoto spinto in cui galleggiamo noi. L'Occidente – e in particolare quel modello anglosassone impregnato di iper-individualismo e diritti sganciati da qualsiasi dovere – ha trasformato la maleducazione in un tratto identitario. Il rispetto per lo spazio comune o per l'anzianità è vissuto come una sottomissione intollerabile. Così la "cultura dello sberleffo" ha contagiato tutti, sbriciolando ogni principio di autorità.
Basta voltarsi indietro di qualche decennio, o scendere lungo la penisola "da Roma in giù", per ricordarsi che esisteva un altro codice. Non un regime di terrore, ma una sofisticata grammatica sociale. C’era il "Lei", c’era il "Voi", e c’era quell’uso sistematico di chiamare "zio" o "zia" la persona più grande incontrata per strada. Un espediente linguistico geniale: riconosceva la gerarchia dell’età, ma la mitigava con la finzione della parentela. Ti devo rispetto perché sei più grande, ma ti chiamo zio perché siamo della stessa comunità.
Ma soprattutto, vigeva un'alleanza ferrea che oggi sembra fantascienza: quella tra adulti. Allora non s'era mai visto un genitore iper-incazzato fare irruzione a scuola per mandare all'ospedale un insegnante, reo soltanto di aver preteso che il ragazzino studiasse o stesse zitto. Il patto sociale era capovolto e chiarissimo: se prendevi un brutto voto o una nota sul registro, non scattava la querela né l'aggressione al docente. La punizione — e qualche sganassone educativo — la prendevi direttamente a casa, moltiplicata per due, perché avere contro la scuola significava avere contro la famiglia.
Oggi quell'architettura è stata rasa al suolo in nome di un'orizzontalità tossica dove nessuno può dire niente a nessuno. Il rimprovero di un adulto a un minore viene bollato come "ingerenza" o "trauma", mentre i padri si trasformano negli avvocati difensori (e talvolta nei sicari) dei vizi dei figli. Risultato? Abbiamo scambiato la civiltà con la licenza di essere prepotenti.
La fotografia di quei ragazzi Italiani in Thailandia, diffusa poi sui social, costretti al piegacollo non sarà elegante per i canoni formattati a Londra o New York, ma mette a nudo la grande truffa della tolleranza occidentale: abbiamo dimenticato che senza sanzione sociale, e senza un'alleanza tra chi educa, la convivenza civile diventa semplicemente la legge del più sfrontato.