Il (dis)senso del governo per la laicità

par UAAR - A ragion veduta
venerdì 31 ottobre 2025

La democrazia in Italia è sempre stata incompiuta. Fin dalla sua nascita, il 2 giugno 1946, la Costituzione all’articolo 2 garantisce i diritti inviolabili della persona, anche nelle formazioni sociali in cui si riconosce, e all’articolo 3 afferma l’uguaglianza di fronte alla legge senza distinzione di religione. Ma subito dopo, agli articoli 7 e 8, precisa che c’è qualcuno più uguale degli altri, che ci sono organizzazioni a cui non si applicano le regole che valgono per le associazioni dei comuni mortali.

Il concordato con la Chiesa cattolica e il meccanismo delle intese con confessioni religiose, peraltro scelte arbitrariamente dal governo di turno, dovrebbe far riflettere chi con un po’ di leggerezza sostiene che abbiamo la costituzione più bella del mondo e che non la si deve toccare. È vero, con i tempi che corrono le revisioni sarebbero in peggio, ma bisogna avere l’onestà intellettuale di riconoscere apertamente che la nostra carta fondamentale conserva un ingombrante relitto di clerico-fascismo e che gli articoli 7 e 8 dovrebbero essere espunti e magari sostituiti con l’affermazione esplicita del principio di laicità dello Stato. Perché una democrazia liberale non può dirsi tale se non è laica.

 

Si potrebbe obiettare che la Corte costituzionale, con la sentenza 203/1989, ha già stabilito che la laicità è un principio supremo della Repubblica, ossia che ha una valenza superiore a quella di altre norme di rango costituzionale. Seppur importantissima è rimasta però una dichiarazione sostanzialmente astratta, quando invece sarebbe stato necessario passare ai fatti.

Perché per recuperare il senso della democrazia in Italia è fondamentale recuperare il senso della laicità, fare in modo che sia vissuto dai rappresentanti istituzionali e dunque produca cambiamenti. Può sembrare assurdo ma svolte laiche come le leggi sull’aborto e il divorzio sono state compiute quando esisteva ancora la religione di Stato e il partito di maggioranza relativa in Parlamento era la Democrazia cristiana. Nel successivo mezzo secolo degne di nota ci sono state solo le mezze vittorie delle leggi per le unioni civili e il testamento biologico. Eppure tutte le inchieste sociologiche mostrano l’allontanamento dalla pratica religiosa e una voglia di autodeterminazione all’interno di concezioni del mondo basate su una pluralità di valori, spesso esclusivamente umani.

Stiamo parlando di voglia di laicità, che si esprime con la scelta da diversi anni maggioritaria dei matrimoni con rito civile e delle convivenze, della non frequenza dell’ora di religione cattolica (con lo storico sorpasso delle scelte laiche negli istituti del Comune di Firenze emerso dai dati ministeriali resi pubblici dall’Uaar), del ricorso alla procreazione medicalmente assistita e all’aborto farmacologico, di cerimonie laiche e personalizzate per accompagnare i momenti importanti della propria vita e con la richiesta dell’educazione sessuale a scuola, di consultori e reparti di ginecologia senza obiettori e di una legge per la morte assistita. Sono solo alcuni esempi di istanze e comportamenti che i cittadini già fanno propri, incontrando però ostacoli amministrativi e legislativi.

Il problema è che il senso e la voglia di laicità nella classe politica vanno invece decisamente a ritroso. Per rendersi conto del livello di regresso anti-laico dei nostri rappresentanti istituzionali vale la pena di fare un piccolo elenco, per nulla esaustivo, di recenti prodezze di cui sono stati capaci. La presidenza del Consiglio dei ministri ha promosso la «condivisione della Parola di Dio sul lavoro» tramite un’email inviata a tutti i dipendenti, nella quale si sosteneva che «non esiste separazione tra la nostra quotidianità cristiana e quella lavorativa».

Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha ribadito che sarà obbligatoriamente letta la Bibbia in classe e ha annunciato un nuovo disegno di legge per ottenere il consenso scritto dei genitori per poter insegnare educazione sessuale nella scuola pubblica. Il governo ha proclamato il numero record di cinque giornate di lutto nazionale per la morte di papa Francesco, con annessi inviti alla “sobrietà” per eventi pubblici inclusa la Festa della Liberazione, oltre a un minuto di silenzio obbligatorio in tutte le classi e in tutti gli uffici. Ha poi disposto l’esposizione delle bandiere nelle giornate di elezione del nuovo papa e della «solenne celebrazione di inizio pontificato». In occasione di quest’ultima la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato che «c’è un legame indissolubile tra l’Italia e il Vicario di Cristo».

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha siglato un protocollo d’intesa con la Cei per affidare in via preferenziale alla Chiesa cattolica – organizzazione non democratica, maschilista e famigerata per la copertura di abusi – la gestione dell’accoglienza, del rispetto della legalità e dell’inserimento sociale dei richiedenti asilo o rifugiati in condizioni di vulnerabilità, persone che potrebbero essere in fuga da persecuzioni subite in quanto miscredenti o persone lgbt.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha incontrato il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin per discutere della legge sul fine vita che l’esecutivo intende presentare al parlamento.

Ulteriori ingerenze hanno avuto luogo quando papa Prevost ha ricevuto Giorgia Meloni e i due vicepresidenti del Consiglio Salvini e Tajani: oltre a prendere ordini dalle gerarchie ecclesiastiche sui diritti che (non) saranno concessi a chi chiede di morire con dignità, si è parlato anche di soldi pubblici. In particolare della presunta concorrenza sleale che il governo avrebbe messo in pratica sull’8×1000 permettendo ai contribuenti che scelgono “Stato” di indicare la specifica tipologia di intervento.

Negli ultimi anni sono infatti in forte calo le firme per la Chiesa cattolica nell’8×1000 con conseguenti perdite dell’ordine delle centinaia di milioni di euro, e in crescita quelle per lo Stato per l’effetto trainante delle tipologie più laiche “Edilizia scolastica” e “Calamità naturali”. Tragicomica la rassicurazione di fedeltà clericale di Antonio Tajani riguardo alla nuova tipologia di 8×1000 statale voluta e introdotta dal governo Meloni: «Non è successo nulla di strano: una parte [viene] destinata alle comunità di recupero dei tossicodipendenti, che in gran parte sono gestite da rappresentanti della Chiesa, quindi, nella sostanza, non ci sono danni per la Chiesa».

E naturalmente a seguito delle proteste del Vaticano la programmazione degli spot della “Campagna di comunicazione Otto per mille allo Stato” si è bruscamente interrotta sul nascere.

Questa carrellata di degrado istituzionale anti-laico può colpire ma non sorprendere. A impressionare maggiormente è forse il silenzio dell’opposizione, la consapevolezza che a parti invertite si comporterebbe sostanzialmente allo stesso modo.

Preso atto che l’ordinamento giuridico non è laico e che manca la volontà della politica di cambiare le cose, occorrerà impegnarsi in battaglie civili e culturali, tenendo presente che la laicità è e deve essere trasversale ai partiti e alle formazioni sociali così come lo è tra persone di differenti opinioni, evitando di fare sconti alle realtà politiche a cui si fa riferimento ed esercitando attivamente il nostro ruolo di elettori per spronare chi chiede il nostro voto a cambiare in meglio il mondo.

Perché avere tutti maggiori possibilità di compiere scelte consapevoli, senza indottrinamenti, condizionamenti e identità imposte, è un beneficio per tutti.

Roberto Grendene

 

Articolo pubblicato su Left il 31/07/2025

 


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