Il bosco, i bambini e l’ipocrisia di Stato

par Massimo Icolaro
mercoledì 14 gennaio 2026

L’esposizione al pubblico ludibrio di una famiglia nel bosco segna l’ennesimo punto di non ritorno dello sciacallaggio mediatico italiano. Le immagini di una madre e di un padre distrutti, in lacrime, braccati da telecamere e microfoni come animali feriti, dicono più di mille analisi sociologiche: qui non c’è informazione, c’è pornografia del dolore.

Gli psicologi lo hanno ripetuto più volte, inutilmente: l’esposizione mediatica di minori coinvolti in vicende traumatiche è devastante. Ma come spesso accade in questo Paese, chi studia, chi conosce, chi avverte… viene ignorato. Conta solo il clamore, il processo pubblico, la gogna.

E allora permettetemi una domanda, rivolta ai giudici italiani, agli assistenti sociali, ai custodi autoproclamati del Bene:
dove eravate voi quando mio padre morì e io avevo dodici anni e mio fratello otto?

Abbiamo fatto letteralmente la fame. Fame vera, e mia madre prima di trovare un posto di lavoro dove la pagassero trascorsero 2 o 3 anni dalla morte di mio padre.
A scuola venivamo irrisi perché non avevamo vestiti “degni di questo nome”. Nessuna troupe televisiva. Nessuna indignazione. Nessuna tutela.

Oggi ci si straccia le vesti perché quei bambini non avevano un bagno interno.
Davvero?
A Roma, in pieno centro, fino agli anni Sessanta forse anche Settanta esistevano baraccopoli ed erano centinaia. Basta guardare i filmati d’epoca.

Anche oggi ci s ono centinaia di baraccopoli, perchè non si vanno a fare dei blitz e a togliere i bambini dei campi Rom?Nelle campagne italiane, fino agli anni Settanta e oltre, il “bagno” era un tugurio 1 metro per 1 metro, con un buco che scaricava nella concimaia.

E state sicuri pur lavandosi solo nei mesi estivi nei canali magari emergendo pieni di sanguisughe ( ce ne sono anche in Italia mica solo nei film di Indiana Jones) siamo ancora qui noi baby Boomer.

Non vi dico le legnate che prendavamo a torto o a ragione, eppure siamo qui.

Dove eravate quando i bambini lavoravano nei campi, non studiavano perché dovevano portare a casa qualche soldo? Quando i bisogni si facevano nei fossi, pulendosi con paglia o foglie?
Dove eravate quando la povertà non era una colpa, ma una condizione diffusa?

Dove eravate quando chiesi di studiare inglese e mi fu negato perché c’erano da “riciclare” i dinosauri che insegnavano francese? Avevo espresso per tempo la mia volontà, ma ero figlio della bistrattata classe operaia: dovevo accontentarmi.

E dove eravate quando una professoressa di latino – sì, alle medie – pretese un vocabolario costosissimo, rifiutandosi di credere che fossimo poverissimi perché mio padre era appena morto? Mi costrinse a comprarlo. E quando mia madre, allo stremo chiese spiegazioni, la prof. reagì mollandomi uno schiaffo davanti a tutti, quello fu l’unico “intervento educativo” che lo Stato seppe garantire.

Io un’idea me la sono fatta:
in Italia tutto ciò che è pubblico è gestito con una devianza strutturale rispetto alla normalità. Non linearità, non buon senso, non misura. Forse è l’animo esacerbato di chi esercita potere. Forse secoli di Santa Inquisizione hanno lasciato più scorie di quanto si voglia ammettere.

Ma una cosa è certa: quando hai a che fare con l’apparato pubblico devi sentirti colpevole in partenza.
Una multa? Sei colpevole.
Un controllo? Sei colpevole.
Un’accusa? Non parliamo di giustizia: sei già colpevole.

Giudici, GIP, tribunali: una volta additato, sei finito. Non serve difendersi, non serve spiegare. Verrai schiacciato. Senza ombra di dubbio.

Si è persa quella cosa che la civiltà erede dell’Impero Romano chiamava pietas. Al suo posto c’è qualcosa di più torbido, che odora di vendetta, di rivalsa, di occhi che scrutano non per capire ma per condannare.

E spesso – diciamolo – a scandalizzarsi sono persone che vivono in bolle dorate, con stipendi megagalattici da cinque o settemila euro al mese, pronte a giudicare chi vive ai margini come se la povertà fosse un reato.

Un po’ di umiltà non guasterebbe.
Un po’ di misura, anche.

Si parla di San Francesco di San Martino, ma tutto a sproposito.

Perché la civiltà non si misura da quanti processi mediatici sa imbastire, ma da quanta umanità riesce ancora a conservare. E oggi, guardando quel bosco e quelle telecamere, viene da pensare che ne sia rimasta davvero poca.


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