Il Leghismo di sinistra

par El Loco
lunedì 2 maggio 2011

Le parole non contano, le parole sono pietre: e io mi sono rotto le scatole del Leghismo di sinistra.

Dopo anni di soprusi verbali e ideologici, da parte di un gruppo scalmanato di illetterati, confinati nella pianura piadina della loro mente, la parte “sana” del paese ha deciso di reagire.

Ma non è facile, si sa, in tempo di crisi economica e identitaria, argomentare contro le sparate populiste. Si finisce così a giocare a chi la spara più grossa: le parole non contano, le parole sono pietre.

Dicono che perfino gli operai che votavano comunista e gli immigrati votano Lega: il Leghismo, dunque, è una necessità storica, che nasce come costola della sinistra stessa.

Il tentativo è quello di tagliare il cordone ombelicale tra lo strato popolare-produttivo e quella supposta intellighenzia che nella difesa di tale strato dovrebbe trovare la propria ragione d'essere.

Così l'intellighenzia, sparuta e deprivata, ostaggio di carriere personali e ansia di rappresentanza, matura l'idea malata che due torti (o tre, o quattro) facciano un pezzo di ragione: le intuizioni brillanti di un Pd del Nord o del revanchismo neo-borbonico ne sono un patetico esempio.

Il Leghismo di sinistra è questa reazione al Padanismo dilagante che si realizza nel momento in cui si accetta la dicotomia Nord e Sud come punto di partenza di una narrazione alternativa a quella dei Bossi-Maroni-Calderoli-Borghezio.

E che non si accorge che, una volta accolta, la categoria Sud reca già in sé, per effetto di rappresentazioni centenarie, il virus del rapporto di dominio (Moe, The view from Vesuvius, Univ. of California Press, 2002).

Il Leghismo di sinistra prende a totem una dinastia, che aveva reso la capitale Napoli una città “asfittica e bigotta”, in cui “il disinteresse del cittadino per la politica era un preciso presupposto del regime” (Galasso, Intervista sulla storia di Napoli, Laterza, 1978), e che aveva liquidato nel sangue le rivendicazioni liberali della sua parte borghese (Cuoco, Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, Laterza 1913).

Descrive il regno Borbone come l'Eldorado, nonostante la sua polizia politica e i suoi baroni e cardinali abbiano fomentato la genesi della criminalità organizzata nei mercati, nelle carceri e nelle conche d'oro (Sales-Ravveduto, Le strade della violenza, L'Ancora, 2006, p. 42) “Sarebbe sicuramente ingiusto, oltre che storicamente infondato, sostenere (…) che il Nord si industrializzò a spese del Sud. Né è tanto meno sostenibile che allora si sia realizzata nei confronti delle regioni meridionali una sorta di politica coloniale (...). Le cose sono alquanto più complicate” (Bevilacqua, Breve storia dell'Italia meridionale, Donzelli, 1993, p. 66).

Il Leghismo di sinistra racconta del saccheggio del Banco di Napoli, ad opera dei Savoia che volevano rifarsi della “Reconquista”, senza chiedersi sulla pelle di chi si fosse accumulato tutto quell'oro, prendendo la ricchezza di una parte per la ricchezza di tutti, ignorando cioè l'aforisma di Brecht, secondo cui il crimine non è tanto rapinare una banca, quanto fondarla.

Le cose sono alquanto più complicate, appunto.

Le auto-rappresentazioni retoriche, in cui i leghisti di sinistra si ghettizzano, concepiscono due Italie – di cui una forse a Nord, l'altra sicuramente a Sud di Roma -, due realtà politicamente e socialmente omogenee, in cui però non è dato sapere cos'abbia a che spartire il ventenne fattorino inchiodato a Secondigliano con lo studente del Vomero in Erasmus a Barcellona, che non possa piuttosto condividere col pari età di Tor Bella Monaca, di Begato, o di Molino Dorino (Lumley-Morris, Oltre il meridionalismo, Carocci, 1999, pp. 12-13; Petraccone, Le due Italie, Laterza, 2005).

I liguri chiamano “bauscia” i milanesi che d'estate piombano sulle spiagge ponentine e levantine: “se guida come uno stronzo, è per forza targato Milano”. Pazienza se i “bauscia” hanno per anni foraggiato l'economia locale: ogni Nord crea un suo Sud, e viceversa. “Il vero problema è il mancato incontro”, mi raccontava Giovanni Z. di una struttura educativa di Scampia, a proposito delle reciproche antitetiche narrazioni dei ragazzi napoletani dell'area del Vomero e di Secondigliano.

Nel 1878, con le sue “Lettere meridionali”, Pasquale Villari inaugura quella che passerà alla storia italiana come “Questione meridionale” (Villari, I mali dell'Italia, Vallecchi, 1995, p. 171).

Negli anni successivi una mole enorme di energie mentali e politiche vengono buttate nell'agone, dai vari Nitti, Sonnino, Fortunato, Salvemini, Dorso, Rossi Doria (Caizzi, Nuova antologia della questione meridionale, Ed. di comunità, 1970).

Hanno estrazioni sociali, geografiche e politiche differenti, spesso inconciliabili. Un solo tratto sembra accomunare questi vari pensatori, storici, sociologi, ingegneri, economisti: la differenza. Vogliono capire come funziona una comunità politica e perché non funziona.

Quella meridionale è una questione, appunto: aperta, dinamica, definita dalla sua parzialità, dai suoi tratti ed esiti incerti. Nel suo profilarsi, la questione meridionale, la questione della differenza, si afferma paradossalmente come la prima vera riflessione nazionale, come sarà l'antifascismo a seconda guerra mondiale conclusa.

A partire dagli anni '70, e fino ai giorni nostri, una nuova leva di analisti comincia a mettere in radicale discussione sia le premesse della riflessione meridionalista (Bevilacqua, Critica dell'ideologia meridionalista, Marsilio Ed., 1972; Capecelatro-Carlo, Contro la “questione meridionale”, La nuova sinistra, 1972), sia la gestione politica (Gribaudi, I mediatori, Rosenberg & Sellier, 1981) ed economica (Trigilia, Sviluppo senza autonomia, Il Mulino, 1992) della questione.

La lotta, scientifica e culturale, si scaglia contro le visioni stereotipate, antiempiriche e conformiste della difficile problematica (Chiarello, Il pendolo meridionale, 2003; Carmosino, Uccidiamo la luna a marechiaro, Donzelli, 2009; Cassano, Tre modi di vedere il Sud, Il Mulino, 2009), in opposizione a recenti discutibili ricostruzioni revanchiste (De Rosa, La provincia subordinata, Laterza, 2004), quando non sensazionalistiche (Aprile, Terroni, Ed. Piemme, 2010).

Lo spirito però rimane fedele: discutere, decostruire, far sì che la questione rimanga tale, ossia l'assenza di una facile risposta, di un Nord vs Sud, di un bianco e nero.

Purtroppo, ammesso e non concesso che i libri potessero esercitare una qualche influenza sul senso comune, oggi questa funzione è assolutamente assorbita dalle rappresentazioni assolutiste della TV generalista e generalizzatrice. Il successo di “Vieni via con me” di Fazio-Saviano non è frutto di casualità: è il successo riflesso del dilagare del Leghismo di sinistra.

I Leghismi di destra e sinistra hanno questo in comune: definiscono l'origine di tutti i problemi propri e dei propri figli in un sovvertimento morale da cui sentirsi del tutto immuni, in quanto opera di quell'inferno che sono “gli altri”. E che facilita l'autoassoluzione (Panebianco, Le tante bugie tra Nord e Sud, in “Il Corriere della Sera” del 10 Luglio 2010).

Nella terza puntata di “Vieni via con me” Saviano parla di rifiuti in Campania, introducendo la versione aggiornata del blocco storico gramsciano, assai cara all'immaginario leghista di sinistra, quella del patto oscuro tra gli industriali del Nord e i mafiosi del Sud, colletti bianchi e criminali di strada, 7e40 e calibro 9. Il male è una categoria assoluta: o sei dentro o fuori dal calderone, ogni inferenza logica (i contadini “costretti” dal mercato a vendere le loro terre alle ecomafie) o storica (la legge borbonica sulla raccolta differenziata) è funzionale alla causa.

Per quanto le nobili intenzioni di Saviano consistano nel demolire il becero teorema che relega, in una società globalizzata, la criminalità in una singola area del paese, l'effetto perverso rischia di essere quello di cristallizzare, da sinistra, l'esistenza di due Italie diverse tra loro, omogenee al loro interno, inevitabilmente in contrapposizione.

Non è un caso a che a fine puntata intervenga il leghista Ministro degli Interni, Roberto Maroni: “le mafie si combattono eliminando gli storici squilibri strutturali tra Nord e Sud. (…) I meccanismi ci sono, sono quelli propri dei moderni sistemi federali.” E cita a sproposito il povero Salvemini.

Ecco come il Leghismo di sinistra, nel tentativo di contrastarla, spiana la via alla peste leghista, quella d.o.c..

Il ferro, si sa, si batte finché è caldo, e se non è caldo, si soffia sul fuoco finché non lo diventa.

Un unico esito sembra essere scontato: anche se non porterà il paese sull'orlo di una guerra civile, anche se non produrrà ufficialmente sangue e morti, il Leghismo, a sinistra come a destra, ucciderà, in nome della differenza, la differenza stessa. E con la differenza morirà, a ben voler credere il Levi di “Cristo si è fermato a Eboli” (Einaudi, 1952) e “Le parole sono pietre” (Einaudi, 1955), una delle poche certezze per cui valga la pena vivere, in questa sciagurata idea chiamata Italia.


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