ICE a Cortina

par Massimo Icolaro
martedì 27 gennaio 2026

L’ICE a Cortina: quando la barzelletta diventa geopolitica

C’è qualcosa che non torna, e non poco, nella notizia secondo cui l’ICE – Immigration and Customs Enforcement, agenzia federale statunitense nata per occuparsi di immigrazione e dogane, dovrebbe essere presente a Cortina d’Ampezzo per “garantire la sicurezza degli atleti USA” in occasione dei Giochi invernali Milano-Cortina 2026.

Già il solo enunciato basterebbe a strappare un sorriso, se non fosse che alle spalle di quella sigla si trascina una scia ben meno folkloristica.

Negli Stati Uniti, l’ICE è da tempo al centro di accuse pesanti: arresti indiscriminati, operazioni ad alto impatto in contesti civili, uso sproporzionato della forza. Negli ultimi mesi, le cronache parlano di bambini fermati durante raid familiari, di sparatorie in aree urbane giustificate con la solita formula: “gli agenti erano sotto stress”. Una spiegazione che, se accettata come attenuante generale, trasformerebbe lo stress in una licenza di uccidere.

Ed è proprio qui che la narrazione si incrina.

Perché l’ICE non è una polizia internazionale, non è una forza antiterrorismo, né tantomeno un corpo deputato alla protezione di eventi sportivi all’estero. È un’agenzia che opera in un ambito strettamente interno agli Stati Uniti, legato alla gestione dell’immigrazione: materia che, in qualsiasi ordinamento serio, rientra nella sovranità esclusiva degli Stati.

Che senso ha dunque la sua presenza in Italia?

È vero: un ufficio ICE esiste già a Roma, all’interno dell’ambasciata americana. Ma quello rientra nel normale perimetro diplomatico e di cooperazione informativa. Ben altra cosa sarebbe accettare — anche solo simbolicamente — una presenza operativa sul territorio nazionale, per di più in un contesto pubblico e mediatico come le Olimpiadi.

Il paradosso è evidente:

un’agenzia accusata in patria di muoversi al limite (e talvolta oltre) della legalità, che gode di una percezione di impunità e che opera spesso in attrito con le stesse polizie locali americane, dovrebbe ora essere vista come garante di sicurezza in uno Stato sovrano straniero.

Viene spontaneo chiedersi: sotto quale giurisdizione? Con quali poteri? Con quali limiti?

E soprattutto: chi risponderebbe di eventuali abusi?

Il rischio non è solo giuridico, ma politico e simbolico. Perché normalizzare la presenza di corpi di polizia stranieri con competenze opache significa accettare un principio pericoloso: quello secondo cui la sicurezza diventa esportabile, sganciata dalle responsabilità democratiche e dal controllo delle istituzioni locali.

C’è poi un ultimo, amaro dettaglio. Negli Stati Uniti, proprio le polizie locali — esasperate da operazioni federali percepite come aggressive e incontrollate — hanno più volte espresso dissenso verso l’ICE. Portare questo modello all’estero non rafforza la cooperazione: importa tensioni.

Se davvero la sicurezza degli atleti americani è una priorità, esistono strumenti diplomatici chiari, collaudati e rispettosi delle sovranità. Tutto il resto somiglia più a una dimostrazione muscolare fuori luogo, che a una reale esigenza operativa.

E quando la sicurezza diventa propaganda, la barzelletta smette di far ridere. Diventa un problema.

Foto Wikimedia


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