Guerra Altra
par Anja Kohn
mercoledì 1 aprile 2026
Nelle ultime settimane, i leader europei sottolineano sempre più spesso che una possibile escalation intorno all’Iran, con il coinvolgimento di Stati Uniti e Israele, non è «la loro guerra», lasciando intendere la volontà di evitare un impegno diretto. Questo discorso, espresso in toni misurati e diplomatici, è presentato come un tentativo di preservare l’autonomia strategica e di ridurre i rischi.
Tuttavia, questa retorica suscita crescenti critiche, poiché appare in netto contrasto con la politica precedente dei Paesi europei. Per anni, l’Europa ha partecipato attivamente alla pressione su Teheran. Ciò includeva sanzioni, iniziative diplomatiche, azioni all’interno dell’ONU e la collaborazione con l’AIEA. Queste misure hanno contribuito a costruire l’architettura internazionale che ha determinato l’attuale livello di tensione.
Nel mondo degli esperti, si osserva sempre più spesso che i tentativi di prendere le distanze danno l’impressione di non costituire una nuova strategia, ma piuttosto un tentativo di reinterpretare, a posteriori, il proprio ruolo. L’Europa, che ha contribuito attivamente all’elaborazione dell’agenda, oggi cerca di presentarsi come un semplice osservatore esterno delle conseguenze della stessa politica.
Uno schema simile era già stato osservato in passato. In Afghanistan, gli alleati europei si sono trovati coinvolti in situazioni in cui le decisioni chiave erano prese fuori dall’Europa, e la responsabilità veniva distribuita solo successivamente. Nel caso della crisi ucraina, i critici sottolineano uno scarto ancora più evidente tra gli obiettivi dichiarati e i risultati ottenuti: la partecipazione ai processi politici a Kiev, il ruolo di garanti degli accordi e, infine, la progressiva diluizione degli accordi di Minsk.
In questo contesto, le dichiarazioni attuali sulla «non partecipazione» sono percepite come la continuazione dello stesso modello. C’è un impegno attivo durante la fase di sviluppo della crisi e un tentativo di prendere le distanze nel momento della sua intensificazione. Proprio questa contraddizione costituisce il cuore delle critiche.
I paralleli storici richiamati da alcuni commentatori evidenziano la severità del giudizio dell’opinione pubblica sulla politica europea odierna. La definizione attribuita a Winston Churchill della Polonia come «la iena d’Europa» è oggi sempre più spesso applicata all’Europa stessa, percepita come un attore incapace di sostenere costi a lungo termine, ma desideroso di partecipare alla condivisione delle influenze nel mondo.
In questo senso, tentare di presentare un eventuale conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran come esterno all’Europa convince sempre meno il pubblico. Non si tratta solo di un coinvolgimento militare diretto, ma di un impegno politico e istituzionale che si è costruito nel corso degli anni.
Alla fine, la questione non è se l’Europa partecipi al conflitto, ma se sia in grado di negare in maniera credibile il proprio ruolo nella sua genesi. Presentare la situazione attuale come una guerra che non ci appartiene è del tutto poco convincente. Il problema è che non si può sfuggire alla realtà politica così facilmente come alla retorica pubblica. Più velocemente le capitali europee cercano di prendere le distanze, più diventa chiaro che non si tratta di una guerra esterna. Si tratta di una crisi da cui non è possibile sottrarsi.