Giancarlo Siani, 40 anni dopo | Il coraggio di un cronista «precario» che pagò con la vita

par Giuseppe Ottaviano
martedì 23 settembre 2025

23 settembre 1985. Giancarlo Siani, ventiseienne cronista napoletano che indagava sulla Camorra e sui rapporti tra mafia, affari pubblici e territorio, viene giustiziato con colpi di pistola mentre si avvicina alla sua abitazione: era nel suo iconico mezzo, una Citroën Méhari di colore verde, quando una squadra di assassini lo raggiunse alle spalle sparando ripetutamente. L’omicidio scosse l’Italia e, solo anni dopo, portò a condanne che individuarono mandanti e esecutori legati ai clan di Torre Annunziata. 

Siani era considerato un cronista di talento, capace di collegare appunti, fonti e tessere d’inchiesta con la lucidità di chi non si accontenta del racconto di superficie. Aveva cominciato a scrivere per periodici d’inchiesta e collaborava come corrispondente per il quotidiano Il Mattino: non era ancora un redattore assunto a tempo indeterminato, ma un collaboratore di zona — uno “stringer” — che seguiva i fatti di Torre Annunziata e della provincia, spesso a pagamento a “pezzo”. Stava preparando dossier scomodi su alleanze tra clan e interessi economici quando fu ucciso. 

Il precario che scelse la verità

La vicenda personale di Siani acquista una dimensione ancora più dolorosa se si pensa al suo status contrattuale. Giovane e senza un regolare contratto, Siani sperava in una stabilizzazione — il direttore de Il Mattino avrebbe avuto pronta una lettera di assunzione che però non fu mai notificata in tempo. Eppure non si tirò indietro: continuò a scavare, ad approfondire, a pubblicare inchieste che mettevano in imbarazzo pezzi del potere locale e i loro rapporti con la malavita. 

Questa contraddizione — un giornale che oggi lo celebra come simbolo del coraggio civico ma che allora non lo aveva stabilizzato — è utile a ricordare che il mestiere del cronista non è solo vocazione, ma anche tutela contrattuale. Siani non fu «protetto» da un istituto professionale stabile: lavorò e rischiò la vita da precario. La sua storia è monito su quanto conto abbia il mancato riconoscimento economico e giuridico anche quando il lavoro svolto è centrale per la democrazia.

Precariato del giornalismo: dallo sguardo di Siani alla realtà di oggi

Oggi il quadro dell’informazione in Italia continua a mostrare crepe profonde. I sindacati e le ricerche più recenti denunciano un’ampia diffusione del lavoro precario e di forme di autonomia sottopagate: secondo la Federazione Nazionale della Stampa (FNSI), molti giornalisti freelance e collaboratori percepiscono redditi molto bassi — per vaste fasce la remunerazione annua è lontana da una retribuzione dignitosa (il sindacato segnala frequenti casi di guadagni inferiori ai 10.000 euro lordi annui per chi fa prevalentemente lavoro autonomo), con gravi conseguenze sulla qualità dell’informazione. 

Un report presentato nel 2025, frutto di dati dell’INPS e di analisi istituzionali, mette in luce che su oltre 100.000 iscritti all’Albo dei giornalisti solo una quota molto più limitata versa contributi previdenziali attivi: ciò indica che una parte consistente degli iscritti non vive effettivamente di giornalismo o svolge l’attività in forme intermittenti e non protette. Questi numeri descrivono un settore in cui molti «sono iscritti» ma pochi hanno posizioni stabili e retribuite in modo coerente. 

Indagini giornalistiche e sondaggi professionali mostrano altre tendenze: alta incidenza di collaborazioni a cottimo, forte presenza di freelance con retribuzioni basse e una invasiva precarietà che colpisce soprattutto i giovani e le donne (con evidenti gap retributivi). Un reportage sulla condizione dei precari nel 2024–2025 fotografa uno scenario in cui la passione per l’inchiesta spesso non basta a garantire indipendenza economica e sicurezza professionale. 

Un monito e una proposta

Ricordare Giancarlo Siani oggi non è un esercizio retorico: è un'occasione per riflettere sulla struttura stessa del giornalismo che vogliamo. Il coraggio individuale di Siani non può né deve sostituire tutele collettive. La democrazia ha bisogno di giornalisti liberi ma anche tutelati: stabilità contrattuale, retribuzioni adeguate, formazione e protezione sindacale sono strumenti necessari per preservare un’informazione di qualità e sicura.

Non basta celebrare i caduti della libertà di stampa se, nei fatti, si lascia la professione nelle mani della precarietà sistemica. Occorre una presa di coscienza politica e sociale: leggi sul lavoro giornalistico che combattano lo sfruttamento, incentivi per l’occupazione stabile nelle redazioni, e politiche pubbliche che sostengano il giornalismo locale e d’inchiesta. Solo così il sacrificio di Siani potrà diventare seme non solo di memoria, ma di cambiamento concreto.


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