Gaza: i negazionisti della carestia

par La bottega del Barbieri
martedì 2 settembre 2025

La propaganda israeliana sta diffondendo odiose teorie del complotto per negare quel che accade.

di Leonardo Bianchi (*)

I ristoranti a Gaza sono pieni

Per la prima volta un organismo internazionale riconosciuto dalle Nazioni Unite ha sancito che nella Striscia di Gaza è in corso una carestia.

In un rapporto di 59 pagine pubblicato il 22 agosto del 2025, la Integrated Food Security Phase Classification (IPC, Classificazione Integrata delle Fasi dell’Insicurezza Alimentare) ha messo nero su bianco che la carestia è “interamente causata” da Israele.

Al momento coinvolge soprattutto Gaza City e dintorni, ma si sta “diffondendo rapidamente”.

Com’era scontatissimo, Israele ha respinto con forza la valutazione dell’IPC dicendo che si basa su “informazioni parziali provenienti da Hamas”. Il Cogat, l’agenzia del ministro della difesa israeliano che coordina gli aiuti umanitari, ha parlato di una “falsa campagna di carestia” orchestrata sempre da Hamas.

Per la propaganda israeliana, insomma, non c’è alcuna carestia a Gaza.

Al contrario: c’è un’abbondanza di cibo e bevande, testimoniata dal fatto che i ristoranti e i bar sarebbero pieni.

Questa narrazione è in voga da alcune settimane sui social network, in particolare su X e Telegram.

A promuoverla sotto l’hashtag #TheGazaYouDontSee (“La Gaza che non vedete”) sono sia gli account ufficiali di Israele che alcuni account filo-israeliani seguiti da decine di migliaia di persone.

Il più attivo è indubbiamente “Gazawood”, che prende il nome da un gioco di parole tra Gaza e Hollywood.

L’account in questione pubblica quotidianamente video e storie presi dai profili di bar e locali nella Striscia di Gaza, per dimostrare che non c’è alcuna catastrofe umanitaria.

Spesso e volentieri i post sono accompagnati da didascalie sarcastiche, volte a denunciare l’ipocrisia dei palestinesi e la malafede dei media occidentali che amplificano l’impostura.

In diversi casi, come ha rilevato un articolo di France24, l’account ha però rilanciato clip di locali che nel frattempo hanno dovuto chiudere a causa della penuria di materia prime o del loro costo eccessivo a causa dell’inflazione.

In generale, poi, i locali che rimangono aperti lavorano in condizioni proibitive.

Mohammed Shabana, proprietario dell’Athar Cafè a Gaza City, ha spiegato a France 24 che “anche nelle condizioni più difficili cerchiamo di presentarci in modo dignitoso e rispettabile” sui social.

Tuttavia, ha aggiunto, “questo non significa che vada tutto bene o che ci sia tanto cibo a disposizione. Quello che appare nei video non riflette lo sforzo e la fatica necessaria a tenere in piedi l’attività”.Secondo la metodologia dell’IPC si può parlare di carestia in una certa area quando il 20 per cento delle famiglie si trovano in condizioni di estrema carenza di cibo; quando il 30 per cento dei bambini soffre di malnutrizione acuta; e quando almeno due persone adulte ogni 10mila muoiono ogni giorno di fame.

Qualche cornetto, dei caffè ghiacciati o dei barattoli di Nutella non sono di certo sufficienti a sfamare una popolazione allo stremo.


Gli influencer di “Pallywood”

Quella portata avanti da “Gazawood” e account analoghi è una campagna estremamente subdola, che utilizza video reali ma li travisa e decontestualizza per far leva sull’emotività e seminare dubbi velenosi.

Non è un caso: dietro all’account ci sono dei professionisti della disinformazione.

Stando un’inchiesta del sito Forbidden Stories e di varie ong, tra cui le israeliane Fake Reporter e The Seventh Eye, “Gazawood” è gestito dallo scrittore ultraortodosso Idan Knochen e dallo storico statunitense Richard Landes.

Quest’ultimo è noto per aver coniato la teoria del complotto di “Pallywood” (anch’essa nata da una crasi tra Palestina e Hollywood), di cui avevo parlato nella puntata #64.

Secondo Landes […]


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