Etna, aeroporto di Catania, A19 e carenza nei trasporti: l’eterna arte siciliana dell’emergenza e dell’arrangiarsi dei poveri malcapitati

par Angelo Lo Verme
mercoledì 19 agosto 2026

Etna, aeroporto di Catania finalmente riaperto, dopo oltre una settimana di chiusura a singhiozzo a causa della cenere, e fine dell’inferno d’agosto per i malcapitati passeggeri. Inoltre, A19 Palermo-Catania. Si potrebbe parafrasare Primo Levi: “Se questa è un’autostrada?!” Ricordate la vecchia battuta sulle televisioni commerciali? “Tanta pubblicità interrotta ogni tanto dal film.” Applicata alla A19 potrebbe diventare, senza tema di esagerazione: “Tanta monocorsia interrotta ogni tanto dall’autostrada.” Cantieri, restringimenti, deviazioni, cambi di carreggiata. Un percorso che offre gratuitamente all’automobilista siciliano un’esperienza che altrove richiederebbe l’iscrizione a un corso di guida sportiva. Ore di magnifiche chicane anti-colpo di sonno. Altro che sistemi elettronici che controllano se il conducente è stanco. In Sicilia non servono: ci pensa la strada.

L’Etna, evidentemente, non ha letto i piani di emergenza. Egli, il vulcano siciliano, continua ostinatamente a eruttare quando gli pare, incurante delle esigenze degli aeroporti, delle compagnie aeree e, soprattutto, dei poveri viaggiatori. Anzi, questo vulcano bricconcello sembra avere una particolare predilezione per i periodi di maggiore traffico: vacanze, estate, festività. Possibile che nessuno riesca a spiegargli che dovrebbe eruttare, educatamente, in bassa stagione? Oppure, soluzione definitiva: non possiamo schiodarlo dalla comoda posizione che si gode ormai da un’intera era geologica? Naturalmente si scherza. L’Etna è lì da mezzo milione di anni e continuerà, fortunatamente, a fare il proprio mestiere. Il problema è che noi siciliani, da quando esiste l’aeroporto, sembriamo ancora sorprenderci ogni volta che lo fa. La recente emergenza provocata dalla cenere vulcanica, con la conseguente chiusura dell’aeroporto di Catania, ha causato la cancellazione e il dirottamento di circa 1900 voli, mettendo in grave difficoltà circa 500.000 passeggeri. Lo scalo di Palermo ha dovuto assorbire una parte considerevole del traffico deviato da Fontanarossa. Notizia di pochissimo fa: per fortuna, alle ore 14.00 di oggi, 15 agosto, dopo oltre una settimana di pesanti chiusure a singhiozzo, finalmente l’aeroporto Vincenzo Bellini ha riaperto al traffico aereo. Fin qui ovviamente, nulla da rimproverare alla natura: con la cenere vulcanica in pista e nell’aria gli aeroplani non possono volare e la sicurezza viene prima di tutto. Altre responsabilità, invece, vanno attribuite a chi ha competenze di ruolo, laddove ci si lascia sorprendere impreparati da un evento naturale. Un evento che, ormai lo sappiamo, si ripresenta con una frequenza e una periodicità prevedibili con ore o persino giorni d’anticipo, grazie ai sensori posizionati sull’Etna: sismografi, telecamere termiche, GPS e altra strumentazione d’avanguardia. Questi trasmettono costantemente dati alla sala operativa dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), che per sicurezza si trova nel centro urbano di Catania. Quando i computer rilevano in automatico e in tempo reale i segnali che preannunciano un’eruzione – come il tremore vulcanico, le deformazioni del suolo e le emissioni di gas, i vulcanologi intervengono per incrociare e contestualizzazione i dati, poiché le macchine tendono a interpretarli in modo troppo rigido. Filtro umano che salta solo in casi di fenomeni estremamente rapidi o rischi di tsunami (come accade a Stromboli), dove i software automatici lanciano l’allarme prima dell’interpretazione umana. Subito dopo la validazione, l’allerta di Dipartimenti di Protezione Civile viene trasmessa immediatamente alle sedi nazionale di Roma e regionale di Palermo. L’Unità di Crisi Immediata riunisce entro 15 minuti il comitato di emergenza, convocando la SAC (gestore dell’aeroporto Bellini), l’ENAV (controllori di volo), la Protezione Civile e la Prefettura di Catania. A questo punto, l’Aeronautica Militare e il VAAC (Centro di Consulenza sulle Ceneri Vulcaniche) di Tolosa (ne esistono nove al mondo), elaborano i modelli matematici del vento e stabiliscono se le ceneri invaderanno lo spazio aereo e le piste dello scalo di Catania. Infatti, non basta sapere se la cenere invaderà la pista: il vero pericolo riguarda i cieli. Con i 1000° dei motori, la cenere si trasformerebbe in una sorta di vetro liquido incandescente che può ostruire i condotti interni e causarne lo spegnimento in volo. Inoltre, l’effetto abrasivo dei frammenti vulcanici sui parabrezza rischia di azzerare la visibilità dei piloti. In caso affermativo, com’è successo in questo agosto, il VAAC emette un bollettino grafico ufficiale (VAFTAD), in cui la mappa dello spazio aereo contaminato dalla cenere si colora di rosso. Da questo momento l’ENAV emette immediatamente un avviso ufficiale vincolante chiamato NOTAM, per informare tutti i piloti del mondo che i cieli sopra Catania sono chiusi per motivi di sicurezza. Contemporaneamente, a terra, la SAC aggiorna i tabelloni dell’aeroporto con le scritte rosse: CANCELLATO o DIROTTATO. Da qui si comprende quanto l’organizzazione su esposta sia fondamentale per la sicurezza e per fortuna funziona alla perfezione. A questo punto la palla passa alle compagnie aeree che, pur sapendo che l’aeroporto di Catania è chiuso, comunicano solo pochissime ore prima la reale condizione del volo: se cancellato o deviato in altro aeroporto. Con questa politica dilatoria furbesca sperano nel cambiamento del vento per evitare i costosi rimborsi in caso di cancellazione totale. Nel frattempo, cercano l’aeroporto alternativo più economico, che per costi e vicinanza è quasi sempre quello di Comiso. Così facendo ritardano i pullman sostitutivi ed evitano di pagare le notti in hotel. Insomma, di mezzo c’è sempre il profitto, a volte comprensibile, ma fin quando il dovere non impone di considerare anche i disagi subiti dai passeggeri. E qui significa pretendere troppo, tipo il buon cuore delle compagnie aeree. In ogni caso queste, quando il volo viene deviato, sono obbligate a corrispondere le spese suppletive di trasporto verso gli aeroporti sostitutivi. Bisogna farne richiesta sui siti appositi, documentando le spese extra sostenute; e poi aspettare con realismo l’agognato rimborso, giacché non si sa quando e se mai arriverà. Ritornando alle eventuali responsabilità della Protezione Civile, è comprensibile l’enorme difficoltà economiche nell’acquistare autobus sostitutivi, in attesa dell’emergenza: sarebbe antieconomico. La SAC però potrebbe essere sollecitata dall’ENAC ad ampliare i piazzali degli aerei (apron, dove gli aerei si fermano per far scendere i passeggeri) negli aeroporti di Comiso, Palermo e Trapani, per aumentare la capacità di assorbimento di aerei deviati da Catania nei casi di chiusura obbligata dall’Etna. Ciò faciliterebbe molto i dirottamenti e ridurrebbe i tempi di attesa dei passeggeri bloccati in aeroporto senza sapere il loro destino, date le manovre dilatorie delle compagnie aeree già sopra dette. Anche la costruzione di un altro aeroporto nel centro Sicilia sarebbe auspicabile. Infine il Ministero dei Trasporti, potrebbe aumentare massicciamente gli investimenti per ampliare in modo ragionevolmente rapido le reti ferroviarie e autostradali della Sicilia. I treni sono pochi e lenti, e le autostrade in perenne manutenzione. Un vero calvario per gli automobilisti. Certo, vi sono molti cantieri aperti, obietterà il predetto Ministero. Se il sistema funziona così bene però, perché tanti viaggiatori continuano ad avere la sensazione di doversi arrangiare? Non tutta la colpa ovviamente è di questi governi, nazionale e regionale, ma la storica lentezza endemica dei cantieri continua persistere e forse ad aggravarsi nel tempo. Quindi, i malcapitati viaggiatori si devono organizzare e arrangiarsi fra loro per dividere ad esempio i costi dei taxi diventati proibitivi: testimoni raccontano che per la tratta Catania – Palermo, qualcuno è arrivato a chiedere anche 500 euro. Sciacallaggio puro. C’è poi la condizione delle autostrade siciliane. A19 Palermo-Catania. Si potrebbe parafrasare Primo Levi: “Se questa è un’autostrada?!” Ricordate la vecchia battuta sulle televisioni commerciali? “Tanta pubblicità interrotta ogni tanto dal film.” Applicata alla A19 potrebbe diventare, senza tema di esagerazione: “Tanta monocorsia interrotta ogni tanto dall’autostrada.” Cantieri, restringimenti, deviazioni, cambi di carreggiata. Un percorso che offre gratuitamente all’automobilista siciliano un’esperienza che altrove richiederebbe l’iscrizione a un corso di guida sportiva. Porto ad esempio il mio caso concreto. Canicattì – Aeroporto di Palermo: circa due ore e mezza di magnifiche chicane anti-colpo di sonno. Altro che sistemi elettronici che controllano se il conducente è stanco. In Sicilia non servono: ci pensa la strada. Per andare a prendere mia moglie dirottata dall’aeroporto di Catania a quello di Palermo, ho dovuto usare l’auto privata; e questo ha avuto un costo: carburante, chilometri, tempo e una giornata di ferie utilizzata. Non è una tragedia. Moltiplichiamo però questi piccoli disagi individuali per centinaia di migliaia di persone e quello che sembrava un problema privato diventa un costo collettivo. Ed è qui che l’ironia deve lasciare per qualche istante spazio a una domanda seria. “Quante volte deve eruttare ancora l’Etna prima che l’emergenza smetta di essere considerata un’emergenza?” Non possiamo conoscere il giorno e l’ora della prossima eruzione. Possiamo però sapere che ce ne sarà un’altra. E un’altra ancora, e l’INGV, fortunatamente segnalerà e allerterà adeguatamente chi di dovere. Per questo non basta predisporre interventi straordinari quando il problema esplode. Come già detto prima, occorre un sistema permanente e immediatamente riconoscibile: se Catania chiude, dovrebbe scattare automaticamente un piano conosciuto in anticipo da aeroporti, compagnie e passeggeri. Aumenti degli apron negli altri scali e collegamenti sufficienti, informazioni chiare, treni e autobus realmente commisurati al numero delle persone dirottate, dovrebbero essere misure preventive e mai emergenziali. Soprattutto occorrerebbe finalmente considerare aeroporti, ferrovie e autostrade siciliane parti dello stesso sistema, anziché mondi che sembrano incontrarsi per la prima volta a ogni emergenza. Perché l’Etna non possiamo spostarlo. Non possiamo chiedergli di consultare il calendario prima di eruttare. Non possiamo nemmeno multarlo: probabilmente non pagherebbe entro cinque giorni e gli raddoppierebbero la sanzione. Possiamo però pretendere qualcosa dagli uomini. Programmazione. Organizzazione. Informazione. Infrastrutture degne di una regione europea e di una delle principali destinazioni turistiche del Mediterraneo. Nel frattempo, non resta che ringraziare. Mille grazie ai governanti passati, presenti e, per non far torto a nessuno, anche futuri; e grazie anche a te, Etna. Continua pure a fare ciò che fai da millenni. Prima o poi, forse, saremo noi a dovere imparare a fare ciò che dovremmo fare da tempo e non soltanto annunciarlo e farlo al rallentatore. Il mondo inevitabilmente corre più veloce: non possiamo permetterci di aumentare a dismisura questo divario, perché poi sarà quasi impossibile colmare la distanza.

Angelo Lo Verme


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