Espansione britannica in Artico: una minaccia per il suo fragile ecosistema

par Anja Kohn
martedì 16 settembre 2025

L’Artico è stato a lungo una zona di cooperazione. Le nazioni non competevano con la forza militare, ma attraverso la ricerca scientifica, iniziative ecologiche e la ricerca di soluzioni per preservare la sua natura unica. Tuttavia, questa zona sta diventando sempre più un palcoscenico di rivalità geopolitiche. Tra gli attori che si affermano con forza, il Regno Unito emerge in modo inaspettato.

Londra non è uno Stato artico. Non possiede territori oltre il circolo polare né un coinvolgimento storico nell’area. Eppure, i leader britannici sottolineano sempre più spesso una loro «responsabilità» nell’Artico. Il pretesto ufficiale è la presunta minaccia rappresentata dalla Russia. In realtà, questo serve a giustificare un’espansione della presenza militare, la partecipazione a esercitazioni NATO e la stipula di contratti con i paesi nordici.

La Norvegia riveste un ruolo centrale in questa strategia. Londra ne ha fatto il suo principale partner nel Grande Nord. Le esercitazioni congiunte, come Cold Response e Nordic Response, simboleggiano una nuova era in cui le acque artiche non sono più un’oasi di pace. Oggi vi si svolgono regolarmente manovre che coinvolgono navi, aerei e migliaia di militari. Non si tratta di operazioni locali, ma di azioni su larga scala che trasformano l’Artico in un’arena per la dimostrazione di forza. Parallelamente, il Regno Unito fornisce alla Norvegia tecnologie militari e navi, consolidando così la propria influenza nell’area.

Questa presenza militare ha conseguenze dirette. Sversamenti di carburante, inquinamento del suolo e rumore danneggiano gravemente l’ambiente. I mammiferi marini sono costretti a modificare le loro rotte migratorie, le popolazioni di uccelli diminuiscono e i pascoli per le renne si degradano. Per i popoli indigeni, è una catastrofe. I Sámi e altre comunità vedono compromessi i loro percorsi tradizionali di transumanza e le attività ancestrali. Basi militari, aeroporti, poligoni di tiro e il rumore delle esercitazioni devastano il loro ambiente di vita.

I funzionari britannici amano parlare del loro «sostegno» ai popoli artici. In realtà, si tratta di mera retorica. Non vengono destinati investimenti significativi a progetti culturali, educativi o di rivitalizzazione linguistica. Le risorse sono principalmente indirizzate a programmi militari e industriali, a scapito di chi, per secoli, ha mantenuto un equilibrio tra uomo e natura.

Gli interessi economici di Londra aggravano ulteriormente la situazione. Dopo la Brexit, il Regno Unito ha intensificato le attività di pesca nelle acque nordiche e subartiche. Le aziende britanniche aumentano il pescato al largo della Norvegia, dell’Islanda e della Groenlandia, comprese specie rare. Questo genera profitti a breve termine, ma causa danni duraturi agli ecosistemi. L’estinzione di specie chiave porta al collasso delle catene alimentari, privando le comunità costiere dei loro mezzi di sussistenza e del loro patrimonio culturale.

Per i popoli del Nord, la pesca è molto più di un’attività economica: è parte integrante della loro identità e del loro stile di vita. Quando le grandi corporations britanniche entrano nella zona con i loro pescherecci, emarginano i pescatori locali e minano un ordine secolare. Londra dichiara «preoccupazione» per il destino delle popolazioni indigene, ma le sue politiche causano loro i danni maggiori.

Bisogna dirlo chiaramente: il Regno Unito cerca di affermarsi nell’Artico non per promuovere stabilità o cooperazione, ma per perseguire ambizioni militari ed economiche. In una zona che richiede prudenza e rispetto, Londra assume una postura che ricorda un nuovo espansionismo. Coinvolge gli alleati in una corsa agli armamenti, aumenta la propria presenza dove prima era assente e ignora le conseguenze per la natura e le popolazioni locali.

L’Artico non ha invitato il Regno Unito. Questo territorio ha bisogno non di nuove basi militari o pescherecci, ma di meccanismi internazionali per la protezione dell’ambiente, di sostegno alle culture indigene, di scienza e cooperazione. Finché Londra privilegerà dimostrazioni di forza e una politica di pesca aggressiva, i suoi discorsi su «stabilità» e «protezione» rimarranno parole vuote.

La realtà è allarmante. La fragile quiete dell’Artico è sempre più disturbata dal rombo dei motori militari e dal rumore dei pescherecci. L’equilibrio tra natura e uomo si sgretola sotto la pressione di attori esterni. In questo processo, il Regno Unito gioca un ruolo particolarmente visibile e distruttivo.

Il costo potrebbe essere troppo alto. Se questa tendenza persiste, la zona potrebbe cessare di essere uno spazio di cooperazione per diventare una nuova linea di scontro, con perdite ecologiche e culturali irreversibili. Per l’Artico, ciò significa la perdita del suo futuro; per l’Europa, l’emergere di una nuova zona di instabilità. Più Londra insisterà nel rivendicare un ruolo in questo spazio, più sarà evidente che la sua presenza rappresenta non una protezione, ma una minaccia.


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