Ecuador e Perù: genesi di un’insurrezione
par David Lifodi
venerdì 19 dicembre 2025
Daniel Noboa, José Jeri e, prima di lei Dina Boluarte, impongono le vecchie ricette fondomonetariste a due popoli in rivolta tramite la militarizzazione dei territori. La distanza tra i palazzi del potere e la popolazione è ormai siderale.
Foto: https://www.resumenlatinoamericano.org/
L’Ecuador e il Perù sono attraversati, quasi contemporaneamente, da due delle mobilitazioni più grandi della loro storia. Al tempo stesso, i due paesi sono governati da presidenti repressivi e autoritari, Daniel Noboa a Palacio de Carondelet e José Jeri a Lima. Quest’ultimo ha assunto ad interim la guida del Perù a seguito del voto del Parlamento che ha dichiarato l’“incapacità morale permanente” di Dina Boluarte, il cui gradimento tra la popolazione non raggiungeva il 4%.
In Ecuador la massiccia protesta popolare è iniziata il 20 settembre scorso, quando la Conaie (Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador) ha promosso uno sciopero a tempo indefinito contro il Decreto 126 che sanciva l’aumento del prezzo del diesel, causa scatenante del malcontento popolare già crescente a seguito della sempre maggiore privatizzazione della sanità, di tutti i servizi pubblici e della povertà dilagante.
La risposta di Noboa è stata durissima: imposizione dello stato d’assedio e militarizzazione dei territori. A farne le spese sono stati tre manifestanti, divenuti un ulteriore motivo di rivendicazione per le organizzazioni popolari, scese in piazza per commemorare l’omicidio di stato di Rosa Elena Paqui, José Alberto Guamán e Efraín Fuérez. La donna, di 38 anni, è stata uccisa dall’inalazione dei gas lacrimogeni sparati all’interno di una abitazione. I due uomini, di 27 e 45 anni, sono deceduti dopo esser stati colpiti dai proiettili sparati dalla polizia: Guamán durante lo sgombero di un picchetto stradale e Fuérez mentre stava aiutando dei manifestanti feriti.
Anche in Perù la repressione di stato non si è fatta attendere. A destare commozione, nonché a suscitare rabbia in tutto il paese, l’uccisione di Mauricio Ruiz Sáenz, un rapper di 32 anni. A Lima, ma anche nelle altre città, le proteste non si sono certo arrestate a seguito dell’impeachment votato in Parlamento contro Dina Boluarte anche da molti politici a lei vicini, scesi in tutta fretta dal carro del vincitore per salire su quello, analogo e altrettanto affine, di José Jeri, un presidente già delegittimato su cui pende un’indagine per violenza sessuale, poi archiviata per mancanza di prove, nonché un’altra per corruzione. Esponente del partito di ultradestra Somos Perú e integralista cattolico, Jeri ha seguito l’esempio di Noboa in Ecuador ed ha utilizzato immediatamente il pugno duro contro le organizzazioni popolari.
Il conflitto armato interno è la scusa, poco credibile, sbandierata da entrambi i presidenti, sia quello ecuadoriano sia quello peruviano, per legittimare la repressione contro le rispettive società civili. Inoltre, la proclamazione dello stato d’assedio, ufficialmente contro la crescita della criminalità organizzata, del narcotraffico e del narcoterrorismo, rappresenta l’espediente perfetto per riportare l’ordine in due paesi dove la distanza tra i palazzi del potere e la popolazione è ormai siderale. Solo in Perù, dove Jeri ha proclamato per 30 giorni lo stato d’assedio a Lima e nell’intera area metropolitana, a seguito delle ultima manifestazioni si sono registrati circa 120 feriti, comprese quelle a numerosi operatori dell’informazione (giornalisti e fotografi)
Presidenta dal dicembre 2022, quando si era proclamata autonomamente alla guida del Perù dopo l’arresto di Pedro Castillo, di cui era la vice, Dina Boluarte ha tradito rapidamente i valori di Perú Libre, il partito votato principalmente da contadini e indigeni. Accusata, non a torto, di essere una presidenta senza mandato, travolta dalle accuse di corruzione nonché da quella di mantenere rapporti con un gruppo di picchiatori denominato “La Resistencia”, noto per condurre azioni violente contro giornalisti e attivisti per i diritti umani e costretto a fare i conti con numerose indagini aperte da parte della magistratura, ha finito per essere invisa ai peruviani proprio perché il suo governo, in pratica, ha agito contro i suoi stessi concittadini.
Le presidenze di Boluarte prima e di Jeri adesso hanno rappresentato la peggior arroganza dell’oligarchia peruviana. Per il presidente ad interim parlano anche i numerosi commenti machisti sull’account personale di X. Sono già molti gli analisti politici che definiscono José Jeri come il maggiordomo del fujimorismo, un mero esecutore, a qualsiasi costo e senza alcuno scrupolo, dei diktat dei gruppi di potere più influenti del paese. Jeri, come del resto Boluarte, ha come unico obiettivo quello di ridurre gli spazi di partecipazione democratica nel paese, un risultato al quale punta apertamente, in Ecuador, anche Daniel Noboa, alla guida di uno dei paesi più diseguali del mondo.
Il modello di “libertà economica” a cui guarda Noboa in Ecuador è simile a quello imposto attualmente da Javier Milei in Argentina e non rappresenta nulla di particolarmente nuovo rispetto agli aggiustamenti strutturali dal pinochettismo in Cile all’epoca della dittatura militare. Tuttavia, per l’Ecuador, il peggio deve ancora venire. Oltre all’aumento del prezzo del diesel, sta per abbattersi sul paese una pericolosa estensione dell’accordo stipulato con il Fondo monetario internazionale che prevede, tra le altre cose, una nuova ondata di privatizzazioni ed una ulteriore flessibilità lavorativa. Entrambe le misure finiranno per spolpare definitivamente un paese già allo stremo, messo alle corde dalla violenza della criminalità organizzata e che vedrà crescere il lavoro informale e i licenziamenti a discapito dell’aumento della ricchezza solo per una esigua fascia della popolazione.
L’estallido social, promosso soprattutto dalla Conaie, che pure nel corso degli anni aveva definitivamente interrotto qualsiasi rapporto con il correismo, sembra ben lontano dall’esaurirsi, o comunque proseguirà almeno fin quando in Ecuador le organizzazioni sociali non avranno più la percezione che Noboa governi soltanto per se stesso e per quella ristretta elite che intende seguire alla lettera le ricette fondomonetariste all’insegna del neoliberismo autoritario. Ufficialmente, il 22 ottobre scorso, la Conaie ha sospeso lo sciopero, conclusosi con circa 300 feriti, un centinaio di persone arrestate, ma soprattutto con tre morti.
In questo contesto Noboa intende prepararsi il terreno per vincere la consultazione popolare programmata il prossimo 16 novembre e incentrata sia sull’approvazione al ritorno delle basi militari Usa sia sulla progettazione di una nuova costituente che rediga una Costituzione esattamente all’opposto di quella correista del 2008, e tutto ciò rappresenterebbe un pericoloso passo indietro per i diritti conquistati in Ecuador, ma il presidente insiste nel non voler fare i conti con la Conaie e i movimenti sociali, che a loro volta, hanno sospeso lo sciopero solo per concentrarsi al meglio su questo fondamentale appuntamento elettorale. Rimane, e non poteva essere altrimenti, la condanna della repressione e dell’agenda neoliberista che vuol imporre la democratura di Noboa.
Per parafrasare l’intellettuale messicano Gustavo Esteva, nonostante la repressione in Ecuador e Perù spira il vento dal basso dell’insurrezione in corso.