Duck Baker Trio, "The Waltz Lesson"

par Giovanni Greto
venerdì 27 gennaio 2012

Duck Baker, chitarra; Alex Ward, clarinetto; Joe Williamson, contrabbasso. Un disco piacevolissimo, ottimamente registrato, nel quale i musicisti si dimostrano abilissimi nel padroneggiare le dinamiche sonore, il tutto in un clima di estrema rilassatezza, che non significa assenza di vigore, ma é piuttosto indice di sapienza interpretativa.

Duck Baker, americano dalle doppie radici africane e anglo-irlandesi, trasferitosi in Europa vicino a Londra e per un periodo nel nostro Paese, in Piemonte, oltre che un buon musicista è anche uno studioso e un appassionato della musica americana. Il disco è un po’ una sintetica storia del Jazz, dagli stili degli esordi come il Ragtime, allo Swing, al Bebop, alla libertà improvvisativa.

I brani sono tutti originali, ad eccezione dello standard "Sweet & Lovely", eseguito basandosi sull’interpretazione di Thelonious Monk e "Mr.Syms" di John Coltrane, contenuto in Coltrane plays the blues. Il leader si esprime con la tecnica del fingerpicking, suona cioè le corde della chitarra utilizzando esclusivamente i polpastrelli delle dita.

Il suo stile, sia nell’accompagnamento che nelle parti solistiche, appare contraddistinto da una romantica delicatezza, che appoggia su un solido senso dello swing. I suoi partners, assai più giovani, lo assecondano efficacemente. Il clarinettista, inglese, esibisce un’ottima tecnica, espressa sia in episodi sussurrati, che in momenti di veemente intensità.
 
Sorprende la varietà timbrica e la capacità di dialogare nelle diverse situazioni stilistiche. Corposo, dinamico, ritmico è il suono del contrabbassista, canadese, capace di un "drive" sviluppato abilmente in un tipico brano bebop come Baker’s Dozen e nei veloci Tiziano e TGV, ispirato a due treni ad alta velocità; il primo dei quali percorre le lunghe strade ferrate tra Torino e Dortmund.
 
Il nostro preferito è il primo, Waltz with Mary’s Smile, un fresco 3/4 che induce alla danza e i cui assolo sono introdotti da un’ossessiva, quanto delicata frase del clarinetto, sostenuta alla perfezione dal tocco ritmico di contrabbasso e chitarra. Infine un suggerimento per una riflessione: sarebbe cambiato qualcosa se oltre a contrabbasso e clarinetto, ci fosse stata anche una batteria, percossa esclusivamente con le spazzole?
 
 
 
 

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