Dopo i massacri, in Iran è in corso una repressione di tipo militare

par Riccardo Noury - Amnesty International
venerdì 27 febbraio 2026

Dopo l’8-9 gennaio 2026, quando hanno commesso uccisioni illegali di massa di dimensioni senza precedenti, le autorità iraniane hanno avviato una campagna coordinata e militarizzata per impedire ulteriori espressioni di dissenso e nascondere i crimini da esse compiuti.

La repressione a livello nazionale è stata attuata col completo blackout di internet, col dispiegamento di pattuglie munite di armi pesanti, con l’imposizione di coprifuoco notturni e con divieti di svolgere raduni di due o più persone. Inoltre, le forze di sicurezza hanno arrestato migliaia di manifestanti e altri dissidenti e sottoposto le persone detenute a sparizioni forzate nonché a maltrattamenti e torture, compresa la violenza sessuale. Già devastate dal dolore, le famiglie delle vittime vengono sottoposte a ripetute e crudeli intimidazioni.

Il 21 gennaio 2026 il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale ha reso nota l’uccisione di 3117 manifestanti. Ma già cinque giorni prima, la Relatrice speciale delle Nazioni Unite per l’Iran Mai Sato aveva affermato, nel corso di un’intervista, che erano state uccise almeno 5000 persone.

Negli ultimi giorni le autorità iraniane hanno compiuto arresti sommari durante incursioni notturne in abitazioni private, ai posti di blocco, sui luoghi di lavoro e all’interno degli ospedali. Tra le persone arrestate figurano studenti medi e universitari, difensori dei diritti umani, avvocati, giornalisti e membri delle minoranze etniche e religiose.

Nella provincia di Esfahan le forze di sicurezza hanno ordinato al personale medico di informarle sulla presenza di persone ferite da proiettili veri o da pallini di metallo. In quella provincia, così come in quella di Chaharmahal e Bakhtiari, le forze di sicurezza hanno prelevato dagli ospedali persino pazienti in pericolo di vita.

Familiari di vittime, attivisti e giornalisti hanno comunicato ad Amnesty International che le autorità non forniscono informazioni sulla sorte di molte delle persone arrestate, rendendole così vittime di sparizione forzata, un crimine di diritto internazionale. Alcuni detenuti sono stati portati in prigioni e altri centri ufficiali di detenzione, altri sono trattenuti in basi militari, magazzini o altre strutture detentive improvvisate prive di registrazione ufficiale, il ché aumenta il rischio di subire maltrattamenti e torture.

Fonti ben informate hanno reso noto che le forze di sicurezza hanno sottoposto persone arrestate a maltrattamenti e torture, al momento dell’arresto e durante la detenzione: pestaggi, violenza sessuale, minacce di esecuzione sommaria e diniego intenzionale di livelli adeguati di acqua, cibo e cure mediche.

Il 9 gennaio 2026 le forze di sicurezza hanno fatto incursione nell’abitazione di Amirhossein Ghazerzadeh, un manifestante di Rasht, nella provincia del Gilan. Prima di arrestarlo hanno costretto lui e le sue due sorelle, una delle quali ha 14 anni, a denudarsi e a sottoporsi a perquisizioni alla ricerca di pallini di metallo, che sarebbero stati “la prova” della partecipazione alle manifestazioni. L’uomo è tuttora sottoposto a sparizione forzata.

Oltre a negare sistematicamente i contatti con gli avvocati, le autorità iraniane stanno costringendo le persone detenute a firmare dichiarazioni senza poterle leggere, vere e proprie “confessioni” di crimini mai commessi o di pacifiche azioni di dissenso.

Negli ultimi giorni, le televisioni di stato hanno mandato in onda decine di video di propaganda che mostrano detenuti costretti a “confessare” di aver svolto azioni pacifiche, come aver trasmesso all’estero immagini delle proteste, o di essere responsabili di violenze, quali atti di vandalismo o incendi. Gli obiettivi sono quelli di orientare l’opinione pubblica e di preparare il terreno a sentenze assai dure, persino le condanne a morte.

Dichiarazioni pubbliche fatte da alte cariche dello stato, che hanno definito “terroristi” e “criminali” coloro che hanno preso parte alle proteste, alimentano ulteriormente i timori di ulteriori arresti e di processi sbrigativi e gravemente irregolari che si concluderanno con condanne a morte.

Dal 10 gennaio 2026 il procuratore generale e i procuratori provinciali hanno pubblicamente etichettato i manifestanti come mohareb: persone accusate di essere nemiche di Dio e pertanto meritevoli della pena di morte.

Il 19 gennaio 2026 il capo del potere giudiziario, Gholamhossein Mohseni-Eje’i, ha ordinato procedimenti rapidi e punizioni “deterrenti”. Due giorni dopo ha rincarato la dose ordinando che le imputazioni a carico delle persone arrestate fossero più gravi di quelle formulate dalle procure.

Le famiglie delle vittime o delle persone arrestate sono sottoposte a una sistematica campagna di intimidazioni e coercizioni. Uno dei modi è costringerle a celebrare funerali di notte e in presenza delle forze di sicurezza.

Un operatore sanitario ha informato Amnesty International che a Mashhad, nella provincia del Razavi Khorasan, i funerali sono stati eseguiti direttamente dalle forze di sicurezza senza avvisare le famiglie.

Dopo il massacro dell’8-9 gennaio 2026, a molte famiglie è stato detto che i corpi dei loro cari non sarebbero stati riconsegnati senza il pagamento di un’esorbitante somma di denaro, la firma di impegni a rimanere in silenzio o la diffusione di loro dichiarazioni secondo le quali i parenti deceduti non erano affatto manifestanti ma facevano parte dei battaglioni basij dei Guardiani della rivoluzione ed erano stati uccisi da “terroristi”.

Una fonte ben informata sa di almeno un caso, riguardante una persona uccisa nella provincia di Teheran l’8 gennaio 2026, in cui la famiglia non può ritirare il corpo da più di due settimane perché non ha il denaro chiesto dalle autorità.

È poi ricorrente la messa in onda, durante i programmi televisivi, di dichiarazioni di famiglie distrutte dal dolore costrette ad assecondare la falsa narrazione statale sull’uccisione dei loro cari.

Il 9 gennaio 2026 a Neyshabur, nella provincia del Razavi Khorasan, una bambina di due anni è stata uccisa da un proiettile alla testa. Le televisioni di stato hanno mandato in onda numerosi video di propaganda che attribuivano la morte della bambina ai “terroristi”, assolvendo così le forze di sicurezza. In un video si vede il padre della bambina ripetere letteralmente le parole suggerite da una voce fuori campo. Le autorità non hanno reso noto le generalità complete della vittima ma solo il suo nome, Bahar.

Com’è la situazione oggi? Unità delle forze di sicurezza, dotate di armi pesanti, sono state dispiegate in tutto il paese, allestendo un articolato sistema di posti di blocco e pattugliando città e strade di collegamento.

Le forze di sicurezza fermano costantemente e arbitrariamente automobili e ispezionano tanto i veicoli quanto i telefoni cellulari delle persone a bordo. Sono stati imposti limiti alla libertà di movimento e coprifuoco notturni. Dal tramonto in poi, le forze di sicurezza ordinano tramite altoparlanti a chi è in giro di tornare a casa e restarci e informano che i raduni di due o più persone sono vietati e che, in caso contrario, si rischierà l’arresto.

Vari video mostrano le forze di sicurezza provocare gli abitanti per creare un’atmosfera intimidatoria. Uno di questi, pubblicato il 20 gennaio 2026, mostra agenti delle forze di sicurezza armati e col volto coperto pattugliare le strade a bordo di veicoli militari su cui sono montate mitragliatrici, ordinare ripetutamente di “stare a casa” e intonare cori dedicati alla Guida suprema.


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