Disamina sulla giustizia terrena e divina

par Angelo Lo Verme
martedì 5 agosto 2025

Il legislatore ateniese Solone sosteneva che “La giustizia è come la tela del ragno: trattiene gli insetti piccoli ma quelli grandi la sfondano”. Dopo ventisei secoli non sembra che sia cambiato molto, visto che la giustizia, la morale e la legalità sono rimasti concetti alquanto soggettivi.

L’attributo dell’assoluto, dell’universalità, sembra non potersi applicare a queste ultime categorie sociali fondamentali, che dei panni dell’assoluto invece dovrebbero sempre vestirsi e fregiarsi. L’eccessiva relatività, a volte pelosa, è la caratteristica che invece le condiziona ed inficia, con grave detrimento della serena convivenza. Ad esempio, se per convenienza di qualcuno il legislatore depenalizzasse il furto, rubare non sarebbe più illegale: e allora addio serena convivenza! Dove voglio arrivare? Dai, diciamoci la verità! Chi non ha mai sospettato che nel nostro Bel Paese i potenti non vengono perseguiti dalla legge al pari dei poveri cristi? Chi almeno una volta non ha mai pensato che i potenti difficilmente pagano le loro malefatte e che solo la gente comune paga in proporzione ai crimini commessi? E uscendo dai nostri patrii confini, diciamocelo chiaro: il mondo non è ancora quel luogo ideale dove la giustizia vera regna e governa! Quella giustizia sociale vanamente agognata nel secolo dei lumi! Esso pare invece che sia rimasto il teatro di tante ingiustizie, nel senso più ampio del termine, e di tutti gli orrori che dall’aberrazione più o meno cosciente e interessata del concetto di giustizia ne conseguono. Sfruttamenti di vario genere e grado, persecuzioni, guerre e genocidi sono la conseguenza della regressione del concetto di giustizia a un punto di soggettività tale da diventare giusto solo ciò che fa più comodo. Stabilire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato invece è un compito parecchio gravoso, e affidarlo a chicchessia è davvero molto rischioso! Cosicché la mancanza di una vera giustizia, cioè quella giustizia in senso ampio e non necessariamente scritta, che dovrebbe emanare da concetti morali fortemente illuminati, va a modellare una società poco compassionevole e viceversa: cioè, senza compassione non vi potrà mai essere una vera giustizia. Di conseguenza la collettività con la sua a dir poco imperfetta civiltà giuridica precipita inevitabilmente nel caos, senza più alcuna possibilità di uscire dal tragico circolo vizioso in cui si è più o meno colpevolmente impantanata. Difatti è ormai assodato che una collettività che non coltiva e piuttosto sradica la compassione dal proprio tessuto sociale, non potrà mai concepire la vera giustizia sociale e di conseguenza non potrà mai modellare secondo canoni squisitamente universali un’equa cultura giuridica. Antigone non nega a suo zio, il re Creonte, di aver disobbedito, per ben due volte, a una sua legge scritta, cioè quella di non seppellire il fratello Polinice perché considerato un traditore e gli dice, senza alcun timore di venire condannata: “Non ho pensato che i tuoi decreti avessero il potere di far sì che un mortale potesse trasgredire le leggi non scritte degli dei…”. Infatti, Zeus impone agli umani di seppellire tutti i loro morti, amici o nemici che siano. Adirato, Creonte ribadisce invece che “i nemici sono da odiare anche da morti” e lei ancora: “Non sono nata per condividere l’odio, ma l’amore”. Con un vertiginoso salto di circa 2.500 anni il giudice Rosario Livatino, proclamato beato dalla Chiesa, rielabora così il concetto di una giustizia terrena ispirata alla saggezza e all’amore divino: “Il sommo atto di giustizia è necessariamente sommo atto di amore se è giustizia vera, e viceversa se è amore autentico”. Vi sembra però che, sia ieri che oggi, sia mai stata realizzata questa idea di giustizia sociale che chiunque può facilmente definire soltanto utopia e vaneggiamenti di candide anime sognanti? Ed è così, purtroppo! Dunque vi chiedo ancora se vi sembra giusto e compassionevole che ancora c’è chi muore di fame e chi si può saziare fino all’obesità? E’ giusto che da sempre c’è chi detiene enormi ricchezze e chi è costretto a vivere nella miseria più nera? Ovviamente no: non è né giusto né compassionevole tutto ciò! Eppure, pur riconoscendo tutto ciò, nessuno ha mai pensato di punire come reati vizi capitali come l’ingordigia, la superbia, l’avarizia, l’accidia, l’invidia, l’ira! Ovunque non sono nemmeno contemplati dalla giustizia terrena, quella costituita da articoli e commi, testi e decreti, legittimandone dunque la consuetudine che al massimo la società può soltanto deplorare e condannare moralmente. Servirebbe allora quanto meno un’attiva, costante ed efficace deplorazione morale da parte della società, che facesse da deterrente ai comportamenti sociali sbagliati e moralmente ingiusti e, se fosse il caso, confinare in una qualche studiabile forma i responsabili di quei comportamenti scorretti che rivestono una particolare rilevanza sociale. Anche se qui nascerebbe un dilemma grande quanto le corna del diavolo almeno, relativamente a chi e come potrà mai decidere quali sono i comportamenti altamente deprecabili e quali no, data l’infinità delle sfumature della natura umana. Personalmente credo che un certo grado di consapevolezza, di spiritualità e di altruismo umano possa notevolmente facilitare simile complessa decisione. Già vado molto oltre e immagino gli edifici degli ex tribunali adibiti a biblioteche con scritto sui loro frontespizi a lettere cubitali quale memoria e monito: “La legge è scolpita dentro di noi”. Insomma, sarebbe necessario un certo numero di persone illuminate che riuscissero ad istituire nei secoli una società altrettanto illuminata. Ad oggi è pura utopia: come non esserne dolorosamente consapevoli?! Fra cento anni, chi lo sa? Purtroppo però non sempre c’è la suddetta deplorazione morale da parte di una società diventata indifferente, permissiva e poco propensa a pronunciare condanne morali circa comportamenti non altamente eclatanti e quindi ormai considerati quasi normali. L’attuale è una società che ha normalizzato troppe cose funeste a causa della bulimia delle informazioni che ci vengono propinate, specie con immagini, specie con quelle più tragiche. Vedere da più di tre anni macerie in Ucraina e un po’ da meno tempo a Gaza sugli schermi in generale, nemmeno ci sbigottisce più. In definitiva quindi credo che si possa ritenere che la giustizia, come la morale, rimarranno concetti alquanto relativi finché l’umanità non evolverà nel senso dell’amore e della compassione; attributi necessari e sufficienti per prendere decisioni giuste e che possono fregiarsi della categoria dell’universalità.

Angelo Lo Verme


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