Diario di bordo (e di stomaco) dal Portogallo: la bifana, il baccalà frullato e i due pazzi del villaggio

par Massimo Icolaro
venerdì 16 ottobre 2026

Se c’è una cosa che impari viaggiando, è che ogni Paese ha i suoi capolavori, i suoi misteri gaudiosi e la sua quota fissa di stravaganti locali. Di ritorno dal Portogallo, il bilancio finale è indubbiamente positivo: paesaggi mozzafiato, scogliera atlantica da cartolina e un’accoglienza calda, quasi familiare. Quasi. Perché come in ogni commedia che si rispetti, per fare un viaggio perfetto ci vogliono anche i "bastian contrari".

Il primo incontro ravvicinato del terzo tipo avviene a Cascais. Un acchiappino di quelli che cercano di trascinarti nel locale a tutti i costi. Mi scappa mezza parola — una di numero, cortese — e questo scatta come se gli avessi insultato la discendenza. Risultato? Per cercare di battere dove pensava facesse più male, se ne esce urlandomi dietro: "Rumeno!". Che poi, con tutto il rispetto per la Romania, usato come "insulto" da un PR di strada fa semplicemente ridere.

Ma la palma d’oro della paranoia va alla barista-pasticciera incontrata più avanti. Mia moglie chiede un bicchiere vuoto. Io, da interprete di fiducia, traduco al volo in inglese: "glass". La signora guarda mia moglie, guarda me, sgrana gli occhi e si inacidisce. Subito dopo capiamo il corto circuito: la genia ha scambiato l'italiano "bicchiere" per un'offesa gravissima e diretta in un portoghese che esiste solo nella sua testa — una roba tipo "ti tiro un calcio". Ora, riflettiamoci un attimo: secondo la logica di questa donna, due turisti italiani che fino a un secondo prima balbettavano a stento tre parole per ordinare un caffè, improvvisamente padroneggiano lo slang portoghese più recondito solo per insultare una barista a caso. Geniale. Un livello di cospirazionismo da bar davvero encomiabile.

A parte questi due capolavori di psichiatria da marciapiede, la vera sorpresa del viaggio è stata un’altra: la tanto decantata gastronomia lusitana.

Intendiamoci, si mangia, non si muore di fame. Ma dopo aver sentito parlare per anni della grande tradizione culinaria portoghese, ti aspetti chissà quali magie. Poi arrivi sul posto, apri il menu del ristorante tipico e trovi... il polletto da rosticceria con le patatine fritte (frango assado com batatas). Onesto, per carità, ma è esattamente quello che compri la domenica mattina al girarrosto sotto casa mentre aspetti che si cuocia la pasta.

E che dire del piatto nazionale per eccellenza, la bifana? Un fantastico, glorioso... panino con la fettina di maiale. Buono, saporito, per carità, ma pur sempre una fettina nel pane.

La delusione vera, però, arriva dal mito assoluto: il bacalhau. Ti aspetti il filetto alto tre dita, dissalato a regola d’arte, cotto al forno con un filo d’olio buono. E invece cosa ti piazzano come piatto forte? Un frullato di baccalà impastato con farina e patate, fritto a forma di crocchetta schiacciata. Un Pastéis de Bacalhau che sarà pure iconico, ma che al palato di chiunque sia cresciuto a pane e macchia mediterranea sembra più un tentativo di nascondere il pesce che di valorizzarlo.

Torni a casa, ti metti a sedere al tavolo di cucina, guardi un piatto di spaghetti al pomodoro fresco o una fetta di carne cucinata come Dio comanda e capisci tutto. L’orgoglio italico per la cucina non è campanilismo sterile: è semplicemente legittima difesa del palato.

Bello il Portogallo, bellissimi i panorami, cara la gente (barista paranoica e PR di Cascais esclusi). Ma la prossima volta che qualcuno vi parla del "leggendario baccalà portoghese", sorridete, annuite... e tenetevi stretto il primo ristorante italiano che trovate al rientro.


Leggi l'articolo completo e i commenti