Denatalità | La trappola di Malthus rovesciata
par clemente sparaco
lunedì 27 ottobre 2025
A proposito degli ultimi aggiornamenti Istat su natalità e fecondità
Gli ultimi aggiornamenti Istat relativi a natalità e fecondità in Italia restituiscono un quadro desolante: solo 370.000 nati nel 2024 (10.000 in meno rispetto all’anno precedente) e 1,18 figli in media per donna. Il declino pare inarrestabile, nonostante la politica di incentivi del Governo, confinando il nostro Paese fra gli ultimi a livello europeo e mondiale. La denatalità si diffonde come un virus anche fra le immigrate, se l’indicatore di fecondità per esse è precipitata da 2,3 a 1,79 in poco più di un decennio. Non ne parliamo dello stesso dato riferito alle autoctone italiane a dir poco sconfortante: 1,11.
Il fatto è che siamo finiti demograficamente parlando in una trappola di Malthus rovesciata. Sì perché l’economista e demografo inglese teorizzò nell’800 un gap progressivo tra crescita (geometrica) della popolazione e crescita (aritmetica) delle risorse alimentari per cui si sarebbe a un certo punto arrivati ad un divaricamento, fra l’una e l’altra, insostenibile e le risorse non sarebbero bastate più a soddisfare i bisogni alimentari.
La teoria, invocata ripetutamente dai neomalthusiani per contrastare la natalità in ragione del progressivo impoverimento e perturbamento ambientale, ha esercitato (ed esercita ancora) un’influenza su molti indirizzi di politica economica e di pianificazione familiare. Fu invocata, ad esempio, negli anni ’60, quando la crescita demografica era sostenuta, per promuovere l’uso della pillola in nome del contenimento delle nascite. E quando nel ’78 si votò per la legalizzazione dell’aborto essa restò come sullo sfondo, nella misura in cui il diritto reclamato “ad una procreazione cosciente e responsabile” si trasformò da subito, forse inopinatamente, in pratica di controllo delle nascite. Né c’è dubbio che la soppressione di 6 milioni di embrioni dalla sua introduzione ad oggi in Italia abbia determinato un impoverimento senza precedenti del tessuto demografico.
Nel frattempo, la struttura della popolazione italiana è radicalmente mutata. La natalità si è andata progressivamente contraendo, la nuzialità si è più che dimezzata e la popolazione è invecchiata. Il numero medio di figli è sceso ampiamente al di sotto del livello minimo atto ad assicurare il ricambio generazionale (che è di 2 per donna).
In conseguenza di questo crash demografico il problema della progressione esponenziale e del gap fra risorse e popolazione, paventati da Malthus, si ripropone ma come tendenza al declino. Il numero dei nati sprofonda infatti a livelli infimi, collezionando record negativi. È un tracollo che si autoalimenta, un circolo vizioso che, nel persistere (ormai da decenni) di uno stesso costume riproduttivo, produrrà un’ulteriore curvatura in senso discendente della parabola della natalità.
L’equazione è ovvia: meno mamme = meno figli. Le donne che partoriscono oggi il primo figlio, mediamente intorno ai 30 anni, sono nate agli inizi degli anni ’90 quando il numero dei nati era già fortemente contratto, e le bambine che nascono oggi sono molte meno, per cui fra 30 anni ci saranno ancora meno mamme. Il trend è inesorabile e difficile da invertire.
Quali le cause?
Alcune sono senz’altro note e denunciate: difficoltà di trovare lavoro, di trovare un’abitazione, di mettere su famiglia e difficoltà, una volta che questa si sia realizzata, di conciliare il lavoro con il ruolo di madre. Il dato è avvilente: il 25% delle donne italiane non diventerà mai madre, contro il 14% delle americane e il 10% delle francesi. Inoltre, l’età avanzata in cui si decide di affrontare la prima gravidanza incide sull’aumento dell’infertilità, che affligge ormai il 20% delle coppie italiane.
Ma la causa più profonda è culturale, avendo a che fare sottilmente con la speranza e, quindi, con la promozione della vita. Non c’è voglia di diventare genitori perché questo non costituisce più una priorità. Non c’è apprezzamento per la novità di una vita che si forma nel grembo materno e poi viene alla luce e porta nuova luce nel mondo. L’incanto e l’entusiasmo sono come soffocati dall’automatismo dei ritmi lavorativi e dall’artificiosità dei modi di vivere, in una società sempre più complicata, problematica fino al disincanto che si fa condizione di esistenza, vincolo antinatalista, addirittura orizzonte valoriale.