Contro lo svuotamento: la Basilicata e la sfida di restare vivi
par Nicola Trerotola
venerdì 7 novembre 2025
Al 1° gennaio 2025 la Basilicata conta 529.897 residenti. Solo dieci anni fa erano oltre 575.000. In dodici mesi la regione ha perso 3.336 abitanti, un calo del 6,3 per mille, il più alto d’Italia. Il dato è ancora più impressionante se lo si inserisce in una tendenza costante: ogni anno se ne vanno o muoiono più lucani di quanti nascano o arrivino. La Basilicata, oggi, è una delle regioni più spopolate e più anziane del Paese.
Un declino demografico strutturale
La perdita non è episodica: è un fenomeno strutturale che affonda le radici negli ultimi trent’anni. Secondo i dati ISTAT, nel 2010 la regione contava quasi 590.000 abitanti; nel 2025, meno di 530.000. E come se in quindici anni si fosse dissolta una città intera.
A incidere è innanzitutto il saldo naturale, ovvero la differenza tra nati e morti: in Basilicata nel 2024 sono nati poco più di 3.000 bambini, contro oltre 5.500 decessi. Ma il motore principale dello svuotamento resta il saldo migratorio negativo. Giovani, lavoratori e famiglie lasciano la regione, attratti da opportunità di lavoro, studio o servizi altrove. Ogni anno migliaia di lucani – spesso under 35 – abbandonano i propri paesi, senza fare ritorno.
L’economia del vuoto
Dietro ai numeri c’è una realtà economica fragile. I salari medi restano tra i più bassi del Mezzogiorno, la precarietà è endemica e la disoccupazione giovanile supera il 30%. I piccoli comuni, soprattutto nelle aree interne e montane, si svuotano di attività commerciali e servizi: chiudono le scuole e le case restano vuote.
I numeri dell’età e dell’attesa
L’età media regionale ha superato i 48 anni, ben al di sopra della media nazionale. L’indice di vecchiaia – il rapporto tra over 65 e under 14 – è superiore a 230: per ogni giovane ci sono più di due anziani. Ciò significa un sistema sociale sempre più sbilanciato, una pressione crescente sui servizi sanitari e un impoverimento culturale e produttivo diffuso.
L’unico elemento di compensazione, per ora, è l’aumento della popolazione straniera, che ha raggiunto circa 27.400 persone, il 5% del totale. Sono lavoratori, famiglie e studenti che spesso riabitano case vuote e rivitalizzano piccoli centri. Ma anche loro rischiano di andarsene, se le prospettive economiche restano nulle.
Le cause politiche e sociali
Lo spopolamento non è solo il risultato di scelte individuali: è il prodotto di assenze politiche.
La Basilicata ha subito una lunga stagione di politiche di gestione e non di visione. I fondi europei e nazionali vengono distribuiti a pioggia, senza una strategia per creare lavoro stabile, infrastrutture moderne e servizi pubblici dignitosi.
L’Università, invece di diventare polo di attrazione, fatica a trattenere gli studenti lucani stessi. Le aree interne continuano a essere trattate come “periferie da assistere”, non come luoghi da cui ripensare un modello di sviluppo sostenibile e comunitario.
Le conseguenze sul tessuto umano
Lo spopolamento non è solo un fenomeno demografico, è una ferita sociale. Dove chiudono le scuole, scompaiono le piazze. Dove non c’è trasporto, si spegne la vita pubblica. Dove restano solo anziani, muore la memoria condivisa e anche la possibilità di futuro.
Nei paesi lucani si sente la solitudine più che altrove: case sigillate, serrande abbassate, silenzi nei vicoli. In questo paesaggio rarefatto, chi resta lo fa spesso per resistenza più che per speranza.
Immaginare il riscatto
Eppure, parlare di spopolamento non deve significare rassegnarsi. Esistono esperienze e possibilità di inversione, purché si cambi paradigma.
Serve una politica del ritorno e del radicamento, che metta al centro:
- il diritto alla mobilità, con trasporti pubblici efficienti e accessibili;
- un’università diffusa, collegata ai territori e alle comunità;
- il recupero dei borghi come spazi di innovazione sociale, cooperativa e culturale;
- un piano per la casa e per l’abitare collettivo, che contrasti la dispersione e rilanci la socialità.
La Basilicata può ancora scegliere di essere un laboratorio di rinascita, se smette di considerarsi marginale e inizia a immaginarsi come avanguardia.
Conclusione – Restare non basta
Raccontare lo spopolamento significa interrogarsi sul futuro. Restare non è sufficiente, se restare significa sopravvivere. Serve una nuova idea di radicamento, fondata su giustizia sociale, servizi pubblici, cultura e solidarietà.
Non esiste destino geografico, solo scelte politiche.
E la prima, imprescindibile, è questa: ridare alla Basilicata la possibilità di restare viva.