Cittadinanza digitale: perché la scuola deve fare più che vietare
par Giuseppe Ottaviano
mercoledì 22 ottobre 2025
Il concetto di cittadinanza digitale non può esaurirsi solo nel «saper usare» smartphone e app: ma consiste nell’insieme di competenze, diritti, doveri e atteggiamenti che permettono alle persone di prendere parte — in modo critico, etico e responsabile — alla vita civica nello spazio digitale. Significa saper riconoscere fonti attendibili, tutelare la propria privacy, gestire i conflitti online, capire come funzionano algoritmi e intelligenze artificiali e riconoscere la disinformazione.
La Giornata nazionale della Cittadinanza Digitale, celebrata il 22 ottobre, è nata proprio per mettere in luce questa necessità e per spingere scuole, famiglie e comunità a lavorare insieme su competenze che non si acquisiscono automaticamente con la presenza di un device in tasca.
Perché la scuola è il luogo giusto
Mentre il Consiglio d'Europa ha riconosciuto l'urgenza di promuovere l'alfabetizzazione digitale attraverso l'educazione formale, l’UNESCO, nelle linee guida "Global Citizenship Education in a Digital Age", ha messo l'accento sul ruolo degli insegnanti come figure chiave nel preparare gli studenti ad agire responsabilmente negli ambienti digitali. Entrambi gli organismi considerano l’educazione digitale uno strumento essenziale per la democrazia: non si tratta solo di alfabetizzazione tecnica, ma di “empowerment” dei cittadini per difendere diritti e valori anche online. Da questi concetti deriva un’idea chiara: la scuola non è un luogo neutrale rispetto al digitale, ma il luogo più adatto per fare sperimentazione guidata, con insegnanti formati e percorsi che collegano competenze cognitive, etiche e sociali.
La scuola ha tre responsabilità pratiche: trasmettere competenze critiche (media literacy, fact-checking), insegnare pratiche di sicurezza e responsabilità (privacy, netiquette, uso corretto dei dati) e promuovere il benessere digitale (gestione del tempo, prevenzione del cyberbullismo). Questo richiede più di una circolare: richiede progettazione didattica, laboratori, pratiche collaborative e formazione dei docenti. La didattica laboratoriale e il learning-by-doing sono strumenti privilegiati: mettono gli studenti in condizioni di sperimentare ruoli attivi sotto la guida degli insegnanti.
La circolare ministeriale sul divieto d’uso
Oggi molti preadolescenti e adolescenti possiedono uno smartphone e sono connessi quotidianamente: la diffusione dei device è massiccia e l’età d’ingresso nello spazio digitale si è progressivamente abbassata. Questo dato dovrebbe essere motivo in più per investire nell’educazione digitale: avere il device non equivale ad avere competenze. Senza formazione sistematica, i ragazzi e le ragazze sperimentano da soli, spesso replicando comportamenti non critici, vulnerabili alla disinformazione o a dinamiche di gruppo dannose. È qui che la scuola — insieme alle famiglie — deve intervenire.
Il Ministero ha più volte richiamato la necessità di vietare l’uso dei telefoni durante le attività didattiche per tutelare il contesto educativo e il benessere di studenti e studentesse. La circolare ministeriale del 17 luglio 2024 (nota n. 5274) ha introdotto il divieto di utilizzo del cellulare a scuola per l'anno scolastico 2024/2025, a partire dall'infanzia fino al primo ciclo (scuole medie). La misura è stata estesa a tutto il secondo ciclo (scuole superiori) con la circolare n. 3392 del 16 giugno 2025. Così le scuole hanno dovuto adeguare i propri regolamenti e patti di corresponsabilità, prevedendo anche specifiche sanzioni disciplinari.
Regole e limiti sono legittimi e necessari in certi contesti: in classe, durante verifiche o attività focalizzate, stabilire confini è utile. Tuttavia la parola divieto, presa da sola, rischia di esprimere una logica difensiva che non educa. Proibire senza offrire percorsi di alfabetizzazione è contraddittorio: si toglie lo strumento, ma non si insegna a usarlo in modo critico fuori o dentro la scuola. Inoltre, per molti il dispositivo è anche strumento di studio, comunicazione e creatività: la risposta didattica corretta dovrebbe essere regolare e guidare l’uso, non solo sopprimerlo.
Scuola Innovativa: un approccio che coinvolge studenti, famiglie e docenti
In questo contesto il progetto Scuola Innovativa è un esempio pratico di come trasformare il digitale in occasione educativa. I laboratori non sono pensati solo per ragazze e ragazzi: coinvolgono anche docenti e genitori, perché l’efficacia dell’educazione digitale passa necessariamente da una rete educativa ampia. Formare insegnanti significa dare loro gli strumenti per guidare; coinvolgere i genitori significa portare nelle case pratiche condivise (regole, contratti, dialogo). In alcuni prodotti realizzati nei Laboratori di Giornalismo Digitale - organizzati da Kosmopolis Aps, la partecipazione di adulti e giovani insieme ha permesso di trasformare dispositivi e social in opportunità di racconto, confronto, conoscenza e cura del territorio.
Scuola Innovativa si svolge a Napoli, città che dall’8 al 13 ottobre ha ospitato Next Gen AI, iniziativa promossa dal Ministero dell’Istruzione e del Merito. In quell’occasione il ministro Valditara ha annunciato un piano da «100 milioni di euro per formare docenti e studenti all’uso dell’IA», attraverso «attività laboratoriali da realizzare insieme, per utilizzare l’intelligenza artificiale come supporto per potenziare le competenze e per la personalizzazione degli apprendimenti». Valditara ha poi ricordato che «l’intelligenza artificiale non porta solo vantaggi, ma anche rischi legati all’abuso degli strumenti. Se è vero che non bisogna mai avere timore del futuro e dell’innovazione, è altrettanto vero che l’IA deve sempre affiancarsi all’intelligenza umana». Infine, si è detto sorpreso dai risultati di un’indagine Indire, secondo cui il 57,4% dei docenti partecipanti (1.035 su 1.803) ha dichiarato di utilizzare o aver utilizzato l’intelligenza artificiale in attività didattiche.
Un dato incoraggiante, che riflette l’impegno di tanti insegnanti nello sperimentare buone pratiche, animate da quel senso civico che spinge la scuola ad affrontare le problematiche educative, non ad eluderle. A fronte di una platea sterminata lasciata in attesa, la sperimentazione dell’IA in classe avviata nell’anno scolastico 2024/2025 in soli quindici istituti di quattro regioni (Calabria, Lazio, Toscana e Lombardia) rischia di sembrare più un gesto simbolico che un vero piano sistemico.
Chissà se il ministro resterebbe stupito anche dai risultati di un altro percorso di Scuola Innovativa: il Laboratorio sull’Uso positivo e responsabile delle Tecnologie Digitali, curato dalla Cooperativa Sociale EDI Onlus. Il laboratorio ha affrontato temi cruciali — dai rischi online all’hate speech, dal body shaming al cyberbullismo, fino all’adescamento e alla dipendenza da gaming e social media — e ha previsto una fase di peer education in cui la classe ha condiviso quanto appreso con altri studenti e studentesse dell’Istituto.
Un’esperienza che ha rivelato un’evidenza semplice ma profonda: per usare bene l’intelligenza artificiale bisogna prima di tutto usare bene la propria. Ecco, ministro — a questo, nella scuola reale, ci eravamo già arrivati da tempo.
Perché il divieto è un’opportunità persa
Vietare l’uso del device come unico rimedio significa rinunciare a trasformare una potenziale minaccia in una risorsa educativa. L’alternativa è costruire percorsi integrati: regole condivise (patto educativo tra scuola, studenti e studentesse e famiglie) più attività strutturate che insegnino a valutare notizie, proteggere la privacy, riconoscere manipolazioni e usare gli strumenti per partecipare attivamente alla comunità. Questo approccio trasforma lo smartphone da «problema» a «laboratorio sociale e civico».
La cittadinanza digitale è una competenza collettiva: va costruita a scuola, ma con la partecipazione attiva di famiglie e insegnanti. I divieti possono servire, ma devono essere accompagnati da percorsi educativi sistematici e dalla formazione degli adulti. Progetti come Scuola Innovativa dimostrano che è possibile valorizzare il digitale come strumento di partecipazione e narrazione del territorio: non escludendo i device, ma mettendoli al servizio dell’apprendimento critico e della comunità. La Giornata del 22 ottobre può essere il momento per avviare un vero piano locale di cittadinanza digitale che includa laboratori, eventi e risorse concrete per studenti, genitori e docenti.
Francesco Peppino Delia
Giuseppe Ottaviano
Kosmopolis Aps