Cinque scatti per ricordare 90 secondi

par Enrico Miglino
lunedì 29 settembre 2008

Cinque immagini in bianco e nero, tratte da un reportage a Pescopagano del 1982, dopo il terremoto dell’Irpinia al Mountain Photo Festival di Aosta.


Dal 22 agosto al 20 settembre 2008 la città di Aosta ha ospitato un’iniziativa internazionale che ha coinvolto un intero sistema di relazioni, territoriale e digitale: il Mountain Photo Festival.

 

Un progetto ampio, nel tempo e nello spazio e nel coinvolgoimento di realtà anche molto distanti fra loro; un grande evento che ha parlato di montagna secondo modalità non comuni, fuori dagli schemi della retorica e dell’ovvio. Una montagna che è stata reinterpretata attraverso mostre, eventi, incontri e tecnologie della comunicazione. Il tutto aggregato attraverso una rete di strumenti basati sul social networking e il web 2.0 – un vero e proprio ecosistema digitale.

Le montagne si sono “aperte” consentendo di scavalcare i luoghi comuni reainterpretandoli del tutto. Attraverso il concetto della scalata all’incontrario – la montagna diventa metafora di sé stessa e porta aperta su una coerenza di idee e modelli comunicativi di avanguardia. “Open your mountains”, il titolo del photocamp che si è tenuto durante la giornata conclusiva ben rappresenta il concetto che ha sostenuto l’iniziatva.

Grazie a questa “finestra” e al coraggio intraprendente di Fabrizio Bellavista e dei suoi collaboratori ho potuto utilizzare la montagna in senso esteso per ricordare con cinque scatti di un vecchio reportage (anno 1982) un evento che ha insanguinato una realtà sociale e di cui ancora oggi nel sottobosco della memoria si leggono profonde cicatrici.

L’immagine del treno riporta in modo inequivocabile l’idea di viaggio: in questo contesto la partenza assume un significato fuori dal comune. È esodo forzato, abbandono della terra, evento senza spiegazione razionale.

Ventotto anni fa una scossa di 90 secondi al settimo grado della scala Richter ha stravolto l’Irpinia provocando quasi tremila morti e più di ottomila feriti. Pescopagano è stato uno dei tanti paesi colpiti: in pochi istanti il profilo di un territorio, la popolazione e la sua identità culturale sono stati violentati. La geografia ha assunto una connotazione diversa in cui lo spazio umano ha perso significato e storia.

Il tempo si è fermato: i muri sgretolati, mesi dopo portavano ancora il segno “NO” della non abitabilità. Chi è sopravvissuto ha cercato di restare fra quattro mura ancora in piedi, circondato da case diroccate e baracche “provvisorie” ricavate dai container. Il nuovo panorama si assesterà su questo profilo per lungo tempo; un mondo che sembrava immutabile improvvisamente capovolto, sradicato dalle sue consuetudini. La stabilità, la lineare continuità di un luogo con la sua storia e le sue tradizioni ha perso improvvisamente significato soppiantata da un opposto inatteso che esprime lo spessore della tragedia attraverso i segni indelebili di una terra ferita.





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