Catania senza la Primavera: l’ultima festa di sant’Agata per Monsignor Gristina

par agatino provvidenza
giovedì 12 febbraio 2009

“La salita non ci fu”.

Questo il dato “storico” dell’edizione 2009 della festa di Sant’Agata, e non la bonaria didascalia della foto apparsa su “La Sicilia” dell’8 febbraio scorso che documenta in panoramica il rientro della “santa” in cattedrale da Piazza Università: la salita non c’è stata, per motivi ufficialmente di sicurezza, questa sinistra parola così in voga in Italia di questi tempi, anche nelle feste popolari dei santi.

Con l’ultimo scempio si è giunti forse all’acme di una decennale campagna di spossessamento della festa: la festa di Sant’Agata è l’evento più importante a Catania, una versione postmoderna di un rito sacro millenario - stile pellegrinaggio a La Meccaconfermatosi come monopolio della lobby affaristico-religiosa capitata dal vescovo metropolita Salvatore Gristina.

La salita è una prova di forza collettiva di un migliaio circa di devoti vestiti con l’abito bianco e la “scozzola” in testa che ascendono un antico colle vulcanico oggi urbanizzato (la Via San Giuliano) trainando con corde marinare il tonnellaggio costituito del simulacro della santa e del suo apparato ostensorio. Una lunga corsa liberatoria condotta da migliaia di persone tutte insieme: un rito propiziatorio particolarmente efficace si dice - in un posto ancora dominato dagli arcani - contro la furia devastatrice del vulcano. Ma il rito ieri è stato cancellato dal copione della cricca di pupari che domina da un decennio circa la festa della santa di Catania e la città stessa: una elite scadente, priva di senso storico ed estetico, tanto per sottolineare l’evidente distonia tra governanti e governati in una città nota altrove come vera fucina di talenti (non sto parlando di Carmen Consoli).

I fatto si sono svolti a questo modo: una lentezza esasperante nel primo tratto della processione che è giunta con cinque ore di ritardo alla prima tappa saliente (Piazza Cavour)  per poi stancare definitivamente tutti nel secondo tratto implicante la salita, il canto delle monache e la corsa di rientro in cattedrale.
Chi ha tratto beneficio da questa brutta – tristemente “storica” edizione? I mercanti di generi alimentari e  la Curia vescovile, altro genere di mercanti. I primi hanno quintuplicato il giro di affari e vada bene se a guadagnare sono i  poveri venditori di “calia” e “semenza o di palloni all’elio, sebbene non possa omettersi la grave responsabilità civile di chi tra di loro pratica il voto di scambio.

La Chiesa, da parte sua cavalca in senso politico proprio il senso religioso della festa  fagocitandone lo spirito. Di quale "senso" parlo?
Sempre “La Siciila” per bocca dell’arcivescovo ne vanta ritrovato “lo spirito”:  forse intendono la massiccia somministrazione ad alta definizione auditiva di preghiere e i sermoni diffusi con audio assordante durante la processione? Grazie ai nuovi ritrovati della tecnologia conferenziale, si sono sentiti molto poco i clamori della folla dei devoti, i giambi, elementi primari di poesia orale e collettiva da cui Aristotele fa discendere la nascita della commedia, e quindi del teatro stesso. Il ruolo del motteggiare è stato adesso "trasferito" ai portatori di ceri. Chi sono questi?
Una recente categoria di devoti comparsa da circa un decennio e in graduale ascesa anno dopo anno: categoria decisamente degradata, esclusa o auto esiliatasi dal “cordone” col quale si tira la “Santa”. Portano grossi ceri accesi e sono follemente fieri di sottoporsi a uno sforzo inutile da offrire in espiazione dei peccati: segno di una religiosità decisamente - ripeto - degradata, anche in senso cattolico-cristiano. A questo punto, la domanda sorge spontanea:  a chi appartengono le strade della città di Catania? A chi appartiene Sant’Agata e il suo culto? E adesso si vuol far passare la soppressione della salita come una scelta saggia e civile, ricordando forse, la morte per asfissia da calpestamento di un devoto tre anni fa durante la salita. Morte della quale peraltro nessuno dei responsabili civili venne,  beninteso, ritenuto…. responsabile.



Senso religioso nella festa di Sant’Agata? Se vogliamo cercarne uno, non è di certo quello sbandierato da Gristina e dai ben pensanti che lo spalleggiano. Ci sono elementi abbastanza evidenti che riallacciano la processione catanese “da’ santa” ai riti propiziatori della fertilità nelle processioni falliche che si svolgevano ovunque in Sicilia ed in svariati altri luoghi dell’antichità: le date coincidono con altri calendari segnando ovunque il tempo della semina.

Un evento annuale che conservava fino a ieri una stilla di quell’antico senso panico in piena sintonia con la terra da cui nasce e a cui la festa e i riti connessi si riallacciano. La terra del sottosuolo catanese è per di più vulcanica, estremamente fertile ma anche soggetta facilmente a rivolgimenti cataclismatici. Lo sapeva il popolo di Katané -  l’antica città greca alle falde del vulcano Etna ( in greco, la madre generatrice) ed una coscienza profonda delle cose della natura compreso l’eterno  farsesco rimedio contro ogni disastro naturale: la gioia e l’ebbrezza.

Questo è spirito religioso!

La normalizzazione vaticana e il neo affarismo pseudo liberista della politica catanese stanno uccidendo il culto atavico della “santa” che è la donna di tutti.
Ci stanno togliendo la primavera!     

 



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