British Museum cancella la Palestina

par Massimo Icolaro
lunedì 23 febbraio 2026

L'Eclissi di Palestina: Quando il British Museum si Arrende alla Gomma da Cancellare dei Legali

C’è un’arte sottile nel far sparire i popoli, ed è un’arte che non si pratica più solo con i cannoni, ma con le matite dei redattori e le diffide degli avvocati. L'ultima vittima di questa chirurgia estetica della memoria è la Palestina, letteralmente "cancellata" dai pannelli del British Museum su pressione degli UK Lawyers for Israel (UKLFI).

La notizia, emersa in questi giorni di metà febbraio 2026, è un capolavoro di ipocrisia istituzionale. Il museo più famoso del mondo ha confermato di aver rimosso il termine "Palestina" dalle sale dedicate all'Antico Medio Oriente, sostituendolo con "Canaan" o descrizioni più "neutre". La giustificazione? Il termine non sarebbe "storicamente accurato" per periodi antecedenti alla dominazione romana o, peggio, sarebbe "non più significativo" per il pubblico moderno.

Il Precisionismo Selettivo

L'argomento dei legali filo-israeliani è una perla di sofismo: poiché il nome Palaestina fu formalizzato dai Romani dopo la rivolta di Bar Kokhba (II secolo d.C.), usarlo per i millenni precedenti sarebbe un anacronismo. Peccato che:

 * L'etimo "Peleset" compaia già nei geroglifici egizi del tempio di Medinet Habu (1186 a.C.) per indicare le popolazioni dell'area.

 * Erodoto, il padre della storia, scriveva della "Palestina" già nel V secolo a.C., ben prima che i romani ne facessero una provincia.

Ma la coerenza storica è un intralcio quando l'obiettivo è politico. Mentre si accusa la parola "Palestina" di essere un anacronismo, non si ha alcun problema a mantenere nomenclature che servono a proiettare continuità ideologiche moderne sul passato remoto. Si cancella "Palestinese" per scrivere "Cananeo", sperando che nel cambio di etichetta si perda anche il diritto di esistere nel presente.

La Resa del Museo

Il dato più inquietante non è l'attivismo degli avvocati – che fanno il loro mestiere di lobbisti – ma la genuflessione del British Museum. L'istituzione ha dichiarato che il termine "non detiene più una designazione neutrale". È la resa definitiva della cultura alla propaganda: se un termine diventa "divisivo" perché qualcuno decide di contestarlo, la soluzione del museo non è difendere il rigore accademico, ma nascondere la polvere sotto il tappeto delle teche.

Si chiama damnatio memoriae. Ed è paradossale che avvenga in un luogo che dovrebbe custodire la storia, non editarla secondo il gusto delle lobby legali del momento. Se la storia è "offensiva", il British Museum ha scelto di trasformarsi in un salone di bellezza per il passato, dove le rughe della verità vengono spianate dal botox della convenienza politica.

Cosa dicono i numeri del dissenso

| Azione | Stato/Dettaglio |

|---|---|

| Petizione online | Oltre 13.000 firme per il ripristino dei termini |

| Sostituzione chiave | Da "discendenza palestinese" a "discendenza cananea" |

| Posizione del Museo | "Cambiamenti basati su ricerche di mercato sul pubblico" |

Mentre i curatori parlano di "neutralità", il mondo accademico osserva attonito la trasformazione dell'archeologia in un tribunale dove l'ultima parola non spetta allo scavatore, ma all'avvocato.

 


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