Basta tifo politico. La politica torni al servizio dei cittadini
par Gregorio Scribano
mercoledì 19 agosto 2026
«Non sono né di destra né di sinistra. Sono dalla parte del cittadino, del lavoratore e del pensionato». È questa, forse, la sintesi più efficace per descrivere la posizione di Gregorio Scribano, social media manager, content editor, opinionista e comunicatore italiano da anni impegnato nell'informazione digitale.
Nel suo percorso professionale ha diretto LiberalVox e collaborato con diverse realtà editoriali, occupandosi soprattutto di politica, economia, lavoro, pensioni, welfare e trasformazioni sociali. Ha maturato inoltre esperienze nella pubblica amministrazione e nel mondo sindacale, esperienze che hanno contribuito a orientare la sua attenzione verso le condizioni dei lavoratori, dei dipendenti pubblici e dei pensionati.
Il filo conduttore della sua attività è una critica alle politiche economiche di stampo liberista e, più in generale, a una classe politica che, a suo giudizio, si è progressivamente allontanata dai problemi concreti delle persone.
Una posizione che non coincide, tuttavia, con nessuno degli schieramenti tradizionali. Scribano critica, infatti, tanto il centrodestra quanto la sinistra, riconoscendo, quando lo ritiene opportuno, capacità e meriti anche agli esponenti politici che contestualmente sottopone a critica.
Salari, pensioni, tutela del lavoro, sanità pubblica, evasione fiscale, ruolo del sindacato e rapporto tra cittadini e istituzioni sono alcuni dei temi che ricorrono con maggiore frequenza nelle sue analisi. Al centro vi è soprattutto una convinzione: la politica dovrebbe tornare a misurarsi con la vita quotidiana delle persone, anziché ridursi a una contrapposizione permanente tra schieramenti.
È proprio dalla sua collocazione politica, difficilmente riconducibile alla tradizionale dicotomia destra-sinistra, che parte questa conversazione.
Dottor Scribano, lei viene spesso descritto come una persona difficile da collocare politicamente. Destra, sinistra, centro: dove si colloca?
«Credo che il problema sia proprio questo: continuiamo a ragionare attraverso categorie politiche che appartengono, almeno in parte, al secolo scorso. Io non sono né di destra né di sinistra. Sono dalla parte del cittadino, del lavoratore e del pensionato. Se una persona è capace, onesta, competente, e se una proposta è valida e conveniente per la collettività, non mi interessa da quale schieramento provenga. Mi interessa capire se quella proposta è in grado di risolvere un problema concreto degli italiani.
Oggi assistiamo a una politica sempre più concentrata sugli schieramenti e sulle battaglie ideologiche, mentre milioni di persone si confrontano ogni giorno con problemi molto più concreti: stipendi, pensioni, affitti, sanità, caro bollette e futuro dei propri figli. È questa distanza tra il dibattito politico e la vita reale delle persone che mi preoccupa maggiormente.»
Una posizione che qualcuno potrebbe definire populista. Si riconosce in questa definizione?
«Dipende da cosa intendiamo per populismo. Se significa dare voce ai cittadini che non si sentono rappresentati, non mi scandalizza il termine. Se invece significa semplificare la realtà, promettere tutto a tutti e ricercare il consenso facile, allora no. Preferisco parlare di centralità del cittadino. La politica dovrebbe tornare ad essere uno strumento al servizio della società, non trasformarsi essa stessa nel fine.»
Lei è molto critico nei confronti del liberismo. Perché?
«Perché per decenni abbiamo coltivato la convinzione che il mercato fosse in grado di risolvere quasi tutto. Io non credo sia così. Il mercato è uno strumento fondamentale dell’economia, ma non può sostituire lo Stato in ogni sua funzione. Esistono diritti e servizi che non possono essere valutati esclusivamente secondo una logica di profitto.
Se una persona lavora per tutta la vita e arriva alla pensione in difficoltà economiche, se quella stessa persona è costretta a lavorare fino a 70 anni perchè le casse dell'Inps sono vuote, bè, allora, significa che qualcosa nel 'sistema' non ha funzionato. Se un giovane laureato è costretto a lasciare il Paese perché non trova un lavoro adeguato alla propria formazione, non possiamo limitarci a dire che è il mercato a decidere. Io credo che l’economia debba essere al servizio della persona e non il contrario.»
Parliamo di Giorgia Meloni. Lei la critica spesso, ma in alcuni suoi interventi ne ha riconosciuto le capacità politiche. Non è una contraddizione?
«No. E credo che sia proprio questo uno dei problemi della politica italiana: sembra che, se riconosci un merito all’avversario, tu debba automaticamente diventare un suo sostenitore. Giorgia Meloni ha certamente dimostrato capacità politica e comunicativa. Ma governare significa anche mantenere le promesse e misurarsi con i risultati.
Io giudico un governo sulla base di ciò che riesce a produrre concretamente: salari, pensioni, sanità, sicurezza e benessere delle famiglie. E proprio su questi temi continuo ad avere molte perplessità. Posso riconoscere a Meloni delle qualità senza per questo darle una delega in bianco.»
Quindi voterebbe Meloni?
«Non credo che questa sia la domanda corretta. La domanda dovrebbe essere: quale programma risponde meglio alle esigenze del Paese?
Io non sono tifoso di nessuno. E forse uno dei problemi dell’Italia è proprio il tifo politico, perché porta a difendere il proprio schieramento anche quando sbaglia e ad attaccare quello avversario anche quando propone qualcosa di condivisibile.
Dovremmo invece recuperare la capacità di giudicare le singole scelte per quello che producono, indipendentemente da chi le propone.»
E la sinistra?
«La sinistra italiana ha commesso, a mio avviso, un errore enorme: ha smesso, almeno in parte, di parlare alle persone che tradizionalmente avrebbe dovuto rappresentare.
Un operaio, un pensionato, un dipendente pubblico, un giovane precario non chiedono necessariamente lezioni di politica o nuove contrapposizioni ideologiche: chiedono risposte concrete, soluzioni ai problemi quotidiani e la certezza di poter guardare al futuro con maggiore fiducia.
Quando la sinistra perde il rapporto con il mondo del lavoro, lascia uno spazio che inevitabilmente qualcun altro finirà per occupare.
Il problema non è soltanto elettorale. È soprattutto sociale: se una parte della popolazione non si sente più rappresentata, prima o poi cerca altrove qualcuno che interpreti le proprie difficoltà.»
Lei ha criticato anche il sindacato. Ma non ha una storia legata proprio al mondo sindacale?
«Proprio per questo ritengo di poterlo criticare. Il sindacato svolge una funzione fondamentale in una democrazia e continua ad avere un ruolo indispensabile nella tutela dei lavoratori. Ma deve soprattutto rappresentare i lavoratori, senza diventare una componente del sistema di potere. Quando il confine tra rappresentanza sociale e politica diventa troppo sottile, il lavoratore rischia di essere dimenticato.
Il problema non è che un sindacalista possa entrare in politica: è assolutamente legittimo. Il problema nasce quando si crea la percezione che la rappresentanza possa trasformarsi in una porta d’accesso al potere.»
Arriviamo alle pensioni, forse il tema più ricorrente nei suoi interventi. Qual è la sua proposta?
«Prima di tutto dobbiamo smettere di considerare il pensionato come un costo. Una persona che ha lavorato per quarant’anni ha diritto a una pensione giusta e dignitosa. Naturalmente la sostenibilità del sistema deve essere garantita, ma non possiamo pensare di risolvere il problema continuando ad alzare l’asticella dell’età pensionabile e facendo pagare il conto di errori, sprechi e inefficienze sempre ai soliti noti: lavoratori dipendenti e pensionati.
E soprattutto dobbiamo distinguere previdenza e assistenza. Sono due cose diverse e devono essere contabilizzate e considerate separatamente.
Il tema previdenziale non può essere affrontato soltanto guardando ai conti dell’oggi. Bisogna interrogarsi anche sulle conseguenze sociali delle decisioni che prendiamo.»
Ma un giovane potrebbe obiettare: “Voi difendete le pensioni degli anziani e noi rischiamo di non averne mai una”.
«È una critica legittima. Ma la risposta non può essere mettere giovani contro anziani. Il vero problema è costruire un sistema nel quale il giovane abbia un lavoro stabile e adeguatamente retribuito. Se continuiamo ad avere salari bassi, precarietà e carriere discontinue, il problema previdenziale diventa inevitabilmente enorme.
Per questo sostengo che la vera riforma delle pensioni cominci dal mercato del lavoro.
Se una persona guadagna poco per tutta la vita, versa contributi insufficienti e attraversa periodi di disoccupazione o precarietà, sarà molto difficile garantirle una pensione dignitosa. Salari e previdenza sono dunque due facce della stessa questione.»
È proprio il legame tra lavoro e previdenza a rappresentare uno dei tratti distintivi delle analisi di Scribano. Nelle sue riflessioni più recenti la critica si è concentrata anche sull’innalzamento dei requisiti pensionistici e sulla necessità, da lui sostenuta, di riportare l’età pensionabile a 65 anni.
Lei sostiene la necessità di rafforzare la spesa sociale. Ma dove troviamo le risorse?
«Questa è la domanda che sentiamo sempre quando si parla di lavoratori e pensionati. Molto meno spesso la sentiamo quando si parla di altre spese. Bisogna stabilire quali siano le vere priorità del Paese. Combattere seriamente l’evasione fiscale, ridurre gli sprechi, valutare la qualità della spesa pubblica e decidere cosa viene prima.
Non possiamo dire contemporaneamente che non ci sono risorse per adeguare gli stipendi al costo reale della vita o per garantire pensioni dignitose e, nello stesso tempo, trovare miliardi quando una determinata scelta politica diventa prioritaria.
Prima di chiedere altri sacrifici ai cittadini che pagano regolarmente le tasse, bisognerebbe verificare quante risorse lo Stato riesca effettivamente a recuperare attraverso la lotta all’evasione e all’elusione e come vengono spesi i soldi dei contribuenti.»
Veniamo alla politica estera. Sull’Ucraina lei sembra molto critico rispetto alle risorse destinate alla guerra.
«Io non metto in discussione il diritto dell’Ucraina a difendersi. Metto piuttosto in discussione la capacità dell’Europa di perseguire una strategia politica che conduca realmente alla pace.
La domanda che mi pongo è semplice: quanto possiamo continuare a spendere senza spiegare chiaramente ai cittadini quali siano gli obiettivi finali?
La guerra non può diventare una condizione permanente. Occorre lavorare per costruire le condizioni di una soluzione diplomatica. Non credo che sostenere la ricerca della pace significhi essere neutrali rispetto alle responsabilità di un conflitto. Significa chiedersi quale debba essere l’obiettivo politico finale.»
Quindi è contrario alla NATO?
«Essere favorevoli alla pace non significa essere contrari alla NATO. Sono questioni diverse. Penso che l’Italia debba avere una propria politica estera, naturalmente all’interno delle alleanze di cui fa parte, ma senza limitarsi a seguire automaticamente qualsiasi decisione presa da altri. Un’alleanza non dovrebbe impedire a un Paese di elaborare una propria posizione politica e diplomatica.»
E sull’immigrazione? È uno dei temi sui quali destra e sinistra si dividono più profondamente.
«Anche su questo tema dobbiamo uscire dalla propaganda. L’immigrazione incontrollata può creare problemi, ma anche l’idea di poter chiudere completamente le frontiere è irrealistica.
Serve una politica seria: controllo dei flussi, integrazione, rispetto delle regole e soprattutto una strategia europea. Non possiamo pensare che l’Italia possa affrontare da sola un fenomeno che ha dimensioni globali.
Bisogna riuscire a tenere insieme sicurezza, legalità e dignità delle persone. È una questione troppo importante per essere lasciata alla contrapposizione permanente tra slogan opposti.»
Quindi non si sente né sovranista né europeista convinto?
«Sono europeista se l’Europa difende e tutela in eguale misura tutti i cittadini europei. Credo in un’Europa capace di tutelare il lavoro, la sanità, la sicurezza e la dignità delle persone. Un’Europa che diventa soltanto burocrazia, vincoli economici e tecnocrazia rischia invece di perdere il consenso dei cittadini.
L’Europa dovrebbe essere percepita come una protezione, non come un vincolo.»
Ultima domanda. Se dovesse indicare un solo grande problema dell’Italia, quale sceglierebbe?
«La perdita di fiducia. I giovani non credono più che studiare garantisca necessariamente un futuro. I lavoratori non sono sempre convinti che lavorare duramente permetta di vivere dignitosamente e arrivare alla vecchiaia con serenità. I pensionati temono di perdere progressivamente il proprio potere d’acquisto. E una parte crescente dei cittadini non crede più che votare possa davvero cambiare qualcosa.
Quando una democrazia perde la fiducia dei propri cittadini, il problema non è più soltanto economico. Diventa politico e sociale.
Abbiamo bisogno di ricostruire quella fiducia. E per farlo servono meno slogan e più risultati.»
In definitiva, come definirebbe la sua posizione politica?
«Non credo di avere bisogno di un’etichetta. Se proprio devo trovarne una, direi che cerco di essere indipendente. Significa criticare chi governa quando ritengo che sbagli, indipendentemente dal colore politico, ma anche riconoscere un merito quando c’è.
Il cittadino non ha bisogno di tifosi. Ha bisogno di qualcuno che giudichi le scelte politiche sulla base delle loro conseguenze. Alla fine, per me, la domanda è sempre la stessa: questa decisione migliora o peggiora concretamente la vita delle persone?
Se partissimo tutti da questa domanda, forse avremmo una politica diversa.»